La "staffetta" dei Pontefici per consegnarsi la luce della Fede

Müller, Fisichella e Ouellet oggi in Sala Stampa vaticana a presentare la storica prima enciclica di Papa Francesco "Lumen Fidei", scritta "a quattro mani" con il Papa emerito

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 405 hits

“Alla trilogia di Benedetto XVI sulle virtù teologali mancava un pilastro. La Provvidenza ha voluto che il pilastro mancante fosse un dono del Papa emerito al suo successore e nello stesso tempo un simbolo d’unità, poiché assumendo e portando a compimento l’opera intrapresa dal suo predecessore, Papa Francesco rendesse testimonianza con lui dell’unità della fede”.

Con queste parole, il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i Vescovi, ha sintetizzato la genesi della storica enciclica di Papa Francesco presentata oggi, in Sala Stampa vaticana, insieme a mons. Gherard L. Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione.

Il documento è unico nel suo genere: oltre ad essere la prima enciclica di Papa Bergoglio, gode della fortuna di essere stata scritta “con la mano di due Pontefici”, come ha precisato Müller. In essa, infatti, le considerazioni di Ratzinger sulla Fede, che già si intuivano nella Lettere sulla carità e sulla speranza, si arricchiscono dei “contributi” di Papa Francesco e della “freschezza” che caratterizza il suo Pontificato.

Chi legge la Lumen Fidei, ha detto Müller, “può subito notare – al di là delle differenze di stile, di sensibilità e di accenti - la sostanziale continuità del messaggio di Papa Francesco con il magistero di Benedetto XVI”. “Come nelle corse allo stadio”, ha precisato Ouellet, con questo lavoro “la luce della fede è consegnata dall’uno all’altro Pontefice, grazie «al dono della successione apostolica» mediante la quale «è assicurata la continuità della memoria della Chiesa»”.

Al di là della diàtriba (più che altro giornalistica) su chi dei ‘due Papi’ abbia contribuito maggiormente alla redazione del documento, c’è molto di più nei quattro capitoli della Lumen Fidei. Innanzitutto il tema che la anima: ovvero “la luce che proviene dalla fede, dalla Rivelazione che Dio fa di sé in Gesù Cristo e nel suo Spirito”, ha spiegato mons. Müller.

La fede infatti – ha proseguito – “è in grado di illuminare «tutto il percorso della strada», «tutta l'esistenza dell'uomo» . Essa «non ci separa dalla realtà ma ci permette di cogliere il suo significato più profondo, di scoprire quanto Dio ama questo mondo e lo orienta incessantemente verso di sé»”.

Riconoscere che “all'origine di tutto c'è Dio”, ha osservato il presule, “dilata la ragione e il cuore dell'uomo, allarga i suoi orizzonti, lo rende sempre più vicino agli altri uomini e gli spalanca le porte di un'esistenza vissuta finalmente all'altezza della sua dignità”.

Perché la fede – si legge nell’Enciclica – ci apre “alla comunione con i fratelli e le sorelle”, evitando di ridurci "a mero elemento di un grande ingranaggio”, aprendo “l'io, la personalità di colui che crede” all'amore originario e quindi ad una “esistenza ecclesiale". “Luogo genetico” della fede è infatti la Chiesa, ha sottolineato Müller. Lì la fede “diventa esperienza che si può comunicare”, perché non si consuma “in un isolato ed isolante ‘a-tu-per-tu con Dio”, ma si realizza “in un noi” e “si trasmette, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un'altra fiamma”.

Su questa dimensione di comunione della fede si è concentrato l’intervento del card. Ouellet. “Questa enciclica – ha affermato il porporato - parla esprimendosi in un noi che non è maiestatis bensì di comunione”. La luce della Fede, ha proseguito il cardinale, “orienta il senso della vita, porta conforto e consolazione ai cuori inquieti e abbattuti, ma impegna anche i credenti a porsi a servizio del bene comune dell’umanità”. Essa diventa pertanto “un’apertura all’Amore di Cristo, un accogliere, un entrare in una relazione che allarga l’io alle dimensioni di un noi che non è soltanto umano, ma che è propriamente divino”, che rimanda cioè alla Trinità, ha sottolineato Ouellet. Infine, l’enciclica “contempla Maria, la figura per eccellenza della fede, colei che ha ascoltato la Parola e l’ha conservata nel suo cuore”.

A concludere la conferenza, l’intervento di mons. Fisichella che ha rimarcato l’importanza della Lumen Fidei nel contesto “di grazia” dell’Anno della Fede. “Ciò che viene insegnato è un cammino che il Papa propone alla Chiesa per recuperare la sua missione nel mondo di oggi” ha detto mons. Fisichella, dal momento che torna in un momento “di forte travaglio”, a causa di una “crisi di fede” senza precedenti.

In vista dell’Anno della Fede, ha raccontato poi Fisichella, “si era chiesto ripetutamente a Benedetto XVI di scrivere un’enciclica sulla fede che venisse in qualche modo a concludere la triade che egli aveva iniziato con Deus caritas est sull’amore, e Spe salvi sulla speranza”. Il Papa “non era convinto di dover sottoporsi a questa ulteriore fatica”, tuttavia “l'insistenza ebbe la meglio”, anche se poi “la storia ha voluto diversamente”.

Il prezioso lavoro ci viene offerto oggi da Papa Francesco “con forte convinzione e come ‘programma’ su come continuare a vivere questa esperienza”. In particolare, mons. Fisichella ha evidenziato come “pur riprendendo alcune intuizioni e alcuni contenuti propri del magistero di Benedetto XVI”, Lumen Fidei sia “pienamente un testo di Papa Francesco” in cui “si ritrova il suo stile, e la peculiarità dei contenuti a cui ci ha abituato in questi primi mesi del suo pontificato, soprattutto con le sue Omelie quotidiane”.

“L’immediatezza delle espressioni usate – ha detto - la ricchezza delle immagini a cui fa riferimento e la peculiarità di alcune citazioni di autori antichi e moderni fanno di questo testo una vera introduzione al suo magistero e permettono di conoscere meglio lo stile pastorale che lo contraddistingue”. Ricordando poi le due “scadenze” che caratterizzano l’Anno della Fede - il 50° anniversario del Vaticano II e il 20° del Catechismo della Chiesa Cattolica - mons. Fisichella ha notato l’importanza che l’Enciclica riserva al Credo, la Professione di Fede (già indicata come tema principale in Porta Fidei di Ratzinger), da riproporre al “cristiano come preghiera quotidiana” per curare quell’“analfabetismo” circa i contenuti della fede.

Si è sottolineata infine la “forte connotazione pastorale” del documento, grazie alla grande “sensibilità di pastore” di Papa Francesco: “Queste pagine – ha affermato Fisichella - saranno molto utili nell’impegno che toccherà le nostre comunità per dare continuità al grande lavoro intrapreso con l’Anno della fede”. Per questo, ha concluso, “è importante cogliere l’invito che giunge a conclusione dell’enciclica: Non facciamoci rubare la speranza”, un invito che, “in un periodo di debolezza culturale come il nostro”, è “una provocazione e una sfida che non possono trovarci indifferenti”.