La sinistra italiana oggi e le radici dossettiane

Matteo Renzi ed Enrico Letta visti alla luce dell'eredità del giurista, politico e monaco emiliano Giuseppe Dossetti

Roma, (Zenit.org) Gilfredo Marengo | 289 hits

Ludovico Festa, interrogandosi su Matteo Renzi, avverte a non trascurare «le fondamentali radici dossettian-lapiriste, e americaniste in salsa cattolica (mediate dall’ultimo e più fecondo Jacques Maritain), che alla fine sono l’unico sistema valoriale rimasto a disposizione di una sinistra che ha massacrato il riformismo socialista e ha visto suicidarsi il postcomunismo» (Il Foglio, 13 dicembre 2013). Se si tiene conto del ruolo significativo giocato da Beniamino Andreatta (1928-2007) nel percorso formativo di Enrico Letta, sembra che due dei protagonisti della attuale stagione politica italiana possano in qualche modo essere ricondotti all’eredità di G. Dossetti (1913-1996).

Collocare questi dati nell’orizzonte delle vicende del cattolicesimo politico italiano contemporaneo, apre la via a qualche interessante considerazione. Già qualche anno fa E. De Giorgi (Il brutto anatroccolo. Il laicato cattolico italiano, 2008) aveva indicato in una triplice genealogia, i profili fondamentali del laicato cattolico, e del suo impegno politico, individuando il ruolo tutto particolare giocata da tre personaggi. G. B. Montini, poi Paolo VI, G. Dossetti e L. Giussani.

Sembrerebbe quindi da registrare un rinnovato successo e centralità del politico, poi monaco, emiliano, dal momento che un influsso determinante della sua sensibilità dovrebbe essere riconosciuto in coloro che, oggi, si presentano con l’intenzione di riassumere il lungo cammino della sinistra italiana, non esclusa una parte determinante della tradizione facente capo a quello che fu il Partito Comunista di P. Togliatti e L. Berlinguer.

Va, altresì, segnalato che non consta né in M. Renzi, né in E. Letta, la volontà di manifestare con particolare enfasi questo profilo della loro fisionomia politico-culturale, né in essi appare l’intenzione di offrire motivazioni al loro impegno politico radicate in una dichiarata appartenenza ecclesiale.

Per finire, va ricordato che la stagione attuale sembra essere segnata da una certa minore influenza della presenza dei cattolici nelle istituzioni politiche italiane, soprattutto se si guarda alla capacità di esprimersi in forme organizzate, anche differenti dall’ormai scomparso modello della Democrazia cristiana.

Dove conducono, allora, i segnali che puntano ad una inattesa centralità della cultura politica dossettiana? In primo luogo, evidentemente, ad interrogarsi sulla fisionomia di quella eredità sia nella sua origine sia in quanti ne hanno curato la trasmissione nel tempo.

Il 2013 è stato l’anno centenario della nascita di Dossetti: alcune interessanti iniziative ne hanno riproposto la figura e la testimonianza; probabilmente le singolari vicende ecclesiali dalla rinuncia di Benedetto XVI al pontificato (annunciata proprio a ridosso delle celebrazioni più solenni di quel centenario) e l’elezione di Papa Francesco, non hanno favorito – almeno nel corpo ecclesiale – tutta l’attenzione che ci si poteva attendere.

D’altro canto la complessità della figura di Dossetti non solo sconsiglia sbrigative catalogazioni, ma rende non facile coglierne appieno il profilo che talvolta si mostra sfuggente, proprio perché irriducibile ad ogni schema interpretativo, anche quello più sapientemente articolato e criticamente verificato.

Con tutte le necessarie cautele, è possibile almeno indicare qualche coordinata di fondo più al fine di stimolare l’indagine che non di enunciare dei paradigmi definitivi.

Si potrebbe, allora, ragionare di un forte primato riconosciuto alla Politica, con la pi maiuscola. Un tale primato si alimenta nel radicamento in una forte identità cristiana ed ecclesiale, evocata dalla celebre espressione di Paolo VI che amava ricordare che la politica è una delle forme più alte di carità.

La speciale soggettività assegnata da Dossetti alla forma “partito” negli anni ‘50, intorno alla quale si consumò lo scontro con A. De Gasperi, non aveva forse queste radici? E il ritorno sulla scena pubblica a difesa della Costituzione repubblicana che occupò Dossetti negli ultimi anni della vita, può essere compresa se non in questa direzione? A meno che non si voglia accedere al pregiudizio che vi coglie solo la reazione nostalgica di chi fu protagonista delle dinamiche costituenti degli anni 1946-1948.

Si può fissare allora un tratto forte dell’eredità dossettiana in un ruolo forte assegnato alla Politica e al Partito, davvero protagonisti nel segnare i passi decisivi di una società e nella quale il cristiano si assume tutta la responsabilità non solo di una testimonianza, ma di una progettualità culturale e sociale nella quale si manifesta di per sé la missione della Chiesa tra gli uomini.

Se l’ipotesi è accettabile, s’intravede su questo orizzonte una comprensibile attenzione ad un possibile ruolo egemonico assegnato al cristiano, intellettualmente ben attrezzato e politicamente esperto, nella vita della società. Politica “alta”, dunque, e ruolo egemonico: due coordinate che la feconda tradizione nata da Dossetti ha ampiamente messo in gioco nella vita italiana a partire dal secondo dopoguerra.

Non si può dubitare che un tale profilo, qualora fosse davvero fosse rimesso in gioco nel dibattito politico odierno, rappresenterebbe una forte istanza dialettica a tutte le varie espressione della cosiddetta “antipolitica” e della delusione di fronte a molte proposte che non vanno oltre il tatticismo del giorno per giorno, dal respiro corto e sfuggenti ispirazioni ideali. Nel medesimo tempo una tale sensibilità male si accorda alla riduzione della politica all’esercizio di una “tecnica”, pur nobile e appoggiata ad alte competenze sia accademiche che manageriali.

Collocando, invece, la riflessione nel campo del percorso storico del cattolicesimo sociale italiano, sullo sfondo della problematica Chiesa-mondo – centrale almeno dagli anni del Vaticano II -  si aprono linee di analisi e di studio ben più complesse ed articolate. Una, almeno, si può qui affacciare, con l’auspicio che possa trovare rinnovata attenzione in tutti quanti sono interessati a questi problemi. I punti di riferimento forti dell’agire dei cristiani nella società, per come si sono espressi nel nostro paese, furono elaborati e fissati a cavallo degli anni ‘50 - ‘60. La società, la vita della chiesa, le dinamiche culturali, economiche e sociali sono radicalmente mutate. La ricchezza di una tradizione, quanto mai feconda, non chiede, forse, oggi di essere ripresa in mano in modo più creativo? Può essere questa la stagione di una ricerca di  possibili nuove riformulazioni che – senza nulla togliere all’autorevolezza indiscutibile di maestri e testimoni – accettino la sfida di esplorare prospettive originali, lasciandosi ancora una volta interrogare dai “segni dei tempi” che – proprio in quanto tali – non possono mai essere fissati una volta per tutte.