La vocazione del cuore

Il pensiero del cardinale Tomas Spidlik a confronto con la teologia di Giovanni Paolo II e del Concilio Vaticano II (Seconda parte)

Roma, (Zenit.org) Don Franco Nardin | 362 hits

Secondo Spidlik, c’è una via particolare che conduce all’unione degli uomini, ed è il cuore. La “vocazione del cuore” è anche di unire il Creatore a tutta la sua creazione : se il cuore è al centro della persona umana allora è "attraverso il cuore che l’uomo entra in relazione con tutto ciò che esiste soprattutto con il prossimo ". L'antico principio gnoseologico stabilisce che solo il “simile conosce ciò che gli é simile”.  Allora senza la carità non é possibile nessuna forma di conoscenza di Dio, perché Dio é carità (I Gv 4,8; 4,16).

I “razionalisti” infatti abusano della ragione, che serve loro per misconoscere la realtà. Questa meravigliosa facoltà dell’uomo viene impegnata in questioni inutili e dannose. Essi seguono le leggi della logica, ma la loro ragione è come una macchina, senza vita, perché le manca il senso autentico dei valori.  L’unico metodo per guarire sarebbe quello di « far scendere la ragione nel cuore ».  Per vivere una vita razionale non  basta quindi avere concetti chiari e precisi. E’ molto più importante avere “idee”, il che significa, comprensione delle cose nel contesto di tutta la vita e del suo fine. E’ questa l’ “idea” che la ragione scopre soltanto in collaborazione con il cuore.

É questa per Giovanni Paolo II, la conoscenza del cuore. Qui, il «cuore» indica molto di più di una facoltà umana, qual è ad esempio l’affettività. È piuttosto il principio di unità della persona, quasi «luogo interiore» in cui la persona si raccoglie tutta, per vivere nella conoscenza e nell’amore del Signore.  Non basta conoscere le cose, non basta pensarle, occorre che esse diventino «vita». Questo messaggio importante, che vale non solo per l’esperienza specificatamente religiosa, ma anche per la vita umana nella sua globalità. La cultura scientifica oggi dominante mette a disposizione a tutti noi, una quantità enorme di informazioni, eppure si costata ogni giorno che ciò non basta per un autentico cammino di umanizzazione. Abbiamo più che mai bisogno di riscoprire le dimensioni del «cuore», abbiamo bisogno di più cuore. Un rinnovato confronto con le prospettive cristiane, nelle loro peculiari ricchezze orientali e occidentali, offre in questo un apporto di grande valore. (Angelus Ecumenici di Giovanni Paolo II, La conoscenza del cuore, da L’Osservatore Romano del 29 settembre 1996).

La carità risiede nel cuore. Quindi l'Oriente cristiano favorisce la "spiritualità del cuore" per guarire l'uomo dal razionalismo, da una mentalità puramente tecnica, e dalle “nuove schiavitù” prodotte dai mezzi di comunicazione per es: da internet ecc. La ragione fredda, il razionalismo critico fallisce, proprio in quanto l’uomo scopre il cuore come primordiale sede del vero intelletto, che non permette nessun dualismo razionalistico. La cultura dell’Occidente soccombe facilmente alla tentazione della specializzazione, e di questa non sfugge nemmeno la Chiesa, dove spesso si distingue una “doppia vocazione religiosa”, o alla contemplazione o all’apostolato e invita gli “Ordini” a restare fedeli ognuno al suo atteggiamento preso, senza considerare l’incontro tra le due “vocazioni” che le “due vocacazioni”.

Ci rendiamo conto che questa divisione è assai pragmatica. In “Betania”, simbolicamente  nella “casa di Dio”, non solo nella Chiesa come tale, ma anche nel cuore di ogni uomo, “le due sorelle” sono inseparabili e crescono in uguale proporzione. E’ quindi giusto che gli Orientali comincino a imitare le organizzazioni apostoliche occidentali e che gli occidentali apprezzino la Filocalia e gli altri scritti contemplativi dell’ Oriente cristiano. Si potrebbe persino dire a questo punto, che una prima  “sintesi”, sotto quest’aspetto, è già avviata.  

In questo orizzonte una nuova ecclesiologia che respira “a due polmoni”  facilita l’avvicinamento ecumenico. Per il Concilio tale cura di ristabilire l’unione riguarda tutta la Chiesa, e manifesta già in qualche modo il legame fraterno che esiste fra tutti i cristiani e conduce alla piena e perfetta unità, conforme al disegno della bontà di Dio (U.R. del Concilio Vat. II n° 5-6 ).

In questa prospettiva un grande contributo ci viene dalla teologia orientale russa. In particolare i teologi personalisti russi del secolo scorso, chiamati « slavofili », in specie A. Chomiakov. Essi erano convinti che l’unità è nota primaria della Chiesa. La vera unità fra gli uomini deve essere fondata sulle relazioni umane, nella libertà e nell’amore, sul fondamento di Cristo eternamente vivente nei fedeli.

Sulla stessa linea Giovanni Paolo II sostiene: "La cultura dell’Oriente cristiano ha prodotto vigorose espressioni letterarie, contribuendo notevolmente all’elevazione della coscienza dell’umanità, nell’orizzonte ecumenico anche in epoca contemporanea". Volendo fare un esempio, a me molto caro, penso a Vladimir Solovev. Per lui, il fondamento stesso della cultura è il riconoscimento dell’esistenza incondizionata dell’altro. Di qui il suo rifiuto di un universalismo culturale di tipo monolitico, incapace di rispettare ed accogliere le molteplici espressioni della civiltà. Egli fu coerente con questa visione anche quando fu ardito e appassionato profeta dell’ecumenismo, prodigandosi per la riunificazione tra l’ortodossia e il cattolicesimo.

E come dimenticare, poi, tra i massimi scrittori di ogni tempo, F. Dostoevskij ? Il suo sguardo di credente penetra le profondità dell’animo umano, descrivendo la grande avventura della libertà, nei suoi infiniti percorsi, alla luce della convinzione che Cristo è il segreto della vera libertà. Nel fondo della sua visione umana e cristiana egli tocca corde veramente universali, esprimendo un’intima conoscenza dell’uomo e una grande ansia per il suo destino. L’anima profonda del suo pensiero è l’amore per Cristo. In lui egli vede la bellezza sorgiva, la bellezza che non tramonta, la bellezza « che salva il mondo” (Giovanni Paolo II, L'Osservatore romano 1/9/1996).

Ecco dunque delineata mirabilmente la dinamica dell’incontro: la conoscenza dei tesori di fede altrui produce spontaneamente lo stimolo per un nuovo e più intimo incontro tra fratelli e un sincero scambio reciproco. È uno stimolo che lo Spirito suscita costantemente nella Chiesa (Giovanni Paolo II, Orientale Lumen, 1995, n. 20). Sento il bisogno che cresca la nostra comune disponibilità allo Spirito che ci chiama alla conversione, e ad accettare e riconoscere l’altro con rispetto fraterno” (Ibidem, n. 17).

Per il Concilio Vaticano II, infatti non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione. Questa conversione del cuore e questa santità di vita, insieme con le preghiere private e pubbliche per l’unità dei cristiani, devono essere considerate come l’anima del movimento ecumenico (Unitatis Redintegratio, Decreto del Concilio Vaticano II sull’ecumenismo, 1964, n. 8).

Questo è nelle nostre possibilità e nella nostra volontà sostiene Teofane il Recluso, seguendo in questo ordine,  in tutto e per tutto la tradizione dei padri greci. La volontà è libera. Perciò su di noi cade la “responsabilità” delle nostre azioni. La volontà è forte. Con l’aiuto di Dio siamo capaci di vincere il peccato e le sue conseguenze. Teofane sa comunque che si discute da sempre sul rapporto tra la necessità della grazia di Dio e la volontà umana, ma ritiene che questo problema sia troppo teorico. La pratica è più semplice. Dobbiamo porre tutta la nostra fiducia in Dio, e nello stesso tempo adoperare tutte le nostre forze per raggiungere l’obiettivo che ci prefiggiamo.

[La prima parte è stata pubblicata ieri, lunedì 1 luglio 2013]