La verità romanzesca come kairos teologico

Stili e criteri per il rinnovamento della teologia fondamentale

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di Robert Cheaib

ROMA, domenica, 2 dicembre 2012 (ZENIT.org). - Nel suo capolavoro «L’Action»,Maurice Blondel mette in discussione la classica concezione della verità come adaequatio intellectus ad rem. Tale concetto non è errato, ma è limitato. Esso si riferisce alla verità astratta, concettuale, al modo evidente con cui conosciamo le cose.

Quando si tratta, invece, della verità vitale, essa non si raggiunge con una semplice adeguazione intellettuale, ma con una maieutica e una conversione dell’essere nella verità colta e ac-colta. Da qui il grande filosofo francese parla di Adaequatio vitae et cognitionis. Si configura così un volto più esistenziale della verità che coinvolge l’essere, il fare, il vivere… La verità non si coglie ma si invera, diventa la verità di un’esistenza, di un’irradiazione e di una testimonianza. Da qui si capisce anche la pregnanza delle espressioni giovannee: «fare la verità», «essere nella verità», «dimorare nella verità».

Questa concezione vitale della verità obbliga a una riconsiderazione del modo di fare teologia. Non si può esiliare la vita e pretendere di continuare a parlare di una verità vitale qual è la fede! Da qui l’importanza del coraggioso contributo di Federico Grosso nel saggio Teologia e biografia: un dialogo aperto. Stili e criteri per una proposta teologica esistentivo-testimoniale, pubblicato presso le Edizioni Messaggero Padova con il patrocinio della Facoltà Teologica del Triveneto.

Al di là del divorzio tra vita e pensiero

Frutto di una tesi difesa presso la Pontificia Università Gregoriana sotto la guida di Elmar Salmann che ne stila la Prefazione, il saggio tocca un punto dolente della teologia degli ultimi secoli quello della separazione tra teologia e santità (H. U. von Balthasar), tra intellectus fidei e confessio fidei (M. Seckler, P. Martinelli), tra fides quae e fides qua. Per rimediare a questo infelice divorzio, l’autore esplora il panorama spesso trascurato tra biografia e teologia, riflessione ed esperienza, testimonianza profetica individuale e vita della/nella polis. Questa esplorazione non avviene in chiave teoretica che rischia di ricadere nell’astrattismo da cui si tenta di sfuggire, ma guarda a otto mito-biografie concrete che offrono un orizzonte libero e liberante, ispirato e ispirante, un nuovo stile e una rinnovata comprensione della teologia fondamentale.

Gli otto personaggi scolpiti nei quattro «medaglioni» sono Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti (visti come inveramento dello stile cristiano nell’impegno politico); Giuseppe De Luca ed Ernesto Balducci (che figurano come narrazione dello stile cristiano nell’impegno culturale); Primo Mazzolari e Lorenzo Milano (che permettono un profilarsi dello stile cristiano nell’impegno pastorale); e Francesco Placereani e Antonio Bellina (che delineano uno stile particolareggiato di stile cristiano della presenza nella realtà locale friulano, quella dell’autore del saggio).

Gli «attori» di questi medaglioni non sono considerati da una prospettiva storiografica ma sono visti e rivisitati come modelli sperimentali di una teologia inverata biograficamente. Questi inveramenti biografici si offrono come un nuovo modello di oggettività – o meglio di trans-soggettività – fondata non sull’astrattezza del universalismo concettuale ma su un «realismo totale» in cui l’intreccio fecondo tra vita, storia, realizzazioni si traduce in uno sguardo interpretativo della di per sé oscura realtà dell’esistere umano.

Lenti ermeneutiche

La riflessione e l’analisi avviene con l’aiuto di alcune «lenti» teologiche che offrono una chiave ermeneutica e prospettica allo sguardo coraggioso sulla biografia.

La prima lente è offerta da Johann Baptist Metz il quale denuncia la scissione tra «biografia mistica» e «dosso grafia della fede» che ha reso la scienza teologica «una dottrina atrofizzata nell’oggettivismo». Il discepolo di Rahner invita a una risintonizzazione delle due affluenti per elaborare «una teologia del vissuto storico» che eleva il soggetto alla coscienza dogmatica e rinvigorisce il dogma con la concretezza e la palpitazione della vita.

La seconda lente è offerta da Jürgen Moltmann che focalizza la centralità della dimensione vitale nel processo del teologare, giacché «uno diventa teologo vivendo, anzi morendo e finendo dannato; non conoscendo, leggendo o speculando». La teologia sistematica si configura come uno strumento di auto comprensione, approfondimento ed espressione del vissuto teologale.

La terza lente è offerta da Andrés Torres Queiruga che mette in risalto come la plausibilità di Dio dal punto di vista antropologico si fondi sulla capacità o meno dell’ipotesi di Dio di chiarire la situazione vitale dell’uomo. La rivelazione porta l’uomo nelle profondità insondabili di se stesso e nel contempo ben al di là di se stesso. La storia personale, da vaga utopia diventa un potenziale terra promessa kairologica per un incontro possibile e contemporaneo con il Risorto. L’esistenza personale diventa, in altri termini, un luogo di rivelazione e incontro con il Dio che nella storia si è dato una volta per tutte a tutta la storia e a tutti gli uomini.

La quarta lente è costituita dalle prospettive di Elmar Salmann e di Christoph Theobald che propongono, con sfumature diverse, di vedere il cristianesimo come una proposta di stile di abitare il mondo. L’approccio stilistico si pone naturalmente come ponte tra il dato antropologico e quello teologico, come un connubio fecondo tra la pesanteur et la grâce.

Con l’aiuto di queste lenti, l’autore tenta una riflessione a partire dalla lettura dei medaglioni biografici. Confrontandosi con la gestualità degli «attori» ben conosciuti al panorama sociale ed ecclesiale italiano, con le loro contraddizioni e le loro visioni teologiche che «avvicinano il cristianesimo dai margini, dalle sue regioni periferiche», Federico Grosso si avventura verso quella «Galilea delle genti», ovvero il territorio abitato dagli uomini e dalle donne di oggi spesso disaffezionati al sacro, emotivamente distanti dal cristianesimo e ideologicamente estranei al suo linguaggio e alla sua ermeneutica globale.

Al bivio tra teologia fondamentale e teologia pastorale

Non è superfluo sottolineare che l’autore è al contempo docente di teologia e pastore d’anime. La sua pastorale offre alla sua teologia fondamentale il senso della concretezza, l’urgenza dei problemi e il pathos della responsabilità verso la storia e verso il cammino concreto dell’uomo. E la sua teologia e l’amore per la cultura plasmano e sublimano la proposta pastorale in dialogo con le istanze e le sfide del caso serio della fede. Il risultato è un’eloquente e rara sintesi tra teologia sistematica e configurazione esistenziale.

L’approccio di Federico Grosso esprime la gestualità tipica di una teologia fondamentale chiamata – quale «disciplina di frontiera» e di dialogo – ad essere «estroflessa», a raccontarsi con le parole dell’altro, spesso lontano e pregiudiziale, per mostrargli quanto può essere vicino e compagno di cammino.

L’attestazione della verità romanzesca

L’interesse dell’opera risiede non tanto nel collocare in sequenza la vita e la riflessione degli autori, ma di scorgere nella stessa densità esistentivo-testimoniale la carica teologica degli autori. L’approccio teologico del saggio, infatti, non verte sull’argomentazione costringente ma sulla manifestazione invitante. L’autore preferisce porsi nella prospettiva della «verità romanzesca» evocata dall’antropologo René Girard e dal romanziere Milan Kundera. Siamo dinanzi al criterio veritativo che emerge non dal concatenamento sillogistico dei ragionamenti astratti ma dal «libero, simultaneo, sorprendente e provvidenziale intrecciarsi e illuminarsi vicendevole delle vite e delle relazioni personali».

La molteplicità degli autori – che può a primo acchito sorprendere in un lavoro di dottorato – mira proprio a esporre diversi fili fragili (e quale biografia cosciente di sé non si concepisce come affermazione assolutamente necessaria e tremendamente relativa?) che si intrecciano per far intuire e percepire – e quindi, «balthasariamente» cogliere la verità (dal tedesco Wahr-nehmung)– della «memoria pericolosa» (Metz) di Gesù, e ispirare un intreccio di pennellate che delineano i contorni della Gestalt cristiana come presenza, rappresentazione e ripresentazione dell’evento unico dell’autodonazione di Dio nella carne, nella storia, nella concretezza scandalosa del vero uomo Gesù nostro Signore e Dio.

In breve, la specificità dell’apporto di questa tesi non risiede nell’analisi dei pensieri dei protagonisti giacché essi non erano teologi di professioni. La sua particolarità e grandezza sgorga dal coraggioso confronto con i vissuti (che naturalmente integrano i pensieri e le visuali), con l’affiorare della verità testimoniale, con la messa in scena della portata teologica della vita impegnata nella politica, nella cultura, nella presenza sociale e pastorale e nell’integrazione-incarnazione nel proprio territorio. Siamo al cospetto della «verità testimoniale», dove il testimone si configura come «segno eloquente di un’assenza» (G. Lombarda), e si trasfigura come segno quasi sacramentale di una presenza, della Presenza reale e realizzante del Dio che scrive dritto anche sulle righe storte della storia. Non da ultimo, seppure non sia una pretesa esplicita del testo, questo saggio è un simpatico contributo alla «teologia della storia», un tentativo di leggere e scrivere nello stile degli autori ispirati della Scrittura, i quali nell’ordinarietà della storia e dei vissuti marginali vedono l’epifania e la manifestazione di Colui che è «Il Cuore del mondo».

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