La vera vita di Chiara e Francesco

La postmodernità dei due grandi santi è nel Vangelo: non fecero altro che metterlo in pratica in maniera radicale

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di Carmine Tabarro

ROMA, martedì, 17 luglio 2012 (ZENIT.org). In questo articolo, che sarà il primo di una serie, vorremmo fare una riflessione sulla vera storia di Santa Chiara e San Francesco. Difatti esiste una agiografia su questi due grandi santi della Chiesa, che non rende giustizia alla loro testimonianza di fede.

I mezzi di comunicazione ci hanno presentato attraverso film, libri, fiction e canzoni, "verità'" che sono molto lontane dalla storia. Chiara e Francesco, sono due persone che hanno vissuti immersi totalmente in Dio.

Sono due persone che hanno vissuto delle vite piene di grazie divine, ma allo stesso tempo sono stati provati da sofferenze e da incomprensioni a partire dalle persone a loro più vicine. La loro vita e' un "eccomi" alla "chiamata" di un radicalismo evangelico che riescono a realizzare solo in parte.

San Francesco negli ultimi anni della sua vita, oramai cieco, provato dalle malattie sfigurato nel volto, nonostante il dono delle stimmate, è lontano dal santino sorridente che solitamente ci si viene presentato.

Da guerriero ed imprenditore all'età oramai matura (per il tempo) di 28 anni inizia a vivere in maniera gioiosa la vocazione di vivere in maniera radicale il Vangelo. Poi, per grazia divina, quest'uomo di Dio che non aveva nessuna intenzione di dare vita ad un ordine religioso, vede crescere a dismisura i suoi fratelli (umanamente avremmo detto "successo").

Purtroppo a questo successo corrisponde una diminuzione del livello di spiritualità e la volontà di sacrificio; iniziano le divergenze e le divisioni con il carisma di Francesco che ne soffre molto.

Questo ci è testimoniato dalla Regola non bollata rispetto alla Regola bollata. In quella non bollata si afferma: "Coloro che per divina ispirazione vogliono andare a vivere fra i saraceni o altri infedeli vadano, e il superiore non li fermi". Nella Regola bollata del ’23, è il contrario: "possono andare solo coloro che il superiore (ministro) pensa siano adatti". Inoltre non c’è più il concetto del "vivere fra i saraceni". Un’idea tanto innovativa da essere ripresa da uomini di Dio come Charles de Foucauld, sette secoli dopo.

Francesco pensa a una vita fra i musulmani nel reciproco rispetto. "Se poi piace a Dio, allora si parli di Dio". Per lui è la carità che diventa lievito. San Francesco nutriva stima per gli islamici, tanto che nella lettera ai Reggitori di popoli, al ritorno dall’Egitto, promuove l’istituzione di fratelli che dai campanili delle chiese, come dai minareti, invitino la gente alla preghiera.

Gli ultimi anni sono quelli più difficili, ma sono anche quelli delle stimmate. Oramai disperato per i tradimenti e quasi solo, vive ben conscio della poca stima della maggioranza dei suoi fratelli. Le stimmate ricevute alla Verna, secondo Tommaso da Celano, il primo biografo di Francesco, costituiscono per lui l’estrema pacificazione: capisce di dover accettare la volontà del Padre come Cristo nel Getsemani.

In questo senso va letto quanto ci viene raccontato da Tommaso da Celano, circa il famoso racconto di San Francesco che per tre volte apre il Vangelo (in realtà i racconti sono due) e gli esce la pagina del Getsemani. Francesco legge questo evento come una "chiamata" a dover bere al calice della volontà di Dio, al punto che si materializzeranno nelle stimmate.

Anni dopo, Bonaventura da Bagnoregio ci ricorda il medesimo episodio, ma la pagina del Vangelo diventa quella del Golgota, e attraverso le stimmate il sacrificio di Francesco viene accomunato a quello di Cristo.

Ma, come detto, San Francesco è anche un uomo di Dio che è chiamato a vivere una serie di tradimenti e di sconfitte. Una vita triste quindi, piena di ostacoli. Quattro anni prima di morire Francesco è costretto dai suoi fratelli a dare le dimissioni dal vertice dei frati minori.

Chiara (prima donna nella Chiesa a scrivere una Regola), la vede approvata solo il giorno prima di morire, una Regola come nel caso di San Francesco, che non è la stessa che lei voleva. Difatti dopo la sua morte Papa Urbano IV la modifica ammorbidendola, così che ancora oggi le Clarisse hanno due regole possibili: Monache Clarisse e Clarisse Urbaniste.

Ma come l'antropologia biblica c'insegna a partire da Adamo ed Eva a Caino ed Abele ecc., la loro grande spiritualità trasforma la ferita, la sofferenza in benedizione e in gioia.

Avviandoci verso la conclusione vogliamo soffermarci sui rapporti tra Chiara e Francesco. Alla base della loro relazione c'era una profonda intesa spirituale. Da giovane Chiara vede in Francesco la sua "chiamata vocazionale".

A 18 anni Chiara lascia la casa paterna e, secondo la sorella Agnese (Proc. 12,2: FF 3086), fu chiamata da Francesco, che aveva sentito parlare della sua santità. Nel Testamento (TestsC 9: FF 2826) Chiara afferma che, quando Francesco "non aveva ancora né frati né compagni", mosso dallo Spirito Santo, comprese la profonda amicizia spirituale che lo legava a Chiara e profetizzò l'avvento delle Povere Dame a San Damiano (TestsC 11-14: FF 2826-2827).

Invece, secondo Tommaso da Celano e Bona di Guelfuccio, amica d'infanzia di Chiara e presente ai primi incontri tra lei e Francesco, fu invece Chiara a prendere l'iniziativa dei contatti (Proc. 17,3: FF 3125) (LegsC 5: FF 3162-3165). Lei aveva 18 anni, lui 29. Erano momenti di autentico discernimento: ognuno rivelava all'altro ciò che era. Ad Assisi, l'amicizia tra Francesco e il suo radicalismo evangelico e la primogenita di una delle più nobili famiglie della città fece sicuramente sorgere giudizi cattivi.

Ma Francesco, in diverse occasioni, dimostrerà di non risultare colpito dai giudizi negativi della gente: era più sorpreso e impensierito dalle richieste di Chiara. Lei si preoccupava, non tanto di salvare la sua buona reputazione, ma di evitare l'opposizione della famiglia, che avrebbe potuto impedirle di realizzare la sua vocazione; colpisce la sua capacità, a 18 anni, di fare una scelta radicale senza più tornare indietro.

Difatti il padre le aveva imposto il matrimonio ma lei la notte del 28 marzo 1211, come detto a 18 anni, fugge e raggiunge San Francesco. San Francesco la accoglie come penitente e le taglia i capelli, le dà una tunica e la manda in un monastero benedettino. Dopo non molto tempo Chiara va a vivere in una piccola costruzione vicino alla chiesa di San Damiano e qui viene raggiunta dalla madre, dalle due sorelle e da altre ragazze.

Da San Francesco ottiene la prima regola della sua vita religiosa: la povertà. Questa regola, insieme alla preghiera e alla contemplazione, viene difesa da Chiara in varie lettere e scritti. Francesco e Chiara avevano un’idea comune della vita religiosa. Francesco pensa a un progetto aperto a uomini e donne: Fratres minores e Sorores minores. Gli uni indipendenti dalle altre, ma con la stessa regola. Un progetto uguale e parallelo che fonda sulla grande stima di Francesco per le donne.

Poi Francesco, angosciato dalle difficoltà per l’approvazione della regola, visti gli ostacoli posti dalla gerarchia e dai confratelli è costretto a stralciare la posizione del ramo femminile. Però non abbandona mai Chiara alla sua sorte. E mai Chiara si sente abbandonata.

Poi, anche lei trova enormi difficoltà. Non voleva la clausura, che per molti secoli ancora sarà l’unico modo di concepire la vita religiosa al femminile. Aveva un’idea modernissima di suore che si alternano nella vita contemplativa e in quella attiva fra la gente. È l’attualità che permea l’idea originaria di Francesco.

La vera postmodernità di Francesco e Chiara è nel Vangelo. Francesco e Chiara non fanno altro che metterlo in pratica in maniera radicale, nonostante tutti e tutto il potere umano e religioso.