La speculazione si sconfigge con la produzione

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ROMA, giovedì, 29 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Dottrina Sociale e Bene Comune la replica a una lettera di padre Giulio Albanese, fondatore dell'agenzia missionaria MISNA, da parte del professor Giuseppe Bertoni, Direttore dell’Istituto di Zootecnica alla Facoltà di Agraria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.




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Ho letto con molta attenzione le osservazioni del prof. Bertoni in merito a quanto ho scritto su Avvenire l’11 e il 13 Maggio. Lo inviterei, francamente, ad una maggiore prudenza rispetto al tema dell'agrobusiness. Sono il primo ad affermare che la questione della fame nel mondo è molto complessa e che occorre andare al di là di valutazioni ideologiche... ma le speculazioni sul prezzo dei cereali sono un dato di fatto innegabile. Pertanto criticare l’operato delle grandi Corporation non credo sia fuori luogo, visto e considerato che hanno il monopolio del mercato. Un mercato, ricordiamolo, che occorre evangelizzare!!! Per carità, vanno anche stigmatizzate le responsabilità dei governi locali, come anche altre deficienze da parte della stessa società civile; a questo proposito mi pare di aver dato un quadro più o meno esauriente nel reportage che ho scritto da Addis Ababa. Invece, rispetto all’editoriale pubblicato in seconda pagina il 13 Maggio mi sarei aspettato una maggiore attenzione da parte del prof. Bertoni rispetto alla questione demografica che ho affrontato difendendo il Magistero sociale della Chiesa, alla luce anche della mia personale esperienza in Africa. Non credo che il prof. Bertoni, come docente dell’Università Cattolica, condivida le critiche mosse alla Chiesa sul Corriere della Sera dal prof. Sartori che scrive tra l'altro: "La semplice verità è che la fame sta vincendo perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è di aumentare il cibo ma di diminuire le nascite, e cioè le bocche da sfamare. La Fao, la Chiesa e altri ancora si ostinano a credere che 6-8 miliardi di persone consentano uno sviluppo ancora sostenibile". Comunque, nel complesso trovo il dibattito sul tema dell’emergenza alimentare costruttivo… Anche se poi penso che se la fame si nutrisse di parole il mondo sarebbe già sazio… Auguri e buon lavoro alla redazione di ZENIT!

- p. Giulio Albanese mccj

Purtroppo P. Giulio Albanese ha ragione quando sostiene che in certi ambienti pare ci si nutra più di parole che non di cibo. Ciò premesso, prima di entrare nel merito delle Sue giuste osservazioni, vorrei chiarire un equivoco, spero non sia altro, sorto a causa del tentativo di sintetizzare oltre ogni limite i concetti.

Mi sono sempre espresso – in obbedienza a Santa Madre Chiesa e ne sono convinto (ho 5 figli) – per una paternità responsabile, ma sottolineando che non si può essere contemporaneamente contro un equilibrato e adeguato sviluppo agricolo. In caso contrario condanneremmo i nati a grossi rischi per fame e/o malnutrizione; è questa una circostanza che non pochi cattolici-ecologisti tendono a dimenticare.

Le assicuro che soprattutto in campo demografico non condivido nulla di quanto sostiene Sartori. Nel mio intervento su ZENIT (cfr. “Chi e cosa affama il mondo oggi?”, 15 maggio 2008) avevo cercato di andare al cuore del problema sottolineando come non basti dire quante persone la terra può sfamare “in teoria”. È infatti necessario individuare i modi per produrre ciò che necessita all’umanità, avendo rispettato: sicurezza dei consumatori; salvaguardia dell’ambiente; sostenibilità economica per i “contadini”; sostenibilità economica per i “consumatori”.

Naturalmente, quando si va al concreto, non si possono accomunare tutte le possibili situazioni riscontrabili fra i PVS; proprio per questo mi ero preoccupato di indicare i poveri di Africa e America del Sud. In questi paesi i problemi di tipo commerciale, per sé innegabili, sono meno importanti, viceversa prevalgono quelli legati alla capacità di produrre.

I loro problemi sono quelli ben descritti da P. Albanese per l’Etiopia: mancanza di servizi ed infrastrutture, incapacità di gestire l’acqua ed i prodotti al momento della raccolta e sino al consumo, indisponibilità di mezzi tecnici di ogni tipo. Dunque, in questa direzione bisogna muoversi.

Per quanto poi attiene alla speculazione reputo sia inutile parlare di speculazione solo oggi e solo per i cereali; scusate, ma perché il petrolio è prossimo a 150 $? Solo perché ce n’è poco!! E quindi tutti speculano!

Mio padre, che da agricoltore seguiva i dettami della dottrina sociale della Chiesa propagandati da Miglioli (favorendo “senza ritegno” i contadini, nell’immediato dopoguerra), non vendeva i cereali finché aveva la speranza che ne aumentasse il prezzo. Ben diversa la situazione di alcune corporations che speculano e che si possono benissimo criticare, ma anche qui posso parafrasare P. Albanese: se tutte le critiche fatte alle multinazionali fossero … riso … avremmo di che sfamare almeno il Vietnam! La battuta può sembrare cinica, ma per far comprendere che la speculazione è frutto della penuria e in certa misura è fisiologica.

Qual è il contadino che non chiederebbe di più se si trovasse ad avere le “ultime” mele? Se quindi vogliamo andare veramente alla radice del problema, è della penuria di alimenti che dobbiamo parlare e non solo della conseguente speculazione. Un pò come nel caso dell’energia, per la quale ci si chiede se non sia tempo di tornare al nucleare per “superare” la penuria di petrolio. Si deve quindi puntare a riequilibrare la bilancia tra disponibilità e fabbisogni.

Allora chiediamoci: perché – nel caso delle riserve di cereali – da 57 giorni di Security index del 2001 oggi siamo a 33-35, mentre l’ideale sarebbe 65? L’evidente inadeguatezza delle disponibilità è solo un problema di nuovi cresciuti consumi (animali e bioenergie)? O, al contrario, in che misura vi incidono gli aiuti alle agricolture europea ed USA? Inoltre, quali sono i tipi di aiuto più dannosi, visto che nel tempo vi sono stati sensibili mutamenti? In che misura vi incide invece l’insufficiente produzione? Tanto nei paesi poveri (deficienze strutturali) quanto nei paesi sviluppati dove prevale la protezione della natura oltre ogni logica?

Non vorrei ripetermi più di tanto, rispetto al precedente intervento, ma credo di poter dire due cose: i cereali si riducono anche per l’alimentazione animale e per le bioenergie, le prime in misura corretta sono essenziali nella dieta e si potranno “limare”, ma non impedire; per contro, le seconde sono assai discutibili ed un ripensamento sarà necessario, anche se è possibile produrre bioenergie con coltivazioni no-food. Tuttavia, i loro consumi sono in aumento e assai più velocemente della produzione.

Se i consumi aumentano non v’è dubbio che dovrebbe aumentare anche la produzione, anche se molti si oppongono sostenendo che l’aumento di produzione abbasserebbe i prezzi. A questo proposito ricordo benissimo quanti denunciavano i prezzi bassi fra le cause di mancata produzione nei paesi poveri, dimentichi che ben altri sono i loro problemi, come detto in precedenza.

Si deve allora richiamare la funzione sociale dell’agricoltura – purchè adeguatamente e intelligentemente sostenuta, come scrivevo il 15 maggio scorso – perché non si può rischiare di rimanere senza cibo ed il saggio contadino di Chiavenna (PC) soleva ripetere (traduco dal piacentino): “per averne a sufficienza bisogna avanzarne …”; circostanza che secondo una concezione economica utilitaristica rappresenta una “disgrazia”, almeno per chi produce (essendo i prezzi cedenti).

Di qui la necessità di: un “intelligente” sostegno economico nei paesi ricchi e la possibilità di ricorrere alla sola tecnologia che, nel prossimo futuro, potrà garantire le 4 esigenze anzidette, cioè la tecnologia OGM, osteggiata dall’ “ignoranza” di ritorno nei confronti della scienza e dall’ideologia che si oppone allo sviluppo; sostegno economico e tecnico nei paesi poveri ove però non bastano gli investimenti esterni, ma serve una consapevolizzazione che si risolve solo con la sempre più diffusa istruzione-educazione, su cui da mesi insiste Papa Benedetto XVI.

Nel dossier Fides dal titolo “L'allarme biocarburanti e l'aumento della fame nel mondo” si conferma quanto sopra con l’esempio positivo del Malawi ove gli investimenti in agricoltura hanno risolto molti problemi dall’interno del paese. Nel medesimo dossier si insiste poi sulla già citata educazione.

Per quanto riguarda le politiche di controllo delle nascite, sono inumane e contrarie alla libertà e ai diritti alla vita delle persone e delle famiglie, e comunque anche l’eventuale rallentamento nella crescita numerica della popolazione servirebbe a poco, poiché ne aumentano le esigenze, frutto di quello sviluppo che la Populorum progressio auspica.

Diventa quindi indispensabile agire concordemente lungo due direttrici – sia pure in misura diversa a seconda del grado di sviluppo già conseguito – la prima per ottimizzare i consumi e ridurre gli sprechi (sobrietà) e la seconda per aumentare le produzioni rinnovabili.

Non vi è qui lo spazio per gli approfondimenti, ma a giorni dovrebbe vedere la luce, all’interno di “Contributi” del Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa (Università Cattolica), una mia relazione in argomento dal titolo “Sviluppo sostenibile: è possibile se…” presentato un anno fa in occasione del 40° della Populorum Progressio.

Ad essa rinvio il lettore interessato richiamando un ulteriore concetto: solo la buona tecnologia, resa disponibile a tutti, fondata sulla scienza e guidata dall’etica basata sulla legge naturale, può salvare l’umanità dalla paventata catastrofe.