La vita eterna e la vera ricchezza

Ciò che ci salva non è la nostra poverà, bensì l'amore per Dio e per il nostro prossimo

Roma, (Zenit.org) Don Anderson Alves | 570 hits

Ogni uomo di ogni cultura si interroga sull’eternità. Anche i bambini, quando fanno l’esperienza della morte di una persona cara, si chiedono se torneranno a vedere questa persona. Ciò è tipico e proprio dell’essere umano: domandarsi di ciò che accadrà a noi dopo la nostra partenza da questo mondo.

Le risposte alla domanda sull’eternità attualmente sono varie. La fede cristiana afferma che dopo la nostra morte c’è un giudizio personale, nel quale vediamo tutta la nostra vita a partire dalla luce che viene da Dio. In quel momento conosceremo perfettamente noi stessi e riceveremo da Dio ciò che abbiamo cercato: o una vita eterna senza Dio, in totale autonomia oppure una vita eterna in comunione con Dio; la prima vita è inferiore alla seconda perché Dio è l’unica cosa che soddisfa pienamente il cuore umano. Questa vita inferiore è chiamata dalla Chiesa “inferno”, cioè appunto quanto è inferiore; la vita di comunione con Dio è superiore a tutte le cose possibili e immaginabili ed è chiamata Cielo.

La risposta cristiana dice chiaramente che la nostra vita è eterna. Dio non distrugge la sua creatura e darà a ciascuno ciò che desidera. Dio non è ingiusto, Lui è il Padre e il Creatore. Lui vuole la nostra salvezza e la nostra felicità, ma sempre rispettando la nostra libertà. Allora la nostra vita deve cercare di corrispondere all’amore infinito di Dio e dobbiamo lottare ogni giorno per crescere nel desiderio di Dio, e questo desiderio deve guidare tutte le nostre opere.

La Bibbia ci presenta due modi di vivere sulla Terra che saranno corrisposti in modo giusto per Dio nell’eternità. Il primo modo è presentato nell’antico testamento e nella figura del ricco epulone nel Vangelo. Il profeta Amos (6,1-7) ci parla dell’uomo ricco che gode di una vita di conforto e ricchezza, a costo della sofferenza dei poveri. Il Signore dice che questi uomini andranno in esilio, lontani dalla loro patria. Questo si applicava a quei dirigenti d’Israele al tempo del profeta, ma anche ad ogni uomo che vive lontano da Dio e chiuso alle necessità del suo prossimo.

L’altro modello di vita è presentato da San Paolo (1Tm 6,11-16.) e con il povero Lazzaro nella parabola evangelica (Lc 16,19-31). “L’uomo di Dio” non cerca una vita comoda, senza problemi e inconvenienti, piuttosto cerca una vita di “giustizia, di pietà, di fede, di carità, di pazienza e mitezza”. L’uomo di Dio è chi cerca il Signore in ogni momento e questa ricerca diventa operativa nelle sue azioni quotidiane.

Il Vangelo riassume quest’insegnamento nella parabola del ricco Epulone e di Lazzaro. Il ricco viveva nel lusso, nel godimento dei piaceri carnali, ma era un uomo solo, senza amici, senza famiglia, senza Dio. Era chiuso in se stesso. Il grande valore della sua vita era se stesso ed egli considerava come buone e belle soltanto le cose che gli causavano piacere. Tutte le altre cose non avevano nessun valore, così come non aveva nessun valore lo stesso povero Lazzaro, cui solo i cani mostravano pietà andando a leccargli le piaghe. Il ricco non lo considerava, non se ne curava. Viveva soltanto per se stesso e per i suoi piaceri.

Vicino a quell’uomo c’era Lazzaro, uomo pieno di sofferenze. Sofferenze fisiche - era coperto di piaghe e moriva di fame - e sofferenze morali - Lazzaro era stato abbandonato da tutti e viveva da solo nella sua indigenza. Ricchi e poveri, però, tutti muoiono un giorno. E inizia allora la vita eterna. Il povero Lazzaro è portato ad abitare per sempre con il Dio, che Lazzaro aveva cercato; e il ricco viene portato all’inferno, e lasciato tra i tormenti. Il ricco infatti aveva vissuto solo per se stesso, non aveva amato nessuno, non aveva potuto e voluto vivere in comunione con il Dio e con il suo prossimo.

Lui si sente allora solo, nella sofferenza per i suoi peccati non pentiti. In mezzo alla sua sofferenza, riconosce Lazzaro, si ricorda perfettamente della sua vita passata. E chiede ad Abramo un gesto di carità: chiede che Lazzaro gli porti un po’ d’acqua, cosa che quell’uomo ricco non aveva mai fatto con i poveri. E chiede anche che Lazzaro torni alla vita per avvisare i suoi fratelli della sofferenza reale che c’è in eternità, avendo vissuto lontani da Dio. Dopo la morte non perdiamo la nostra memoria. Siamo capaci di vedere tutta la nostra vita, il nostro passato, di ricordarci di tutto ciò che abbiamo fatto. Le nostre opere quotidiane hanno un valore eterno. Tutto quel poco che facciamo per amore a Dio, ha la sua ricompensa.

Il ricco tormentato si ricorda dei suoi fratelli, cosa che non faceva durante la sua vita. Lui viveva e mangiava da solo. Abramo gli dice che è impossibile tornare dalla vita eterna alla nostra vita, così come è impossibile che un condannato all’inferno passi al Cielo.

E Lazzaro è portato in paradiso. Non perché era povero, ma perché amava Dio. Sant’Agostino dice che molti leggono questa parabola in modo superficiale: pensano che basti essere povero per essere salvato e basti essere ricco per essere condannato. La verità non è così: il Cielo è chiamato da Gesù nella parabola, come “seno di Abramo”. E Abramo è stato un uomo molto ricco, che però ha avuto fede e amore vivi verso Dio.

Ciò che ci salva non è la nostra povertà, bensì l’amore per Dio e per il nostro prossimo; e ciò che ci può condannare all’inferno non è la ricchezza, ma l’amore disordinato verso noi stessi, dimenticandoci così di Dio e del nostro prossimo. Chiediamo perciò a Dio la grazia per comprendere questa sua Parola: che lo cerchiamo sempre, che abbiamo una vita retta, piena di giustizia, fede, carità, pazienza, mitezza e amore filiale verso Dio. Così vivremo bene la nostra vita e avremo la certezza che il Padre ci prepara un posto per vivere con Lui per tutta l’eternità.