La veridicità della figura di Gesù Cristo

Conferenza alla “Regina Apostolorum” sul volume di Joseph Ratzinger

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ROMA, martedì, 8 maggio 2007 (ZENIT.org).- Lunedì sera, presso l’Università Pontificia “Regina Apostolorum”, è stata organizzata una dissertazione sul libro di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI dal titolo Gesù di Nazaret, che ha di recente surclassato il settimo volume della saga di Harry Potter, mentre in Germania ha battuto un mostro sacro della letteratura mitteleuropea come il Premio Nobel Günter Grass.



Ad analizzare i contenuti e la struttura del libro sono stati tre docenti dello stesso Ateneo: padre Antonio Izquierdo, LC, professore di Vangeli Sinottici, don Nunzio Capizzi, professore di Teologia fondamentale, e padre Paolo Scarafoni, LC, professore di Teologia trinitaria.

“Nello sviluppare la sua opera – ha esordito padre Izquierdo – il Santo Padre ha seguito quattro criteri: in primo luogo un criterio di carattere personale, nella misura in cui egli ha concepito il libro molti anni addietro, ripercorrendo un lungo cammino intellettuale e di fede che intende superare i forti contrasti dottrinali, culminati negli anni ’70, che hanno portato, attraverso differenti esegesi storico-critiche, a un interpretazione del Gesù storico molto lontana dalla realtà”.

“In secondo luogo Papa Ratzinger ha seguito un criterio scientifico, per l’esattezza storico-critico – ha proseguito il biblista –. Un metodo molto efficace, ad avviso del Papa, ma con alcuni limiti: non permette collegamenti logici con il presente, non va oltre la parola umana e difficilmente riesce a ricomporre i singoli frammenti storici in un unico mosaico”.

“C’è poi il criterio dell’esegesi canonica – ha detto ancora padre Izquierdo – che sviluppa in modo organico il metodo storico-critico e ne fa una vera teologia. Le Sacre Scritture, in questo senso, sono guidate dalla forza dello Spirito e vanno interpretate nell’ottica di questa unità”.

“L’ultimo criterio è riferito alla fiducia nella veridicità dei quattro vangeli: si dà per acquisito che Gesù Cristo è una figura sensata e convincente”, ha continuato.

Sul tema dell’attualità degli interrogativi che circondano la figura del Nazareno è intervenuto don Nunzio Capizzi, sottolineando in primo luogo che “attraverso l’Incarnazione la Divinità entra nella storia reale, quindi le Sacre Scritture devono necessariamente richiamarsi al dato storico e non semplicemente ad un nucleo di simbologie”.

“Sia i credenti che i non credenti – ha proseguito Capizzi – si domandano sovente in che modo le parole di Gesù possono ‘dire qualcosa’ a noi contemporanei. Qui è l’approccio canonico che interviene: è il popolo di Dio di allora che parla e comunica al popolo di Dio attuale”.

“In altre parole – ha spiegato – siamo, noi fedeli del nostro tempo, a far vivere ancora quelle stesse parole di duemila anni fa, anche con codici e linguaggi diversi. In un certo senso il quinto vangelo è quello di chiunque racconta e trasmette la parola di Gesù”.

“Un altro interrogativo ricorrente – ha aggiunto il teologo – è come si possa convincere a credere chi non ha fede. La premessa è che la figura di Gesù e il suo modo di vivere affascinano anche i non credenti e che l’accentuazione dell’umanità di Gesù va incontro all’uomo moderno”.

“Quindi l’annuncio del Regno non è solo un’affermazione ma un avvenimento, così come Gesù è un avvenimento – ha chiarito –. Possiamo rimanere vicini a Lui, anche nella lontananza se meditiamo e riflettiamo sulla realtà della Sua tentazione, il cui racconto è in stretto rapporto con il battesimo di Nostro Signore”.

Le riflessioni di padre Paolo Scarafoni sono andate, invece, nello specifico dei capitoli IX (confessione di Pietro e Trasfigurazione) e X di Gesù di Nazaret (le tre definizioni che Gesù dà di se stesso: Figlio dell’Uomo, Figlio e ‘Io Sono’) .

Quelle descritte nel capitolo IX, ha spiegato padre Scarafoni, sono “due vicende che svelano la natura di Gesù Cristo, come messia, salvatore e Figlio di Dio. Epiteti, questi ultimi, che sono pressoché impossibili da ricostruire a posteriori ed è inverosimile che gli apostoli, in tempi successivi alla Sua morte, possano essersi messi d’accordo nell’attribuire a Gesù una natura anche divina, come vorrebbe una certa letteratura ‘alternativa’”.

“Figlio dell’Uomo, Figlio e ‘Io Sono'” – ha poi affermato padre Scarafoni – sono, invece, definizioni che solo ed esclusivamente Gesù si attribuisce e che non appaiono in bocca a nessun altro personaggio del Nuovo Testamento.

“L’espressione ‘Figlio dell’Uomo’ – ha proseguito – è già presente nell’Antico Testamento nei libri dei profeti Daniele e Isaia. Se in Daniele l’avvento del Figlio dell’Uomo ha carattere collettivo, con Gesù si personalizza”.

“Le espressioni ‘Figlio’ e ‘Figlio di Dio – ha detto ancora padre Scarafoni – nell’antichità erano riferite ai figli di re e imperatori. Con Gesù la parola ‘Figlio’ si distacca dal potere temporale e politico e si associa alla dialettica Padre-Figlio e alla loro conoscenza reciproca (“Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio”, Mt 11,25)”.

“Questa conoscenza non viene donata ai sapienti ma ai semplici, di qui l’umiltà, la figliolanza e la purezza di cuore che si manifesta nell’espressione Abbà”, ha proseguito.

“L’affermazione ‘Io sono’ – ha concluso padre Scarafoni – fa riferimento alla coscienza della propria natura da parte di Gesù e si manifesta sia in forma ‘semplice’ che nelle varie forme ‘composte’ ‘Io sono la luce del mondo’, ‘Io sono il buon pastore’ , eccetera. Da un lato, dunque, i discepoli lo riconoscono come il Figlio del Dio vivente, dall’altro è Gesù stesso a presentarsi come tale”.