La sofferenza dell'Eritrea

Nello Stato africano le libertà  e i diritti umani sono negati e calpestati. Il contributo del Movimento Cristiano dei Lavoratori per risollevare la popolazione dalla povertà 

Roma, (Zenit.org) Paolo Accomo | 461 hits

Trecentossessantasei bare che nessuno ha mai visto ma che sono state tumulate in silenzio, una dopo l’altra, nei cimiteri dell’Agrigentino. Le immagini della sofferenza dell’Eritrea, per tanti anni nascoste dal regime dell’Asmara e ignorate dai Paesi occidentali, sono scolpite nei ricordi e nel senso di colpa degli italiani dal 3 ottobre, la notte del naufragio di Lampedusa. Da quel giorno abbiamo riscoperto l’emergenza umanitaria, con corollario di dichiarazioni, mobilitazione di mezzi navali e polemiche comunitarie. Eppure l’Eritrea è un problema da anni e da anni la macchina della solidarietà italiana è in moto.

“E’ uno degli Stati più chiusi al mondo, un Paese dove i diritti umani sono calpestati, le libertà fondamentali negate: non esiste libertà di stampa, di associazione, di pensiero e religiosa, non sono tollerati partiti politici d’opposizione, mezzi di informazione indipendenti ed organizzazioni della società civile. Migliaia di prigionieri di coscienza e politici sono detenuti arbitrariamente in condizioni spaventose e l’impiego di tortura ed altri maltrattamenti è un fenomeno diffuso. Ai giovani viene rubato il futuro: ognuno è obbligato a fare circa 20 anni di servizio militare, illimitato e obbligatorio anche per i minori. Tra l’altro, le reclute vengono impiegate per svolgere lavori forzati…”.

Chi racconta questa Eritrea è Carlo Costalli, presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, che nei mesi scorsi, prima delle giornate funeste di Lampedusa, ha visitato il Paese africano. Uno dei pochi europei entrati ad Asmara in questo periodo. Il Movimento, infatti, si spende per risollevare gli eritrei dalla povertà e ha finanziato ad Adisfeda, una zona desertica a circa 25 km. dalla capitale, la costruzione di una scuola materna per i piccoli dei paesi vicini e una scuola di taglio e cucito per le ragazze abbandonate. Nel programma di lavoro c’è anche la realizzazione del pozzo per l’acqua, dei bagni, delle stanze che ospitano i più piccoli e dell’impianto solare per l’erogazione di energia elettrica e acqua calda… “Tutte cose indispensabili – sottolinea – ma non scontate in una situazione così difficile anche per le maestranze che devono realizzare le opere: la solidarietà ha bisogno di soldi ma anche di braccia e competenze locali…”

Il Movimento cristiano organizza anche la spedizione di container di generi alimentari, che partono dal porto di Livorno (pasta, farina, cereali ed altri beni di consumo a lunga conservazione) in collaborazione con le Suore Cistercensi della capitale, che svolgono una funzione sociale importante in un’area particolarmente depressa. “Il nostro compito non è quello di contestare il governo eritreo – spiega Costalli – né di sostituirci alle istituzioni italiane, anche se ovviamente la situazione drammatica se non tragica è sotto gli occhi di tutti e la fuga di massa è un segnale inequivocabile e riguarda ogni mese almeno quattromila persone, perlopiù giovani”. Si rischia la morte per fuggire: la si rischia nei campi profughi di Sudan, Etiopia e Libia – se ci si arriva, perché le frontiere eritree sono militarizzate e la vita del fuggiasco non ha valore - e la si incontra spesso, infine, nel Mar Mediterraneo. Per un figlio che scappa, poi, c’è una famiglia che viene costretta  a pagare multe esorbitanti.

“Il nostro compito è lenire le loro ferite e lo facciamo con i fondi del 5 per mille” spiega il presidente del MCL. Tra i progetti di cooperazione vi è anche il sostegno agli orfanotrofi della capitale e di Hebo. “Ho assistito personalmente a situazioni angosciose ed angoscianti di un popolo allo stremo. Eppure le autorità affermano che la nazione sta raggiungendo l’autosufficienza alimentare – commenta Costalli -. Ciò potrebbe accadere se invece del conflitto si fossero fatti accordi commerciali con l’Etiopia: è molto difficile capire perché due Stati subsahariani, unici eredi di antiche grandi civiltà, abbiano fatto una guerra tanto lunga, quanto distruttiva. Gli ordini religiosi presenti in Eritrea, nonostante le forti restrizioni, riescono ancora a lavorare in zone difficili, dove nessun altro vuole andare. Oltre la testimonianza di vita religiosa, l’attività parrocchiale, l’assistenza spirituale, essi accolgono nelle loro case centinaia di orfani e gestiscono una vasta rete di assistenza: due terzi degli eritrei vivono degli aiuti umanitari… Come potremmo star fermi?”.