Le chiese in Europa riflettono sul tema dell'eutanasia

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BRUXELLES, 15 febbraio 2004 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il comunicato congiunto diffuso dalLa Conferenza delle Chiese Europee (CEC) e dalla Commissione Chiesa e Società (CSC), in merito al dibattito in corso in Europa sul tema dell’Eutanasia.



La CEC è una fratellanza, fondata nel 1959, formata da 125 Chiese ortodosse, protestanti, anglicane e cattoliche antiche, provenienti da tutti i Paesi d’Europa, oltre a 40 organizzazioni associate. I suoi uffici sono a Ginevra, Bruxelles e Strasburgo.

La sua Commissione Chiesa e Società ha un gruppo di lavoro permanente sulla bioetica e una sede permanente, in qualità di osservatore, presso la Commissione sulla bioetica del Consiglio d’Europa.




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Contributo al dibattito sull’eutanasia presso il Consiglio d’Europa

La CSC ha richiesto le opinioni delle chiese che compongono la CEC, in merito alla questione dell’eutanasia, attualmente all’ordine del giorno dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Diverse chiese appartenenti alla tradizione ortodossa e protestante hanno fatto pervenire le proprie posizioni in materia.

Sebbene a prima vista esse si mostrino tra loro divergenti – dal totale rigetto dell’eutanasia a posizioni attentamente formulate di apertura strettamente condizionata limitata a casi eccezionali – nessuna di esse si pone in favore di un’eutanasia attiva.

Per quanto riguarda le posizioni in qualche misura permissive, si tratta di comunque di soluzioni di ultima ratio. Riportiamo una sintesi di alcune di queste considerazioni e argomentazioni, nella speranza di apportare un utile contributo alla discussione.

La prima considerazione, in qualche modo propedeutica, riguarda la definizione di eutanasia (attiva), ovvero l’oggetto del contendere. Secondo la definizione riportata nel Rapporto della Commissione per gli affari sociali, sanitari e familiari dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, ‘eutanasia’ significa ‘ogni atto teso a porre fine alla vita di un paziente, in seguito a una sua richiesta volontaria, persistente e attentamente valutata, al fine di eliminare sofferenze insostenibili.

Definizione eventualmente integrata con ‘e/o nel suo evidente interesse’ dopo la parola ‘richiesta’. Ciò che ci preme non è di promuovere questa definizione, ma di sottolineare che definire con attenzione l’oggetto della discussione deve precedere le valutazioni su di esso.

Tutte le chiese sono d’accordo nel dire che l’uccisione predeterminata di esseri umani che soffrono o sono in fin di vita è un grave peccato. Tutte le chiese sottolineano la necessità di mantenere buone cure terminali, e cure pastorali. Il problema dell’eutanasia solitamente sorge in una situazione in cui almeno due importanti principi di etica medica contrastano tra di loro o non sono tra loro compatibili: salvaguardare la vita umana e alleviare dolore e sofferenza.

Anche se desideriamo sottolineare la necessità di promuovere la medicina palliativa, dobbiamo ammettere che, in una piccola percentuale dei casi, essa fallisce. Peraltro, rifiutare o rinunciare ad ulteriori trattamenti medici, e limitarsi ad alleviare il dolore e la sofferenza, può portare ad abbreviare la vita, ovvero ad iniziare un processo che porta alla morte.

In tal caso entriamo in una ‘zona grigia’ dove un buon trattamento terminale può implicare l’accorciamento della vita. Una recente ricerca (The Lancet, agosto 2003) dimostra che almeno il 50% delle decisioni di porre fine alla propria vita si convertono in un accorciamento della stessa. In questo contesto subentra il problema dell’eutanasia.

Sarebbe inoltre possibile trattare la questione dell’eutanasia in un modo più esteso, ad esempio come metodo per prevenire sofferenze e deterioramenti, ma di fatto essa viene considerata come un argomento nel contesto delle cure terminali.

Vi è un vasto consenso tra le chiese sulla negatività del prolungamento del momento della morte a mezzo di cure mediche altamente tecnologiche. Esse concordano inoltre che non vi è difficoltà teologica nel consentire ad un paziente terminale di morire in modo naturale. La fede cristiana implica di fidarci di Dio il quale è con noi nella vita e nella morte. Credere nella risurrezione significa che il ‘pungiglione’ della morte è stato eliminato (I Cor. 15:54 e ss.).

Tuttavia, è importante evidenziare che la tecnologia medica in sé può implicare decisioni difficili relative alla fine della vita, come nel caso dell’alimentazione mediante sonda nei pazienti affetti da disfagia (incapacità di ingoiare).

Qualora nessun trattamento di alimentazione venisse impartito, il paziente morirebbe probabilmente di morte naturale, senza tuttavia aver avuto la possibilità di migliorare la propria situazione. Tuttavia, se il tubo venisse rimosso dopo averne chiarito l’inutilità ai fini terapeutici, il paziente andrebbe incontro alla morte, lasciando il dubbio che si possa parlare di morte naturale. Una questione più generale riguarda il concetto di ‘naturale’ nell’ambito dell’etica medica, visto che le cure mediche sono spesso molto ‘innaturali’.

Un aspetto importante nel contesto del dibattito è il principio dell’autonomia umana, sebbene questo principio sia basato e limitato da altri principi fondamentali quali la dignità umana e la salvaguardia della vita. La dignità umana è considerata involabile e per autonomia non si intende la possibilità di disporre liberamente della propria vita e della propria morte.

La vita nella tradizione cristiana è vista come un dono di Dio. Di conseguenza preferiamo usare la parola ‘responsabilità’ al posto di ‘autonomia’, al fine di sottolineare il fatto che la vita umana è caratterizzata dalla sua relazione con gli altri e con Dio. Questa responsabilità può in casi eccezionali portare a sacrificare la propria vita per il nostro fratello o per Dio. Potrebbe anche, in casi eccezionali, portare a una richiesta di eutanasia, qualora il dolore e la sofferenza siano diventati insopportabili. Ma la questione è se in quest’ultimo caso si tratti ancora di un uso libero della nostra responsabilità, ovvero di un grido di aiuto quando le cure mediche non siano più efficaci.

L’importanza del valore della dignità umana come valore umano (e quindi cristiano) fondamentale è legato alla salvaguardia della vita biologica, ma occorre inoltre considerare gli aspetti relativi alla qualità della vita stessa. Nell’antropologia cristiana, la dignità umana è più di una categoria biologica. Essa si pone in relazione all’impegno a favore della qualità della vita, anche se la definizione può cambiare a seconda del contesto culturale.

Alla luce di quanto precede, circa il fatto che le decisioni relative alla fine della vita rientrino facilmente in una zona grigia che implica un accorciamento della stessa, ci si potrebbe domandare se non possa essere saggio avere una regolamentazione adeguata di queste decisioni. Si tratta di sapere se, sulla base della raccomandazione 1418 (1999) dell’Assemblea parlamentare, possa essere opportuno elaborare una ulteriore regolamentazione che non implichi il diritto all’eutanasia, ma che possa tutelare i valori menzionati, dando assistenza agli esseri umani che soffrono e a coloro che sono responsabili del loro sostegno.


(Febbraio 2004)


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Contattare: Revd Richard Fischer,
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