La teologia dell’orsacchiotto

Difficoltà dei cristiani nei Paesi islamici

| 1399 hits

Di Padre John Flynn, LC



ROMA, 10 dicembre 2007 (ZENIT.org).- I problemi per la minoranza cristiana nei Paesi islamici sono tornati di recente all’attenzione dell'opinione pubblica, con il caso dell'insegnante britannica arrestata in Sudan. Gillian Gibbons si è trovata nei guai dopo aver consentito agli studenti di dare il nome del Profeta Maometto ad un orsetto di peluche, secondo quanto riportato il 27 novembre dal quotidiano Independent.

Gibbons insegnava alla Unity High School di Khartoum, la capitale del Sudan. Secondo il preside della scuola, Robert Boulos, l’incidente è stato “un errore in tutta innocenza”, riporta l’Independent. Il tutto è derivato da un compito in cui la Gibbons ha chiesto ai suoi alunni delle elementari di dare un nome ad un orsetto. Molti studenti hanno voluto chiamarlo Maometto.

L’insegnante è stata arrestata, imputata di oltraggio alla religione e condannata a 15 giorni di carcere, secondo la BBC del 29 novembre. Successivamente si sono radunate le folle nella capitale chiedendo una punizione più severa. Dopo qualche giorno è stato concesso alla Gibbons di lasciare il Sudan per rientrare in Gran Bretagna, secondo la BBC del 3 dicembre.

La persecuzione dei cristiani, negli ultimi mesi, è stata oggetto di una maggiore attenzione da parte dei media. Il 27 maggio, il Sunday Times ha pubblicato un lungo servizio sull’argomento. L’articolo cita Eddie Lyle, responsabile del ramo inglese di “Open Doors”, un’organizzazione caritativa che offre il suo aiuto alle Chiese e alle persone, il quale riferisce di stime secondo cui sarebbero circa 200 milioni i cristiani, in più di 60 Paesi, a subire gravi oppressioni a causa della loro fede.

I cristiani si trovano in difficoltà in molti Paesi, non solo islamici. Anche gli estremisti indù, in India, continuano ad essere un problema per i cristiani, così come i regimi totalitari della Corea del Nord che perseguitano attivamente i credenti.

Rapimenti e uccisioni

Ciononostante, sono i Paesi islamici che più spesso vengono posti all’attenzione dell’opinione pubblica per le restrizioni che impongono sui cristiani. Alcuni mesi fa, l’Afghanistan ha visto il rapimento di un gruppo di volontari cristiani provenienti dalla Corea de Sud, secondo il Times del 1° agosto.

Due dei volontari - uno di questi era un pastore cristiano - sono stati uccisi dai sequestratori. Il gruppo apparteneva alla Chiesa Saemmul, con sede a Seoul.

Gli ostaggi sono stati rilasciati dopo un sequestro durato 6 mesi, come riportato dal Washington Post il 2 settembre, ma il fatto ha comunque indotto le principali Chiese protestanti della Corea del Sud ad interrompere l’attività missionaria in Afghanistan.

Secondo quanto riferito dalla BBC il 12 settembre, gli ostaggi sono stati minacciati di morte nel tentativo di convertirli alla religione islamica.

Anche coloro che vorrebbero convertirsi al Cristianesimo devono affrontare gravi pericoli. Il vescovo anglicano di Rochester, in Inghilterra, Michael Nazir-Ali, ha parlato della persecuzione contro i convertiti al Cristianesimo durante un programma televisivo della BBC, secondo quanto riferito dal quotidiano britannico Observer il 16 settembre.

Il presule anglicano è originario del Pakistan e suo padre, di religione islamica, si era convertito al Cristianesimo.

“È molto diffuso oggi, nel mondo e anche in questo Paese, il fatto di cambiare religione, soprattutto il passare dalla religione musulmana a quella cristiana, e rischiare così di essere emarginati, licenziati, di vedersi annullato il matrimonio, o strappare via i propri figli”, ha affermato il vescovo.

Il 3 giugno, monsignor Ali ha scritto un articolo di opinione per il quotidiano britannico Telegraph, in cui parla delle difficoltà dei cristiani in Pakistan. Numerosi cristiani - afferma - hanno dovuto subire le leggi blasfeme del Paese, ampiamente utilizzate per ridurre al silenzio l’opposizione, negare la libertà di parola e vendicare fatti precedenti.

La minaccia a chi si converte

Il 5 dicembre scorso, il sito internet del quotidiano Times ha rivelato che la figlia di un imam britannico, convertita al Cristianesimo 15 anni fa, ancora vive sotto il pericolo di violente rappresaglie.

La donna, che ha utilizzato lo pesudonimo di Hannah, si è trasferita ben 45 volte, nel tentativo di sfuggire alla detenzione da parte della sua stessa famiglia, da che è diventata cristiana. Il mese scorso, dopo aver ricevuto nuove minacce, ha accettato la protezione della polizia. Hannah era uscita di casa a 16 anni per non dover sottostare ad un matrimonio combinato.

La sua esperienza è ben lungi dall'essere un caso isolato. In Egitto, Mohammed Hegazy è stato costretto a nascondersi dopo la sua conversione al Cristianesimo, come riferito dall’Associated Press l’11 agosto.

Secondo questo articolo, un chierico islamico ha condannato a morte Hegazy per apostasia. Quest'ultimo ha inoltre ricevuto minacce di morte al telefono. Il suo caso è diventato pubblico dopo che Hegazy aveva fatto ricorso al tribunale per ottenere il cambiamento ufficiale della sua religione sulla propria carta d’identità. Secondo l'Associated Press è forse la prima volta che una simile azione viene intentata da parte di un islamico di nascita convertito ad altra religione.

In generale, i cristiani in Medio Oriente si trovano in condizioni difficili. Uno dei luoghi più pericolosi, al momento, è l’Iraq. Il patriarca caldeo di Baghdad, Emmanuel III Delly, è stato di recente creato cardinale da Benedetto XVI.

Il patriarca è stato intervistato da Associated Press in un articolo pubblicato il 30 ottobre, in cui ha lamentato i continui bombardamenti e uccisioni. Secondo il rapporto, il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki ha promesso un maggior grado di sicurezza per la comunità cristiana del Paese.

Invito alla moderazione

Le azioni di gruppi di estremisti islamici hanno indotto gli elementi più moderati della comunità a far sentire la propria voce. In un articolo d’opinione pubblicato il 2 dicembre sul quotidiano britannico Observer, l’autore Ed Husain invita i musulmani ad esprimersi contro la violenza dei radicali islamici.

Husain è lo pseudonimo di Mohammed Mahbub Hussain, autore del libro “The Islamist”, in cui racconta la sua conversione dall’Islam radicale. “Dobbiamo avere il coraggio di farci sentire e riaffermare la nostra fede”, ha affermato nell’articolo.

Husain ha anche sostenuto che l’Islam non è un’entità monolitica e che all’interno di esso vi sono elementi che possono portare ad una sorta di rinascimento islamico. Ciò nonostante egli ha notato che molti non manifestano il proprio pensiero nel timore di reazioni violente da parte di gruppi estremisti.

Anche un altro articolo, apparso lo stesso giorno sulle pagine del Sunday Times, firmato da Shiraz Maher, tratta del problema dell’Islam in seguito alla vicenda dell’orsacchiotto. Ci troviamo nel mezzo di una battaglia che riguarda la sensibilità e la mentalità dei musulmani, una battaglia che deve essere combattuta dai musulmani stessi, ha sostenuto l’autore.

Maher ha fatto appello contro la tendenza a demonizzare l’Islam, ma ha anche riconosciuto la necessità che un maggior numero di musulmani, soprattutto giovani, si esprima contro gli estremisti islamici.

Rispetto dei diritti umani

Anche Tawfik Hamid, ex membro di un gruppo terroristico, ha auspicato una riforma dell’Islam, improntata al rispetto dei diritti umani. Il suo appello è apparso in un articolo pubblicato il 25 maggio sul Wall Street Journal. Egli ha auspicato modifiche nella dottrina, come l’abolizione del reato di conversione o l'assicurazione di migliori condizioni per la donna.

“Noi musulmani dovremmo dimostrare pubblicamente il nostro rammarico per il crescente numero di attacchi da parte di musulmani, contro persone appartenenti ad altre religioni e contro altri musulmani”, ha affermato Hamid.

Anche Benedetto XVI si è espresso sulla necessità di garantire una maggiore libertà religiosa nei Paesi islamici. È essenziale - ha affermato davanti al nuovo Ambasciatore del Pakistan presso la Santa Sede il 1° giugno - “salvaguardare dalla violenza i cittadini che appartengono alle minoranze religiose”.

“Tale protezione non solo si accorda con la dignità umana, ma contribuisce anche al bene comune”, ha spiegato il Pontefice, che ha poi ricordato all’Ambasciatore l’importante ruolo svolto dalla Chiesa cattolica in Pakistan, nel campo dell’istruzione, della sanità e dei servizi caritativi.

Rivolgendosi all’Ambasciatore indonesiano presso la Santa Sede, il 12 novembre, il Papa ha invece deplorato l’uso della violenza in nome della religione ed ha esortato ad un più assiduo dialogo e a una maggiore collaborazione al servizio della pace. Una pace che non è facile da instaurare, date le difficili condizioni interne di molti Paesi.