La visione della Chiesa sull’evoluzione (parte I)

Padre Edward Oakes sottolinea l’importanza delle definizioni

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MUNDELEIN (Illinois), venerdì, 9 settembre 2005 (ZENIT.org).- Non è facile vedere articoli scritti da Cardinali di altri continenti sulle pagine editoriali e d’opinione del New York Times.



Mell’edizione del 7 luglio, il New York Times ha pubblicato un saggio del Cardinale Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna e principale editore del Catechismo della Chiesa cattolica, diretto a chiarire la posizione della Chiesa rispetto alle teorie di Charles Darwin. Un articolo che ha scatenato una serie di commenti.

Per un chiarimento sulla questione, ZENIT si è rivolta al sacerdote gesuita Edward Oakes, professore di teologia presso l’Università di St. Mary of the Lake.

Il Cardinale Schönborn è apparso di recente sul New York Times con un editoriale sul tema dell’evoluzione. Qual è il contenuto di questo articolo? Si tratta solo di un nuovo capitolo nel dibattito tra evoluzionisti e creazionisti?

Padre Oakes: Anzitutto vorrei chiarire un problema interpretativo riguardo il saggio scritto dal Cardinale, che deriva certamente dal lavoro editoriale della testata giornalistica.

Due giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, il Times ha ripreso l’argomento con un articolo dal titolo: “Leading Cardinal Redefines Church's View on Evolution” (Un Cardinale ridefinisce la posizione della Chiesa sull’evoluzione). Ma il Cardinale non ha assolutamente proposto alcuna ridefinizione.

Anzitutto la Chiesa non ha una “dottrina” sul tema dell’evoluzione, così come non ce l’ha sui movimenti tellurici o su come la coscienza umana scaturisca dagli impulsi elettrici del cervello. Sono questioni che vanno al di là della competenza del Magistero e che sono irrilevanti ai fini della salvezza.

In secondo luogo, ancorché il Magistero avesse voluto esprimere ufficialmente un insegnamento sull’evoluzione, certamente non avrebbe fatto ricorso ad un articolo d’opinione scritto a titolo personale da un Cardinale, per quanto eminente che fosse, per ridefinire ufficialmente la propria posizione su questioni di scienza.

Detto questo, ritengo che il saggio scritto dal Cardinale Schönborn, dal titolo “Finding Design in Nature” e apparso sul Times del 7 luglio, proponga una valida riflessione, che corrisponde grosso modo all’altro lato della medaglia rispetto a quanto affermato dal Papa Giovanni Paolo II nella sua nota lettera alla Pontificia Accademia delle Scienze dell’ottobre 1996.

In quel contesto Giovanni Paolo II aveva detto che la “evoluzione” – che, come giustamente osserva il Cardinale Schönborn, il Santo Padre aveva opportunamente evitato di definire – non può più essere considerata come una mera “ipotesi”, vista la quantità di elementi che contribuiscono a rafforzarne la validità.

Il problema è che, sulla base di questa breve lettera, erano emerse alcune interpretazioni errate, scaturite dalla malizia di alcuni darwinisti a cui piace dirottare il significato della parola “evoluzione” secondo i propri fini ateistici. Ed è proprio contro queste errate conclusioni che il Cardinale ha tentato di mettere in guardia.

In questo senso, non mi sembra che il legittimo ammonimento del Cardinale possa essere considerato come un “nuovo capitolo nel dibattito tra evoluzionismo e creazionismo”.

Se per “creazionismo” si intendono i sei giorni della Creazione, come alcuni cristiani fondamentalisti ancora tentano di sostenere, non vi è alcuna possibilità che la Chiesa cattolica vi possa aderire. Ma con il “creazionismo” ci si può anche riferire alla complessiva dipendenza ontologica dell’universo dall’atto creativo di Dio, e nulla della teoria evoluzionistica può essere ritenuto incompatibile con questa essenziale dottrina della fede cattolica.

Non bisogna dimenticare che, secondo San Tommaso d’Aquino, ancorché il mondo fosse temporalmente eterno, tale eternità temporale non potrebbe far venir meno la sua caratteristica di cosa creata e quindi totalmente dipendente dalla libera volontà di Dio.

L’opinione comune di chi non appartiene al campo scientifico considera la teoria darwinista dell’evoluzione come un fatto comprovato dalla scienza. È effettivamente così, oppure la scienza prevalente afferma oggi qualcosa di diverso?

Padre Oakes: Come ha giustamente sottolineato il Cardinale Schönborn, la chiave sta nella definizione che si dà all’evoluzione.

Se per evoluzione si intende semplicemente la “discendenza con modificazioni”, allora sarei d’accordo nel ritenerla scientificamente comprovata, nel senso che nessuno è in grado di negarla se non a costo di diventare oscurantista.

Definita in questi termini, la teoria evoluzionistica afferma che la vita ha avuto inizio circa 3,5 miliardi di anni fa, con un organismo unicellulare, autoreplicante, da cui ogni essere vivente discende. Poiché tutti coloro che leggono questa frase riconoscono di aver iniziato la propria esistenza come un organismo unicellulare, non vedo come tale teoria possa essere considerata come intrinsecamente non plausibile. Inoltre, non bisogna dimenticare che le argomentazioni biologiche dell’opposizione della Chiesa all’aborto si basano sull’origine unicellulare della vita umana.

Andando poi a ritroso nella sequenza della trasmissione della vita, grazie alle conoscenze genetiche, ripercorrendo i suoi passi fino alle più remote origini, emergono le interrelazioni tra le diverse forme di vita. Inoltre, sempre grazie alla genetica, è possibile individuare – grosso modo – il momento in cui ogni ramo ha iniziato a prendere un cammino diverso rispetto al ceppo di appartenenza.

Il problema sorge quando la teoria darwinista si combina con l’evoluzione intesa in senso stretto. Allora il darwinismo non si limita più ad affermare la “discendenza con modificazioni”, ma afferma di conoscere il “come” dell’evoluzione: l’evoluzione è avvenuta grazie al meccanismo che viene definito come “selezione naturale”.

Anche in questo caso, se si considera il concetto in senso stretto, per selezione naturale si intende semplicemente che quegli organismi che raggiungono l’età riproduttiva sono quelli in grado di trasmettere i propri geni; e che, se quei geni sono in qualche modo responsabili della capacità di ciascun organismo di raggiungere l’età riproduttiva, allora quella “utilità” presumibilmente esplicherà i suoi effetti anche nel futuro.

Così come per la teoria secondo cui ogni forma di vita ha avuto inizio nella forma di un organismo unicellulare, non vedo come un tale concetto possa essere ritenuto controverso. Ma ancora una volta ci dobbiamo chiedere in che misura il concetto della selezione naturale effettivamente spieghi il “come” dell’evoluzione. Senza dubbio la questione rappresenta un punto alquanto controverso tra i filosofi del ramo biologico.

Ma lasciando da parte la questione se la selezione naturale possa servire da spiegazione all’evoluzione, l’applicazione di tale concetto alle relazioni umane ha rappresentato un vero e proprio disastro per il XX secolo: Karl Marx, John D. Rockefeller e Adolf Hitler erano tutti darwinisti entusiasti.

Per questo motivo direi che ogni applicazione dei principi darwinisti al di fuori della sfera dell’evoluzione organica non solo non è accettato come “fatto comprovato dalla scienza”, ma è anche pesantemente contraddetto dalla storia.

Molti scienziati cattolici – tra cui Kenneth Miller, professore di biologia presso la Brown University e autore di “Finding Darwin's God” – hanno richiesto alla Santa Sede un chiarimento su tale questione, ritenendo che da un punto di vista strettamente scientifico, la spiegazione darwinista delle origini biologiche non è incompatibile con l’insegnamento cattolico. Lei cosa ne pensa?

Padre Oakes: Una dichiarazione da parte del Vaticano potrebbe essere positiva, ma allo stesso tempo non mi pare inopportuno un periodo di riflessione per placare gli animi.

La mia preoccupazione per eventuali dichiarazioni da parte della Chiesa sull’evoluzione riguarda il modo in cui il giornalismo potrebbe distorcere sia l’insegnamento della Chiesa, sia lo stesso dibattito che tali dichiarazioni susciterebbero tra i teologi, i biologi credenti e gli ateisti convinti.

Ma il frastuono infernale del dibattito giornalistico è comunque una caratteristica dei nostri tempi. Pertanto una dichiarazione serena e prudente da parte del Vaticano su questo tema potrebbe essere opportuna.

Cosa dovrebbe affermare secondo lei questa dichiarazione?

Padre Oakes: Beh, non posso essere certo io a dare istruzioni al Papa Benedetto XVI e ai Cardinali della Curia romana su cosa devono dire, ma posso dire in che modo ho affrontato l’argomento nei miei scritti.

Prendiamo ad esempio la legge di gravità. La Chiesa cattolica, opportunamente, non ha fatto alcuna dichiarazione ufficiale sui “Principia Mathematica” di Isaac Newton, sia perché avrebbe sconfinato i limiti di competenza del Magistero, sia perché la legge enunciata da Newton ha subito poi una revisione con la ridefinizione della forza di gravità, da parte di Albert Einstein, come l’attraversamento della dimensione spazio-temporale da parte di oggetti materiali, e non come una qualche misteriosa forza di attrazione intrinseca alla materia, come sosteneva Newton.

Ma successivamente alla pubblicazione da parte di Newton dei suoi “Principia” – che rovesciavano le convinzioni dell’opinione pubblica colta – molti filosofi strumentalizzarono la legge di Newton per i loro fini antiteologici. Essi sostenevano che l’esistenza di questa legge implicava che Dio era il suo “legislatore”.

Fin qui può sembrare tutto apposto, ma vi è un passo successivo: il fatto che la forza di gravità funzioni in modo autonomo, secondo alcuni filosofi significava che Dio, dopo aver “emanato” questa legge, si era ritirato, lasciando che l’universo girasse per proprio conto.

Purtroppo per questi pensatori sedicenti “illuminati” – ma di fatto ottenebrati – non è stato riscontrato nulla nella legge di gravità che possa giustificare tali affermazioni filosofiche; e Newton certamente non poteva condividerle. La meccanica quantistica ha poi definitivamente sconfessato quell’anacronistica impostazione deterministica.

Analogamente, se un geologo dovesse affermare che Dio non esiste o che è senza cuore perché non si cura delle sofferenze del genere umano, semplicemente sulla base della constatazione che le placche telluriche causano i terremoti, anche in questo caso si avrebbe un’indebita intromissione filosofica nell’ambito di pacifiche conoscenze geologiche.

E se un neurologo dovesse affermare l’inesistenza dell’anima, sulla base della constatazione della dipendenza della coscienza dall’attività cerebrale, anche questo rappresenterebbe una conclusione errata.

In altre parole, non perché l’evoluzione è in sé una verità, devono necessariamente essere vere anche le conclusioni che tanti noiosi positivisti ne traggono.

Si tratta quindi solo di individuare gli errori filosofici delle conclusioni di alcuni darwinisti?

Padre Oakes: San Tommaso d’Aquino a mio avviso ha suggerito ai teologi il modo migliore per sconfessare questo genere di errori. Confrontandosi con la filosofia aristotelica, egli aveva dato atto della grande saggezza di questo genio della cultura greca, ma era al contempo consapevole, come cristiano, del fatto che alcune conclusioni di Aristotele erano errate. Non si era limitato poi a constatarne l’errore, ma aveva sentito l’esigenza di dimostrarlo filosoficamente.

È un po’ come qualcuno che cerca di imparare l’algebra senza insegnante, utilizzando uno di quei testi scolastici con le risposte alla fine. Egli cercherà di risolvere da solo un problema, per poi controllarne la soluzione. Se questa non corrisponde, dovrà tornare indietro utilizzando le regole della matematica. Solo in questo modo riuscirà ad imparare, altrimenti si limiterà a memorizzare le soluzioni senza capirne la logica intrinseca.

In questo senso, una dichiarazione della Chiesa sull’evoluzione – specialmente del tipo che il professor Miller sembra auspicare – potrà limitarsi ad individuare talune conclusioni errate della teoria darwinista, oppure potrà spiegare come e dove sussistano gli errori di una logica che porta alcuni darwinisti ottenebrati alle loro sciagurate conclusioni.

Il Magistero della Chiesa dovrebbe, a mio avviso, limitarsi al primo passo, per lasciare poi ai filosofi e ai teologi il compito di svolgere il secondo aspetto.

[Domenica, la seconda parte dell’intervista: Adamo è stato veramente il nostro progenitore?
Quale tipo di teoria evolutiva è compatibile con la dottrina cattolica?]