"La speranza dalle Scritture"

"Lectio magistralis" di Enzo Bianchi alla serata inaugurale del Festival Biblico a Vicenza

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ROMA, venerdì, 25 maggio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo il testo della Lectio magistralis tenuta ieri sera, giovedì 24 maggio, nella Cattedrale di Vicenza dal priore della comunità monastica di Bosé, Enzo Bianchi, alla serata inaugurale dell'VIII edizione del Festival Biblico. Il titolo della Lectio è: La speranza dalle Scritture: magistero di Parola e di testimonianza di Carlo Maria Martini.

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Esprimere gratitudine al card. Carlo M. Martini all’interno di un evento dedicato alla “Speranza delle Scritture” che vince la paura significa fare memoria della speranza che il ministero episcopale del grande biblista gesuita ha saputo destare non solo nella chiesa locale e nella città affidata alla sua cura, ma anche nella chiesa universale e nella società civile.

E questo, proprio grazie alla sua conoscenza della bibbia e della sua familiarità amorosa con il modo di pensare e di agire richiesto dalla parola di Dio. Del resto, secondo l’apostolo Pietro, il cristiano è tenuto a questo e non ad altro: a “rendere conto della speranza” che lo abita a chiunque glielo chiede. E oggi che viviamo in un tempo posto sotto il segno della crisi, questa esigenza di testimoniare e suscitare speranza si fa sempre più cogente per i cristiani.

La nostra epoca infatti, definita da molti pensatori come stagione della “fine” – della civiltà occidentale, della modernità, della cristianità... – è caratterizzata dal senso della precarietà del presente e dell’incertezza del futuro, un tempo in cui l’incognito che ci sta davanti spaventa per la sua imprevedibilità e, insieme, per gli orizzonti asfittici che lo caratterizzano: il nostro è un mondo che sembra sfuggire al nostro controllo e impedirci di capire dove stiamo andando.

Ora, tutto ciò provoca un’angoscia profonda, che le tante situazioni di guerra, miseria e oppressione in atto in varie parti del mondo non fanno che confermare e che la crisi economica e finanziaria che attanaglia l’occidente trasforma per troppe persone in disperazione nel quotidiano.

Ma allora, cosa significa sperare? E di quale speranza sono portatrici le Scritture? E, ancora, può la speranza vincere la paura? Proprio a partire dalla paura possiamo abbozzare una riflessione: in profondità ciascuno di noi è preda di due paure madri”, da cui discendono tutte le altre: la paura della morte e la paura di Dio.

Mosso dalla paura della morte, l’essere umano cerca di preservare con qualsiasi mezzo la propria vita, di possedere per sé i beni della terra, di dominare sugli altri. Egli pensa di assicurarsi in tal modo una vita abbondante, ritiene di poter combattere la morte con l’auto-affermazione, e giunge a considerare ragionevole e giusto ogni comportamento finalizzato a questo scopo, anche a costo di nuocere agli altri e persino a se stesso. E così finisce inevitabilmente per percorrere sentieri di morte…

È quella tendenza egoistica che la tradizione cristiana indicherà come philautía (“amore di sé”), che spinge a contraddire la comunione voluta da Dio e a vivere senza gli altri, contro gli altri. D’altro canto, fin dall’inizio della storia, l’uomo ha paura di Dio, un Dio del quale l’uomo stesso forgia immagini perverse e recalcitra nel credere alla rivelazione di un Dio che non punisce e non castiga, che non vuole la morte ma la vita del peccatore perché è un Dio che è amore.

Ora, l’annuncio del vangelo, la buona notizia portata da Gesù di Nazareth ci indica con chiarezza e semplicità la via per lottare vittoriosamente contro la paura della morte e la paura suscitata da un volto perverso di Dio, un volto “nemico degli uomini”: il cammino della speranza consiste nel “tenere fisso lo sguardo su Gesù, origine e compimento della fede” (Eb 12,2) e amare i fratelli fino alla fine, come lui li ha amati.

Gesù, infatti, ha vinto la morte attraverso l’amore più forte della morte, più tenace dell’inferno, e così ci ha aperto la strada per una vita con Dio, per sempre, in quella fiducia gioiosa che niente e nessuno ci potrà mai rapire.Ecco perché al cuore del cristianesimo vi è la Pasqua, cioè l’evento della resurrezione di Gesù, colui che “con la sua morte ha vinto la morte”; ecco perché ancora oggi, come nei primi secoli, i cristiani dovrebbero potersi definire “coloro che non hanno paura della morte”.

E di questo annuncio di speranza, osato anche “contro ogni speranza” sono portatrici le Scritture, parole di vita e per la vita. Certo, la speranza cristiana nella vita eterna, nella vita piena non più deturpata dalla morte, è paradossale; ma questo paradosso si fonda sulla resurrezione di Gesù Cristo avvenuta una volta per tutte, l’unica speranza cui possiamo afferrarci saldamente.

C’è un passo del Nuovo Testamento che esprime in modo emblematico l’inaudita speranza cristiana: quello che narra la “discesa agli inferi” di Gesù Cristo. Nel tempo che intercorre tra la sua morte e la sua resurrezione, Gesù è andato a proclamare la salvezza negli inferi, attraverso un annuncio efficace, compiuto nella forza dello Spirito santo: “Cristo – ricorda la Prima lettera di Pietro – patì una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio, messo a morte nella carne, ma reso vivente nello Spirito; e nello Spirito andò a portare l’annuncio della salvezza agli spiriti in prigione”.

Se Gesù ha raggiunto quelli che stavano là dove non c’è speranza, dove c’è solo disperazione, significa che ormai non esiste più alcuna situazione umana che non possa essere salvata dalle energie del Risorto! La salvezza di Gesù arriva fino all’inferno, là dove apparentemente non vi è più speranza: davvero la morte non è l’ultima parola, davvero di fronte a ciascuno di noi si apre la grande speranza della salvezza per tutto e per tutti.