La società ha bisogno de L'Osservatore Romano

Il cardinale Scola, Arcivescovo di Milano, durante la presentazione di "Uno sguardo cattolico", il volume che raccoglie 100 editoriali de L'Osservatore Romano

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del cardinale Angelo Scola

MILANO, domenica, 15 aprile 2012 (ZENIT.org) -  Considerando la pubblicazione che viene presentata, e ancor prima il volume Singolarissimo giornale. I 150 anni dell’«Osservatore Romano», che costituisce una cornice preziosa per meglio comprendere la ricchezza di questa selezione di cento editoriali della testata vaticana «pubblicati negli ultimi quattro anni – da quando, cioè, con il numero del 28 ottobre 2007 ha avuto inizio l’attuale rinnovamento del quotidiano» (p. XIV), un dato storico ha suscitato in modo particolare la mia curiosità.

Si tratta del singolare legame che unì Giovanni Battista Montini prima e Paolo VI poi a L’Osservatore Romano. Né poteva essere diversamente, in forza della fine sensibilità culturale e dello sguardo veramente cattolico che, fin dagli inizi del suo percorso sacerdotale, contraddistinsero il giovane monsignore bresciano.

Varrebbe la pena riprendere in mano il testo citato dall’attuale direttore, Giovanni Maria Vian, nella sua introduzione al volume. Mi riferisco all’articolo Le difficoltà dell’Osservatore Romano, pubblicato il 1° luglio 1961, sul numero speciale uscito in occasione del centenario di fondazione, dall’allora arcivescovo di Milano. È uno scritto noto, molto acuto, di grande respiro e attualità, la cui lettura raccomando vivamente.

Voglio tuttavia fare riferimento ad un altro testo montiniano che, da un diverso punto di vista, suggerisce a mio avviso una prospettiva adeguata per comprendere la singolarità dell’apporto che L’Osservatore Romano offre più che mai all’odierna società plurale.

È un breve scritto, pubblicato nel 1946, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, come introduzione ad una voluminosa opera di presentazione dello Stato della Città del Vaticano[1]. Sebbene i responsabili del notiziario dell’Istituto Paolo VI abbiano voluto farlo comparire sullo stesso quaderno e immediatamente prima dell’articolo sopra citato, nel testo in questione non compare un riferimento esplicito all’Osservatore Romano; descrivendo le peculiarità del Vaticano, esso ci aiuta però a cogliere lo specifico apporto del giornale, così come si può poi anche evincere dalla lettura degli editoriali pubblicati.

In una prosa elegante e raffinata Montini esordisce rivolgendosi direttamente al lettore-visitatore dello Stato pontificio, e cerca di situarlo immediatamente di fronte alla singolarità di ciò che ha dinanzi: «Chiunque tu sia (…) non potrai sfuggire, appressandoti alla mole michelangiolesca della Basilica di S. Pietro e ai solenni edifici circostanti ad una spontanea, imperiosa domanda: quale interesse ha oggi per noi il Vaticano?»[2], per poi ricavare che di fronte al Vaticano non è possibile rimanere indifferenti, concludendo: «Osservare e definire: qui sta forse la differenza psicologica della visita della Città del Vaticano con quella a qualsiasi altro grande monumento dell’antichità, il Foro Romano, le Piramidi, il Partenone, i resti di Ninive, o della civiltà degli Incas. Per questi basta osservare; qui bisogna anche definire. Qui c’è qualche cosa di superstite, di sopravvissuto, di presente, che merita un giudizio, che esige un incontro, che impone una riflessione, uno sforzo interiore, una sintesi spirituale»[3].

Forse L’Osservatore Romano non sollecita il lettore a questo stesso definirsi, a questa necessità di giudicare, a questo incontro, a questa riflessione, a ciò che, con linguaggio proprio del tempo, Montini chiama sforzo interiore e sintesi spirituale? A me sembra che la proposta culturale – intesa nel senso proprio del termine, cioè come espressione dell’humanum – offerta quotidianamente dall’Osservatore, stimoli tutti ad un lavoro di questo genere.

Con parole dell’allora cardinale Ratzinger potremmo dire che l’Osservatore, e ovviamente i suoi editoriali in modo emblematico, siano espressione di cosa significhi che la fede genera cultura. Infatti, diceva l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede in una celebre lectio alle conferenze episcopali asiatiche:, «non esiste la nuda fede o la pura religione. In termini concreti, quando la fede dice all'uomo chi egli è e come deve incominciare ad essere uomo, la fede crea cultura. La fede è essa stessa cultura»[4].

Conviene in proposito aggiungere una importante considerazione sul nesso fede e cultura/e. A partire dal momento in cui la fede diventa cultura, essa si espone inevitabilmente ad un altro singolare processo caratterizzato, in un certo senso, da un movimento opposto al primo. Se il movimento fede-cultura è centrifugo, esso suscita a partire da come le culture di fatto interpretano la fede che si dispiega in tutta la sua dimensione pubblica, un movimento centripeto.

Le culture, perché di culture si deve parlare in una società plurale come la nostra, “interpretano” la fede mostrandone in tal modo la rilevanza storica. Lo fanno in vari modi, non sempre rispettandone la vera natura, assai spesso riducendola se non addirittura strumentalizzandola come avviene in modo dolorosamente clamoroso nei fondamentalismi integralisti, spesso violenti.

Tra fede e cultura si crea una sorte di circolo ermeneutico: ininterrottamente dalla fede alla cultura/e e dalla cultura/e alla fede. Questo circolo è ricompreso in quello più ampio, ma caratterizzato dallo stesso doppio movimento centrifugo-centripeto, proprio del binomio evangelizzazione/inculturazione messo in luce a partire dall’Evangelii nuntiandi (cf. EN 20).

A me sembra che il pregio degli editoriali, e più in generale della nuova fase dell’Osservatore Romano, sia quello di situarli appropriatamente all’interno di questa grande sfida posta dal circolo fede-cultura/e per aiutare il lettore - che è, non dimentichiamolo, sparso in tutto il mondo - a vivere un’autentica esperienza ecclesiale.

L’internazionalità, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, i grandi temi della bioetica e della scienza, dell’economia, così come il ricorso a collaboratori cur-iosi del mondo, esponenti di altre confessioni e religioni o laici, con uno speciale peso dato alle donne, individuano i tratti che, senza togliere all’Osservatore Romano l’aspetto, per altro ben delimitato di ufficialità e di autorevolezza, lo rendono uno strumento prezioso del necessario narrarsi e lasciarsi narrare di cui ha inevitabilmente bisogno una società plurale per tendere al massimo riconoscimento reciproco.

Nello scritto prima citato di Montini, il futuro arcivescovo milanese e pontefice, parlava, tra l’altro, «di diritti di Dio e della coscienza umana»[5]. La formula i diritti di Dio e della coscienza umana riprende i due motti presenti sulla testata dell’Osservatore: uno religioso (non praevalebunt) e l’altro “laico” (unicuique suum), come a dire l’unità tra Dio e l’uomo nella proposta della verità e del bene della comunità umana.

L’espressione montiniana, che vuole descrivere il compito pastorale del successore di Pietro, anticipa nei fatti in modo profetico l’insegnamento della dichiarazione conciliare Dignitatis humanae, con cui il Vaticano II ha insegnato che i diritti di Dio e quelli della coscienza umana non sono assolutamente in contraddizione.

Ripercorrere i cento editoriali del volume Uno sguardo cattolico costituisce una riprova di questa verità.

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[1] Da Vaticano, a cura di Giovanni Fallani e Mario Escobar, G. C. Sansoni, Firenze 1946, VII-XIII. Pubblicato in Istituto Paolo VI. Notiziario n. 17, 11-16.

[2] Ibid., 11.

[3] Ibidem.

[4] J. Ratzinger, Cristo, la fede e la sfida delle culture, in «Nuova Umanità» 16 (1994) n. 6, 95-118, qui 103.

[5] Vaticano, 13.