La teoria del mercato di libera concorrenza

Aspetti metodologici della questione economica alla luce del Magistero

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di Rosario Sitari,
Segretario Nazionale Associazione Italiana Docenti Universitari

ROMA, giovedì, 12 luglio 2012 (ZENIT.org) - Perché diamo tanto credito al mercato di libera concorrenza? Innanzitutto il libero commercio costruisce legami economici tra i vari Paesi e agevola il processo di crescita delle società. È  necessario però considerare che la concorrenza si riferisce per sua natura al breve periodo e ignora l’avvenire.

“L’ottimo di lungo periodo può essere così compromesso dalla concorrenza che può distruggere oggi capacità domani necessarie e vantaggiose”[1]. Inoltre, come dice Paolo VI nella  Populorum Progressio (1967), n. 58, “i prezzi che si formano «liberamente» sul mercato possono portare risultati iniqui” quando le condizioni di potenza economica sono troppo disuguali da paese a paese.

Giovanni Paolo II con la Centesimus annus (1991) ‘apre’ al mercato quando afferma, al n. 34, “Sembra che … il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni” e aggiunge, al n. 35, la Chiesa “non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società.”

Ma la richiesta di controllo delle forze sociali e dello Stato sul mercato non risponde solo a esigenze di equità e di giustizia. Essa risponde anche a esigenze che attengono a lacune logiche dello stesso impianto concettuale della libera concorrenza.

Quella del libero commercio è una teoria molto elegante e algebricamente rigorosa, ma è solo l’esercizio di una costruzione razionale fondata su ipotesi di una realtà che non è tale [2].

Vale dunque la pena interrogarsi sulle ragioni per cui il regime di libera concorrenza perfetta goda ugualmente di tanto sostegno. Il sostegno al mercato di libera concorrenza si giustifica perché offre, attraverso i suoi indicatori automatici (prezzi, costi, ricavi), un metodo efficiente e impersonale che consente la mobilità delle risorse al cambiare della situazione.

Gli indicatori esprimono la scarsità o l’eccedenza delle risorse e inducono imprenditori e proprietari dei fattori della produzione a spostarsi da un’area economica a un’altra secondo l’andamento della domanda e dell’offerta [3]. Ne consegue che il funzionamento di un sistema economico a decisioni decentrate in regime di libera concorrenza perfetta da luogo a un insieme di risultati coerenti, efficienti e ottimali. Ma non sempre è così dato che non sono infrequenti i casi di inefficienza del meccanismo di mercato [4].

Le cause di inefficienza del meccanismo di mercato

Le cause di inefficienza del meccanismo di mercato sono dovute alle sue stesse imperfezioni, alle sue carenze in determinate situazioni e ai suoi metodi di valutazione. Esaminiamole una ad una dato che per ognuna non si può fare altro che ricorrere a valutazioni esterne al mercato.

a - Imperfezioni del mercato:

situazioni nelle quali non sussistono alcune ipotesi che caratterizzano il mercato perfetto per la presenza di distorsioni (comportamenti monopolistici, oligopolistici e collusivi, imposte e sussidi, pratiche protezionistiche).

L’intervento consiste nel rimuovere le distorsioni ristabilendo le condizioni di concorrenza; informazioni incomplete e costose: il sistema dei prezzi non comprende i prezzi futuri di tutti i beni e servizi (si supplisce col ricorso alle ricerche di mercato, ai prezzi ombra, ai programmi dei partiti), non si conoscono le preferenze delle generazioni future.

L’intervento, caratterizzato in ogni caso da incertezza residuale ineliminabile, non potrà prescindere da scelte esterne al mercato; presenza di squilibri non assorbibili spontaneamente (disoccupazione involontaria).

L’intervento comporterà il ricorso a valutazioni esterne al mercato e richiederà scelte tra interessi contrastanti. L’intervento è richiesto non tanto perché il mercato non funziona ma perché, pur funzionando, porta a risultati non efficienti.

b - Insufficienze del mercato in determinate situazioni

presenza di esternalità (per affrontare il problema ci si serve dell’Analisi Costi-Benefici (=ACB). Poiché l’ACB si serve di espedienti spesso arbitrari, tali espedienti vanno resi espliciti) per i beni pubblici per i quali si verifica la condizione di non escludibilità dal consumo, si pone il problema della scelta tra risultati non soddisfacenti (del mercato) e quelli di un procedimento politico. Il procedimento politico sostitutivo consiste nel determinare la quantità e la qualità dei beni pubblici da fornire e la ripartizione dei costi tra i componenti della collettività.

c - Insufficienza degli stessi criteri di valutazione

l’assunzione del consumo individuale come base di giudizio va vista in modo diverso se si tratta di soddisfazione di bisogni originari o di bisogni indotti dallo stesso sistema. In quali condizioni ciascun individuo può essere considerato il miglior giudice dei propri interessi?

La scelta delle condizioni non può che essere esterna e non può prescindere dagli assetti distributivi. Ma certe grandezze tipiche nella materia ambientale, come la scomparsa di specie, l’aumento del rumore, la perdita di un paesaggio, rimangono incommensurabili. In tutti i casi di imperfezione dei mercati l’intervento pubblico può attenuarne la portata.

E' innegabile che la logica autonoma della ratio economica è una causa molto significativa della crisi più generale della società.

L'umanità si trova stretta tra l'inderogabile esigenza di crescita e il potere distruttivo che la crescita porta con sé. "L'impresa è l'epicentro di queste contraddizioni considerata com'è, in un'alternanza di concezioni, generatrice di benessere, crocevia di meccanismi di distribuzione della ricchezza, origine di ... impatti negativi con l'ambiente "[5].

L'impresa costruisce le sue fortune rispondendo a una domanda gran parte espressione di bisogni reali di quella stessa società civile che vuole il rispetto di altri valori. Senza l'impresa, senza l'enorme efficienza propria di un agire economico razionalizzatosi sotto la spinta di ragioni egoistiche è difficile portare a termine grandi compiti come la sostenibilità dello sviluppo.

Chi è responsabile dei destini della polis si trova di fronte a questo dilemma: può reprimere l'egoismo economico, ma si priva di una formidabile fonte di energia; può lasciare libera questa energia, ma non ha alcuna garanzia che il suo dispiegarsi contribuisca al bene comune; anzi, una razionalità meramente economica è perfettamente compatibile con la distruzione dell'umanità [6].

Dipende allora dalle condizioni al contorno se il perseguimento dell'interesse personale porti a una catastrofe o se invece contribuisca al bene comune. Il problema è esclusivamente etico e politico e consiste nella volontà di regolare un mercato senza frontiere per renderlo funzionale al progresso economico globale, tanto più che il fine dell’economia non è ad essa endogeno e quella economica non è l’area in cui si pongono questioni neutrali rispetto all’etica.

Per costruire le condizioni al contorno bisogna avere consapevolezza che  la razionalità dei fatti umani non può essere gestita da una oscura «mano invisibile» suscettibile solo di regolazioni tecniche, ma mette sempre in gioco regolazioni etiche e progetti di libertà" [7].

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NOTE

[1] Cfr. A. Clò, Incontro annuale della Società Italiana degli economisti, 1988, pag. 20.

[2] Cfr. E. Pierrot, Le attuali deformazioni del commercio mondiale, op. cit.

[3] Cfr. R. G. Lipsey, Introduzione all’economia, III ed. Etas Kompass, 1968, cap.38.

[4] Per una sintesi molto chiara con la quale sono trattati i casi di inefficienza del mercato concorrenziale, si consiglia la lettura dell’introduzione di A. Pedone al vol, L’Analisi costi-benefici I. Aspetti e problemi generali, Formez, Napoli, 1976.

[5] Cfr. G. Zanetti, Sviluppo sostenibile ruolo e scelte per le imprese, Synchron, 2/92.

[6] Cfr. V. Hösle, Filosofia della crisi ecologica, Einaudi 1992, pagg. 112, 115 e 116.

[7] Cfr. R. Papini e A. Pavan, (a cura di), Etica ed economia, 1,Marietti 1989, pagg. 22 e 24.