"La vera pace significa un cambiamento di cuore"

Intervista con monsignor Giuseppe Filippi, vescovo della diocesi di Kotido, in Uganda

| 1044 hits

ROMA, venerdì, 27 gennaio 2012 (ZENIT.org) - Situato nell’Africa centrale, l’Uganda è il maggior produttore di caffè al mondo. Metà della popolazione ugandese è cattolica. La diocesi di Kotido, guidata da monsignor Giuseppe Filippi, è una delle più povere del Paese, a causa della scarsità di precipitazioni.

Poiché non c’è abbastanza acqua per l’agricoltura, la gente dipende dal bestiame (bovini, capre e pecore) per sopravvivere. Lo stile di vita è nomade, caratterizzato da una continua ricerca di acqua e di pascoli.

In collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), Marie-Pauline Meyer ha intervistato per Where God Weeps (Dove Dio Piange) monsignor Giuseppe Filippi, vescovo della diocesi di Kotido, in Uganda.

Può descriverci la vita della gente? È molto povera?

Mons. Filippi: Sì, è molto, molto povera. La loro unica preoccupazione è sopravvivere di giorno in giorno e la maggior parte delle volte si muore di fame. Il Programma Alimentare Mondiale viene loro in aiuto. La loro dieta è a base di latte di mucca e di capra, cui si aggiungono la carne e il sangue, che bevono, perché il latte di mucca non è sufficiente a nutrirli.

Ha molte tribù nella vostra diocesi?

Mons. Filippi: Ci sono due tribù principali e due tribù più piccole. La più numerosa è la Jabwor, che occupa la parte meridionale della diocesi. Vivono in una zona montana e più ospitale, dove la stagione delle piogge è un po’ più lunga e sono possibili diversi tipi di culture, utili per sopravvivere. L’altra tribù principale è la Karimojong, divisa in due gruppi, i Jie e i Dodos. Essi sono pastori ma sono molto forti e potenti. Purtroppo hanno fucili e li usano per rubare o razziare il bestiame delle tribù vicine. Questo crea tensioni e difficoltà tra di loro, ma questo è il loro modo di vita, e se il governo e le istituzioni non saranno in grado di proporre loro un modo di vivere alternativo, questa situazione andrà avanti.

Queste tribù sono cattoliche o hanno altre credenze?

Mons. Filippi: La maggior parte di loro crede nelle religioni tradizionali. C’è un elemento comune nelle loro religioni, che è la credenza in un Dio unico e che Dio è il creatore e il datore di ogni cosa, il che è positivo. Credono anche in molti spiriti che hanno il potere di intervenire nella loro vita: lo spirito del fiume, della stagione secca, della stagione delle piogge, e così via. Devono trattare con tutti questi spiriti per evitare tutti i problemi che possano provocare. Credono anche negli spiriti degli antenati che vanno rispettati. Tutto questo crea un po’ di paura.

Come si volge il vostro lavoro?

Mons. Filippi: Il mio lavoro è l’evangelizzazione. In generale le popolazioni locali accolgono favorevolmente l’insegnamento della Chiesa anche se sono restii alla conversione. Percepiscono il nostro insegnamento come attraente e molto allettante per i loro bisogni. La loro riluttanza deriva dalla percezione che per diventare cristiani si debba cambiare la propria vita e determinate abitudini, il che significa, ad esempio, smettere di razziare il bestiame dei loro vicini. Devono smettere di uccidere e lo trovano una contraddizione. Non sono capaci di abbandonare il loro modello di vita per assumere un nuovo stile di vita, che è meno produttivo, perché, vivendo in pace, ci si pone la domanda: come facciamo a sopravvivere?

Così la pace significa la povertà?

Mons. Filippi: Sì, proprio per questa ragione la Chiesa cattolica e le altre Chiese cercano di offrire al popolo Karimojong stili di vita alternativi, come l’agricoltura e lo sviluppo di altre risorse come la gomma arabica, ma non è facile. Gli uomini sono particolarmente restii alla conversione. Non disprezzano la religione. Ascoltano. Vogliono sapere ma aspettano la fine della loro vita per convertirsi, quando sono anziani, quando non sono più guerrieri, quando possono vivere in pace e hanno bisogno di pace.

Quella cattolica è la più grande comunità nella sua diocesi?

Mons. Filippi: Sì, è la più grande perché la presenza della missione cattolica è molto forte, sia quantitativamente che qualitativamente. Lo possiamo attribuire quasi interamente alle scuole cattoliche. La gente ha grande fiducia nella Chiesa cattolica: non altrettanto si può dire di altre istituzioni come il governo o le ONG.

Quali sono le vostre priorità nella vostra diocesi?

Mons. Filippi: Ho tre problemi fondamentali. Il primo è l’evangelizzazione. Dobbiamo trovare un modo comune per evangelizzare la gente, non solo facendo proselitismo ed integrandola nella nostra diocesi ma anche per aiutarla a trovare la propria identità. Quindi stiamo lavorando sodo per creare un centro di formazione per tutti i tipi di leader particolarmente orientati a guidare la comunità cristiana verso una vita migliore. La seconda priorità è l’educazione. L’educazione è una sfida.

Perché?

Mons. Filippi: Non è una questione di poche scuole. Abbiamo abbastanza scuole, è il loro standard che è molto basso. Siamo emarginati perché siamo nella periferia del Paese e la maggioranza degli insegnanti assegnati alle nostre scuole sono gli scarti. Il governo controlla gli insegnanti e spesso gli insegnanti esercitano un’attività commerciale o non si impegnano. Il mio obiettivo non è di rifiutare o respingerli, ma cercare di aiutarli ad essere più motivati a fare il loro lavoro. Non ho altra scelta.

E la terza?

Mons. Filippi: La terza è lo sviluppo umano. Dobbiamo essere realisti. La fame è stata la normalità per diversi anni. Molte ONG hanno buona volontà e desiderano aiutare questa gente a migliorare la qualità di vita. Arrivano e pensano di poter risolvere i problemi in due o tre anni, ma a Karimojo ci vogliono 20 anni per farlo. Vorrei rivedere il vecchio sistema di assistere la nostra gente per trovare maniere più adatte al luogo e prendere in considerazione la natura della gente: le loro risorse, le proprie capacità, anche se questo significa che dobbiamo lavorare 20 anni prima di ottenere qualcosa.

La vostra diocesi è nel nord dell’Uganda. Qual è la vostra esperienza con l’Esercito di Resistenza del Signore?

Mons. Filippi: Nel 1998 i ribelli sono arrivati in 300 e hanno saccheggiato completamente la mia missione, distrutto il dispensario, saccheggiato il lebbrosario, hanno rapito 50 persone della nostra gente, uccidendone cinque o sei. Ho sperimentato personalmente la crudeltà di queste persone. Nel 2007, l’Esercito di Resistenza del Signore si trasferì nel Congo. Il motivo di questa partenza fu il trattato di pace in Sudan, che costò a Joseph Kony, il capo dei ribelli che si era rifugiato in Sudan, la perdita di sostegno da parte del governo nel nord del Sudan. I campi dei ribelli in Uganda sono stati lentamente smantellati e ora possiamo dire che l’Uganda si gode la pace.

Mons. Filippi, qual è il suo motto episcopale?

Mons. Filippi: Il mio motto è “La tua parola è Pace”, perché non c’è pace permanente tra i vari gruppi. Le scaramucce si succedono costantemente tra di loro. E gli incontri di pace non sono stati corrisposti con accordi di pace durevoli. La vera pace non scatterà da questi incontri ma si verificherà solo quando la gente contempla un cambiamento del cuore, quando diventa simile al cuore di Cristo. Per questo motivo, ho messo sul mio stemma la Bibbia con due gocce di sangue e di acqua in memoria di Cristo sulla Croce trafitto dalla lancia, dal cui costato uscì sangue ed acqua. Questa è l’incontro della vita nello spirito e della vita umana. Parlo alla gente in questo modo: se non otteniamo la vita dello spirito attraverso la nostra vita umana, allora la pace non verrà mai.

Cosa può fare la Chiesa universale?

Mons. Filippi: La mia diocesi è povera e la Chiesa universale mi ha mandato aiuti. Sento che la Chiesa mi sostiene. Posso andare avanti con le poche risorse che ho, ma quello di cui ho veramente bisogno sono le persone perché le persone sono la risorsa principale. Se non hai le persone, allora i soldi sono inutili. Non ho bisogno di tanto denaro perché non ho abbastanza persone con cui lavorare, è come costruire una cattedrale nel deserto e che non funzionano senza la gente per sostenerla. Abbiamo bisogno di persone impegnate a servire, guidare e lavorare con loro, in fiducia e fede in Dio.


Questa intervista è stata condotta da Marie-Pauline Meyer per Where God Weeps, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network, in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre.

In rete:
Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org
Aiuto alla Chiesa che soffre Italia: www.acs-italia.glauco.it
Where God Wheeps: www.wheregodweeps.org

[Traduzione dall’inglese a cura di Paul De Maeyer]