La speranza vestita di stracci dignitosi delle vite e delle storie personali

Messaggio augurale di Don Mimmo Battaglia, presidente della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche

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di Eugenio Fizzotti

ROMA, giovedì, 20 dicembre 2012 (ZENIT.org).- In un originale messaggio prenatalizio Don  Mimmo Battaglia, Presidente della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche, descrive che, grazie allo sviluppo verificatosi negli ultimi decenni, Satriano, il paese in provincia di Catanzaro in cui è nato, non solo ha «strade consumate di ricordi e di nostalgia, di immagini di ieri e vita di oggi», ma è un luogo nel quale si osserva la luce che permette di riscaldare con il suo calore  il freddo di solitudini e dolore che incontra, assieme al gelo dei ricordi e della sua nostalgia. 

La luce di cui parla è quella di una mangiatoia, capace di illuminare di speranza gli spazi e i secoli. Di conseguenza, convinto che «la speranza viene a noi vestita di stracci, perché le confezioniamo un abito da festa», evidenzia che «oggi quella piccola luce può illuminare e trasfigurare gli stracci delle nostre vite, delle storie che incontro, i mille volti delle persone che ogni giorno rispecchio nel mio volto, le loro fatiche, la loro speranza vestita di stracci. Così, nel conservare nel mio cuore questi volti, quella luce fioca si fa più intensa. Il calore di quella luce accende ancora in me la passione per la vita, per le loro vite; quella luce è il segno del calore di un Dio che si coinvolge nella loro umanità, nella mia umanità, è il Dio con noi».

La luce natalizia per Don Mimmo Battaglia «allontana il buio, fa nuove le cose, le scalda, le illumina, dona loro un nuovo colore, così come la speranza che entra nelle case, nelle storie, nei giorni delle donne e degli uomini di questo nostro tempo. Ed una ad una, rivedo una stilla di quella luce riflessa nelle lacrime che hanno rigato i singoli volti … uno ad uno li riconosco e, non posso, nel silenzio di questa stanza, non ripormi accanto alle loro vite».

Facendo riferimento a un giovane di nome Francesco, ospite di una comunità terapeutica, che piange perché un altro tra i suoi amici è stato ingannato dalla sua stessa truffa fino ad arrivare alla morte, dichiara con estremo realismo che prega accanto a lui perché il Dio che nasce lo liberi dalle catene del fallimento, gli restituisca il coraggio, e gli consenta di credere che dinanzi a Lui nessuno è perduto per sempre.

Una seconda persona alla quale fa riferimento si chiama Chiara e vive ogni giorno «come se fosse uguale a un altro, nell’umana prigione per cui per ogni cosa ha sempre bisogno che ci sia qualcuno accanto a lei;  non ha mai detto mamma, né papà, non ha mai avuto la possibilità di chiamare alcuno con il proprio nome, eppure con il suo sorriso contagia  tutti». E suo padre, testimone di questo Natale, gli dice che lei è il dono più bello che Dio ha fatto a questa sua vita. «Riponendomi accanto alla tua storia, nella quale rivedo i miei tanti limiti, colmo della mia debolezza, prego che Dio, partecipe della tua storia, si chini fino a intrecciare il suo respiro con il tuo respiro e le sue lacrime con le tue. I panni che ricoprono la sedia da cui non puoi alzarti, nemmeno per celebrare i tuoi diciotto anni appena compiuti, sono gli stracci di cui la tua speranza è abbigliata, sono i paramenti sacri da profeta  che parla con il suo sorriso e, attraverso il silenzio, con le parole mute di quel Bambino in una mangiatoia».

Dichiarando di sentirsi accanto a Veronica e Claudio, che vivono oggi nell’attesa di una vita che sta per nascere, frutto del loro amore, Don Mimmo Battaglia sente «l’emozione di un’attesa che è gioia ma anche trepidazione, memore del giorno del loro “si”, il giorno di una promessa che si perpetua attraverso una nuova vita che sta per venire». E riconosce che i due si sentono coinvolti nel mistero dell’attesa, nel mistero del Natale nel quale Gesù viene a vivere nel luogo del loro amore e li trova pronti a renderlo vivo dinanzi a questo mondo, a incarnarsi ancora in tutte le case, nelle strade, nelle mura della loro città. E con eccessivo realismo sottolinea che  «Dio viene come un bambino, non fa paura, si affida alle nostre mani, vive solo se qualcuno lo ama e soprattutto se gli stracci della speranza sono ancora il “si” a difesa della vita, a protezione della vita, per amore della vita».

E dichiarandosi accanto a Romina, educatrice di una delle comunità terapeutiche, che vive ogni giorno nella fatica di chi è in cammino, affannata da un bisogno di coerenza e di semplicità, chiede al Dio Bambino di darle sempre la gioia dello stupore e lo spirito del bambino pronto a credere.

È chiaro, nel messaggio di Don Mimmo Battaglia, il riferimento alla fatica quotidiana del credere nelle resurrezioni possibili dei ragazzi ospitati nelle numerose comunità terapeutiche, nella logorante scommessa sul futuro di chi crede che l’uomo non coincide con i suoi sbagli, che la sua vita non equivale ai suoi fallimenti, né con le sue fratture. E utilizzando l’immagine degli abiti dichiara che «sono rivestiti di dignità e sono gli ornamenti di una speranza condivisa, che è dar credito all’altro, in base non al suo passato, ma al suo futuro. È la logica della rinascita in Dio, non un tribunale che emana sentenze,  né di assoluzione né di condanna, ma un grembo di madre dove si rinasce e si riparte con un cuore nuovo».

In tale prospettiva la festa di Natale è la speranza di un passo in più per andare oltre e «compiere un lungo cammino nel corso del quale si eliminano cortecce, involucri e gusci protettivi finché non appaia il buono nascosto di ogni cuore». E utilizzando un linguaggio particolare Don Mimmo Battaglia dichiara con notevole originalità che a Natale c’è «spiga dentro la paglia, chicco dentro la spiga, farina dentro il chicco. Al buono di ciascuno Dio arriverà! E davanti alla luce si scopre che la speranza cambia nome e diventa perseveranza, coraggio, resistenza. E come effetto della preghiera, si avverte la speranza dei ragazzi e della gente che si incontra, volendo tendere la mano a tutti, certo che nessuno tirerà la sua indietro».