La "Spe salvi" e la visione dell’uomo nella psicoterapia

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ROMA, martedì, 22 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo un articolo del dottor Ermanno Pavesi, psichiatra clinico e docente di Psicologia alla Gustav-Siewerth-Akademie di Weilheim-Bierbronnen (Germania) e alla Theologische Hochschule Chur (Svizzera).

 


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Psichiatria e psicoterapia dedicano al tema della speranza, intesa in senso stretto, un’attenzione molto limitata. Le più importanti scuole partono da una visione dell’uomo di tipo naturalistico e considerano tanto i contenuti psichici quanto il comportamento non come azioni umane ma come eventi naturali regolati dalle leggi di natura. Una tale visione dell’uomo riconosce piuttosto cause di eventi che non il senso, il telos di azioni.

L’Enciclica però insegna: “Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, allora siamo liberi. Una tale consapevolezza ha determinato nell’antichità gli spiriti schietti in ricerca. Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore” (Spe salvi, N. 5).

L’uomo viene al mondo con una predisposizione genetica. L’attività psichica presuppone processi neurobiologici. Fattori esterni, come la famiglia durante l’infanzia e la società in età più avanzata, caratterizzano e influenzano il suo sviluppo. L’uomo, in quanto persona, possiede, però, un’anima spirituale, che determina il suo fine ultimo. Proprio questo fine ultimo, a cui devono essere subordinati tutti gli altri fini, più o meno importanti, rappresenta per l’uomo la grande speranza e dà senso all’esistenza. L’uomo deve confrontarsi continuamente con la propria limitatezza, con la fragilità del suo corpo, con i condizionamenti esterni, con le innumerevoli traversie e avversità, e non ultimo con le proprie debolezze. Non ostante tutto, la certezza di essere in cammino verso un fine ultimo gli può dare speranza.

La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (Spe salvi, N. 1).

Molti problemi che possono provocare difficoltà o addirittura disturbi psichici dipendono proprio dal fatto che l’uomo non viene a capo delle difficoltà dell’esistenza, e che non ha un fine davanti a sé capace di rendere sopportabile tale peso. Può sembrare paradossale: l’uomo deve combattere sempre meno per la propria sopravvivenza, ma per questo non raramente perde uno dei motivi più importanti per vivere. La sofferenza viene spesso ridotta a un problema di analgesia, come se la sofferenza cessasse con il lenimento dei dolori fisici. Non si può essere mai abbastanza riconoscenti per i potenti analgesici che oggi consentono di alleviare considerevolmente i dolori di un malato di cancro, ma questi medicinali, se non arrivano a stordirlo completamente, non possono toglierli il difficile e penoso compito di confrontarsi con il senso della malattia, della vita e della morte.

Nella lotta contro il dolore fisico si è riusciti a fare grandi progressi; la sofferenza degli innocenti e anche le sofferenze psichiche sono piuttosto aumentate nel corso degli ultimi decenni. Sì, dobbiamo fare di tutto per superare la sofferenza, ma eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità – semplicemente perché non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza e perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che – lo vediamo – è continuamente fonte di sofferenza” (Spe salvi, N. 36).

Addirittura un filosofo materialista come Ludwig Feuerbach poteva riconoscere nel XIX secolo l’importanza di un fine: “Non la volontà in quanto tale, non il vago sapere, dà all’uomo un fondamento etico e una fermezza, cioè carattere, ma soltanto lo dà l’attività per un fine, che è l’unità dell’attività teoretica e pratica. Ogni uomo deve perciò porsi un Dio, cioè un fine ultimo. Il fine ultimo è l’essenziale impulso alla vita, cosciente e voluto, lo sguardo del genio, il punto luminoso dell’autoriconoscimento – l’unità di natura e spirito nell’uomo. Chi ha un fine ultimo, ha una legge oltre di sé; non soltanto guida se stesso; viene anche guidato. Chi non ha un fine ultimo, non ha una patria, non ha un santuario. La più grande infelicità è l’assenza di fini. Persino chi si pone fini comuni se la cava meglio, anche se non è migliore, di chi non si pone alcun fine. Il fine limita, ma il limite è maestro della virtù” (Ludwig Feuerbach, L’essenza del cristianesimo, trad. it., Ponte alle Grazie, Firenze 1994, p. 123).

Vi sono stati psichiatri e psicoterapeuti che hanno criticato le visioni dell’uomo riduzionistiche, che hanno richiamato l’attenzione su ciò che c’è di più umano nell’uomo e che hanno proposto un modello d’uomo personalista, come Ludwig Binswanger, Igor Caruso, Rudolf Allers, Wilfried Daim e, non ultimo, Viktor Frankl con le sue teorie della Logoterapia e dell’Analisi Esistenziale. Le teorie di questi autori hanno però avuto una diffusione limitata, forse perché contraddicevano le mode culturali del tempo.

Frankl sottolinea che: “L’uomo non è solo un essere che reagisce e abreagisce, ma che trascende se stesso. Un’esistenza umana supera sempre se stessa, rimanda sempre a qualcosa differente da sé – a qualcosa o a qualcuno, a un significato o a un altro essere umano. Solo al servizio di una causa o nell’amore per il proprio partner l’uomo diventa completamente uomo e completamente se stesso” (Viktor Frankl, Die Sinnfrage in der Psychotherapie, Piper, Monaco di Baviera, p. 38).

È senz’altro importante riconoscere l’importanza di avere un fine nella vita. D’altra parte, anche se un fine limitato è meglio della mancanza di un fine, la questione del valore del fine che ci si è posto è di importanza fondamentale. Wilfried Daim ha approfondito il concetto psicoanalitico della fissazione: fissazione sarebbe una specie di idolatria. Qualcosa, una persona, un’attività, un oggetto viene assolutizzato e assume all’interno della persona una posizione centrale che non gli spetta. La sopravvalutazione dell’oggetto della fissazione porta inevitabilmente a delusioni e fallimenti, poiché un tale oggetto non può dare il sostegno sperato. Invece di crescere come persona, l’uomo si aggrappa all’oggetto della fissazione. In questo modo si rompe l’integrazione dei processi psichici che si rivolgono o verso l’oggetto della fissazione o verso l’autentico impulso di sviluppo. (Cfr. Wilfried Daim, Tiefenpsychologie und Erlösung, Herold, Wien 1954, p.105).

L’assolutizzazione di un bene particolare porta disordine in tutta la vita psichica. Vengono poste false priorità e ciò che dovrebbe stare al centro della persona non riceve l’adeguato riconoscimento. Ma l’uomo tende all’assoluto. La fissazione ad un bene finito provoca intima insoddisfazione e l’esigenza di redenzione. Con l’aiuto della psicoterapia l’uomo può riconoscere le proprie fissazioni e attribuire agli oggetti della fissazione il posto adeguato. Questa “redenzione” psicoterapeutica però “non elimina la necessità di quella metafisica, al contrario riceve da quest’ultima il suo significato ultimo, la sua validità e la sua piena legittimazione” (W. Daim, op. cit., p. 220). Alla psicoterapia spetta un compito importante: la liberazione da fissazioni può far maturare la personalità e il riconoscimento della caducità dei beni finiti offre la possibilità di aprire la strada a una autentica ricerca dell’assoluto.

La riflessione sull’Enciclica Spe salvi può aiutare anche lo psicoterapeuta a superare le proprie fissazioni. Può contribuire anche a trovare il senso della propria attività, precisamente nel seguire il paziente alla ricerca del significato autentico della propria esistenza. Un sostegno e un aiuto che spesso risultano difficili, che presentano forse meno alti che bassi, e che non possono neanche garantire un successo dal punto di vista puramente umano. Non ostante tutto questo, l’attività dello psicoterapeuta deve essere sostenuta dalla speranza che l’attività terapeutica non sia solo un intervento tecnico sul paziente, ma che la partecipazione alla sofferenza, alle ansie e alle preoccupazioni del paziente, a sua volta, possa risvegliare la speranza degli altri.

Nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell’altro né è mai inutile. Così si chiarisce ulteriormente un elemento importante del concetto cristiano di speranza. La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me” (Spe salvi, N. 48).