La tragedia del Costa Concordia vista da un cappellano di bordo

Intervista al direttore della Pastorale del Mare della Chiesa italiana

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di H. Sergio Mora

ROMA, martedì 17 gennaio 2012 (ZENIT.org) - Le crociere che percorrono il Mediterraneo sono presentati nelle pubblicità come grandi centri ludici e, per molti versi, lo sono. Intanto, con il naufragio della Costa Concordia, è venuto a galla qualcosa che non sempre si sa sulle crociere: queste “città galleggianti” hanno un cappellano a bordo. In questo caso padre Raffaele Malena, che ha vissuto in prima persona il naufragio. Assieme a lui, il parroco dell’isola del Giglio, don Lorenzo Pasquotti, ha aiutato i naufraghi. Ma anche il direttore della Pastorale del mare della Chiesa italiana, don Giacomo Martino, che a Grosseto ha coordinato l’assistenza ai naufraghi. Don Giacomo ha spiegato in un’intervista a ZENIT il ruolo di un cappellano in una crociera.

Il cappellano

Prima di passare all’intervista è importante ricordare che il cappellano della Costa Concordia, mentre avveniva il naufragio ha chiamato la centrale dell’Apostolato del mare, per informare di quanto stava accadendo. Gli hanno chiesto se voleva che andassero a prenderlo e don Raffaele ha risposto con fermezza: “Adesso devo rimanere vicino dell’equipaggio e i passeggeri per dare loro conforto in questo momento di grande confusione”.

Il cappellano, che conosceva molti dei più di mille componenti dell’equipaggio, ha preso la loro difesa: ‘Il problema dell’evacuazione – ha detto – è stato il panico, l’equipaggio si è comportato bene”.

In un'intervista a Sergio Centofanti della Radio Vaticana ha detto: “Il cappellano va dove è chiamato ad andare. Ho dato loro coraggio. C’erano tanti bambini, una bimba l’ho presa in braccio, ho chiesto la mandassero prima con sua mamma e la sua evacuazione ha avuto precedenza”.

Don Raffaele ha ricordato che in questa isola, con 1200 persone d’estate e 700 in inverno, “tutti volevano dare una mano, hanno aperto gli alberghi, ci hanno dato da mangiare, coperte e tutto quello che avevano ce lo davano”. E conclude: “Agli abitanti dell’isola del Giglio dovrebbero fare un monumento”.

Il parroco dell’isola del Giglio

Il cappellano Malena ha aggiunto: “C’è un altro sacerdote a chi ringrazio molto, il parroco del Giglio, don Lorenzo Pasquotti, che ha immediatamente aperto la chiesa”.

Il 61enne parroco di San Lorenzo e San Mamiliano ha aperto la chiesa e organizzato tutto quello che si poteva fare per aiutare i naufraghi di questo gigante di 17 piani. Lunedì scorso, a causa del mare mosso e di uno slittamento della nave, sono state sospese le ricerche delle persone disperse.

Il direttore dell’Apostolato del Mare

Don Giacomo Martino, direttore dell’ufficio per la pastorale dei lavoratori della navigazione marittima ed aerea, della Conferenza Episcopale italiana, intervistato da ZENIT sul naufragio, ha detto che “l’equipaggio probabilmente ancora non ha assimilato interamente il colpo, e le accuse che girano nei mezzi di comunicazione contro di loro, li fanno sentire naufraghi per seconda volta”.

Ha sottolineato che “parlando con tante persone, ho visto che non è vero quanto si dice sull’incompetenza di cui alcuni mezzi di comunicazione hanno parlato. Si fanno dei simulacri di naufragio, ma è diverso quando si tratta di un vero naufragio nel quale si diffonde il panico”.

Il ruolo di un cappellano a bordo

“Cosa fa un cappellano a bordo? Fa l’uomo di Dio. Certo – ha proseguito don Giacomo – senza fare differenza tra passeggeri e l’equipaggio, anche se il suo principale compito si svolge nel settore dell’equipaggio”.  

Ha ricordato che “questi lavoratori contano sulla presenza di un cappellano, anche se sono di altre confessioni religiose” e ha aggiunto: “Anche nel Ramadan, ad esempio, non in modo automatico, ma molte volte mi chiedono che faccia la preghiera finale”.

L’equipaggio: diverse nazionalità, religioni e contributi

Nell’equipaggio di una nave, ha proseguito, “le persone sono di diverse nazionalità, quindi di religioni diverse e ciascuna apporta la propria professionalità: i filippini per esempio sono bravi barman, i cinesi sono impegnati nelle lavanderie. Scommetto, per esempio, a trovare dei sudamericani nelle navi carico, invece li trovi in quelle di passeggeri. I brasiliani sono bravi nella parte artistica”.

Prima Dio poi la famiglia

“Quali sono le inquietudini dell’equipaggio? Innanzitutto vogliono ringraziare Dio e in secondo luogo pensano alle loro famiglie”. Il direttore dell’Ufficio per la pastorale dei mari ha dichiarato a ZENIT che domenica, nel porto di Grosseto, ha celebrato la santa messa alla quale hanno partecipato in molti, anche se pochi hanno ricevuto la comunione, quindi probabilmente i cattolici non erano molti.

“Quello che mi piace di questa gente - ha aggiunto - è la naturalezza che hanno nel rapporto con Dio, visto che vivono la dimensione religiosa come qualsiasi altra attività. Sulla religiosità del naviganti ha precisato: “Ho visto che esiste una cultura religiosa in loro con una profonda conoscenza delle differenze. Loro sanno che sono un sacerdote cattolico e nella coscienza della differenza si manifesta la perfezione dell’unità. Non c’è confusione, né l’idea di una fede che è una ‘marmellata’. Non qui”.

Il mare visto da un marittimo e da chi sta a terra

“Chi è a bordo – conclude – è quasi obbligato a sottolineare ciò che ci unisce e non quello che ci divide.  È come quando si guarda il mare dalla terra ferma: si pensa che il mare ci divide. Invece il marittimo che è sulla nave dice: no, il mare ci unisce”.

L’equipaggio: “siamo il capro espiatorio”

Il direttore dell’Ufficio per la  pastorale marittima ha girato a ZENIT alcuni degli sms che ha ricevuto sulla tragedia.

Uno dice: “Ciao don Giacomo. Sai cosa mi viene in mente sentendo le notizie? Si parla male di equipaggio, tutti bravi e buoni gli altri ma il nostro equipaggio che diventa un caprio espiatorio. Spero che qualcuno dalla compagnia prenda le difese dei membri di equipaggio. Stiamo male… tutti quanti... perché sentiamo di accuse contro l’equipaggio e solo questo.  Ho letto un articolo su un giornale (…): La gente rompeva armadi di vetro per rubare salvagenti...". Ma chi ha pubblicato questo? Ma per favore... da quando si tengono salvagenti in armadi di vetro sui corridoi? Credimi, tutti nell’equipaggio stanno male. Anche noi abbiamo perso qualcuno, anche i nostri amici soffrono e non si trovano. Ci sarà qualcuno che prende le nostre difese? Scusami per lo sfogo.... ciao Carissimo”.

Un altro messaggio di un compagno di missione dice: “Carissimi confratelli tutti. Stiamo vivendo momenti di grande dolore per la vicenda del Concordia, nave che porto nel cuore, in quanto è per me il primo amore, avendoci fatto circa 8 mesi a bordo, da Marzo a Novembre 2011. Ora pensare che ci sono delle vittime e altre persone disperse ci addolora per la loro attuale situazione!  (…) Stiamo sperimentando l’attenzione che i membri dell’equipaggio hanno nei nostri confronti, si nota grandemente questo. Stiamo riscontrando che i ragazzi sono turbati, si nota la loro preoccupazione e sofferenza, dobbiamo per tanto essere forti prima noi e conseguentemente essere vicini alla loro situazione di disorientamento attuale. Il Signore ci dia la forza per svolgere la nostra delicata missione di cappellani di bordo e viverla nel modo migliore (…). Mi piace richiamare passo del vangelo di Emmaus che in qualche modo esplicita il nostro essere a bordo della navi: ‘Gesù si accostò ai due discepoli e camminava con loro!’. Un saluto grande e grazie di tutto, il Signore ci benedica”.