Le condizioni della libertà religiosa nel mondo

Il 15° rapporto annuale dell'USCIFR rivela dati allarmanti

Roma, (Zenit.org) John Flynn, L.C. | 294 hits

Lo scorso 1 maggio la Commissione sulla Libertà Religiosa Internazionale degli Stati Uniti (USCIFR) ha pubblicato il suo rapporto annuale per il 2014. Il Rapporto ha documentato violazioni in 232 paesi e ha enunciato una serie di raccomandazioni.

Si tratta del quindicesimo rapporto annuale dall’istituzione della Commissione e, per segnare l’anniversario, il rapporto ha anche esaminato gli archivi della politica del governo degli Stati Uniti in tema di libertà religiosa.

“Con gli abusi contro la libertà religiosa che quotidianamente si verificano in tutto il mondo contro persone di tutte le fedi e contro chi non ha fede, gli Stati Uniti, in parole e gesti, dovranno porsi in solidarietà con i perseguitati”, ha dichiarato il presidente dell’USCIFR, Robert P. George.

Il rapporto indica i peggiori violatori come Countries of Particular Concern (CPC), ovvero paesi che destano particolare preoccupazione. La Commissione raccomanda che il Segretario di Stato mantenga nella “lista nera” i paesi già esistenti che sono Birmania, Cina, Eritrea, Corea del Nord, Arabia Saudita, Sudan e Uzbekistan.

Il rapporto, inoltre, sollecita il governo a includere tra i CPC anche Egitto, Iraq, Nigeria, Pakistan, Siria, Tagikistan, Turkmenistan e Vietnam.

C’è poi un secondo gruppo di paesi, che non rientrano negli standard dei PCP ma in cui comunque si riscontrano gravi violazioni della libertà religiosa. Questi ultimi sono denominati Tier 2, laddove i CPC sono anche chiamati Tier 1. Tra questi ultimi rientrano Afghanistan, Cuba, India, Indonesia, Kazakistan, Laos, Malaysia, Russia e Turchia.

Tra i molti dettagli riguardanti ognuno dei paesi succitati, alcuni presentano risvolti particolarmente gravi. In Cina, ad esempio, il rapporto sottolinea quelle che sono “violazioni particolarmente gravi della libertà religiosa”.

Le relazioni tra Pechino e il Vaticano rimangono problematiche, osserva il rapporto, con decine di membri del clero detenuti, compresi tre vescovi.

Molte sono le notizie sull’Egitto, in merito alle violazioni dei diritti e, se da un lato il rapporto ammette i progressi ottenuti con la nuova costituzione, dall’altro mette in guardia sul fatto che va visto come è stata implementata. Inoltre, rimangono in piedi varie leggi discriminatorie.

Per quanto riguarda l’Iran, il rapporto osserva che il governo “continua ad esercitare sistematiche, continue e manifeste violazioni della libertà religiosa, tra cui prolungate detenzioni, torture ed esecuzioni basate principalmente sulla religione dell’accusato”.

Secondo l’USCIFR, dal 2010 le autorità hanno arbitrariamente arrestato e imprigionato circa 400 cristiani.

Secondo quanto riferisce il rapporto, in Iraq, nel 2013, è cresciuto il livello di violenza motivata dalla religione: ciò avviene in particolare nelle regioni settentrionali del paese che nel recente passato erano risultate relativamente sicure per le minoranze.

La Nigeria è un altro paese con gravi problemi di violenza a sfondo religioso e il rapporto, spiega il governo, pur non esercitando persecuzioni religiose, finisce con il “tollerare gravi violazioni attraverso la sua mancata consegna alla giustizia dei responsabili di sistematiche, continue ed esplicite violazioni, ma anche evitando di prevenire o contenere la violenza”.

Il Pakistan, prosegue il rapporto, rappresenta la peggiore situazione a livello mondiale per quanto riguarda la libertà religiosa, nell’ambito del paesi non designati come CPC.

Nell’ultimo anno le condizioni hanno toccato il loro livello più basso da sempre e, secondo quanto riferisce il rapporto, “le leggi che reprimono la blasfemia e le leggi anti-Ahmadi sono ampiamente usate per violare le libertà religiose e fomentare un clima di impunità".

Le leggi contro la blasfemia non richiedono nemmeno la prova di dolo o prove da presentare a seguito delle accuse fatte.

Una novità nel 15° anniversario del rapporto è il monitoraggio di quanto bene il governo abbia agito con le politiche internazionali a difesa della libertà religiosa. L’USCIFR ha esposto una serie di suggerimenti al governo per migliorare la sua performance.

In primo luogo sollecita interventi di alto livello da parte del Presidente, del Segretario di Stato e dei membri del Congresso. Inoltre, il rapporto argomenta in favore di un’azione di più alto profilo da intraprendere contro i CPC e di maggiori risorse da dedicare alla promozione del tema della religiosa nel modo che merita.

Il rapporto invoca anche un intervento del Congresso, nel caso in cui i funzionari governativi non agiscano in favore della libertà religiosa. Ciò riflette l’insoddisfazione espressa nel rapporto in merito a come la posizione dell’ambasciatore per la libertà religiosa internazionale sia stata declassata e che i numeri dello staff dell’Ufficio Internazionale per la Libertà Religiosa siano stati tagliati.

Un altro punto controverso menzionato dall’USCIFR è la riluttanza del governo ad adottare le raccomandazioni per quanto riguarda i CPC. Al tempo stesso, anche quando i paesi sono etichettati come tali, non viene fatto molto contro di loro. Infatti, al momento,  spiega il rapporto, non vi sono azioni punitive contro alcun CPC.

Dobbiamo riconoscere, afferma il rapporto, “che le preoccupazioni per la libertà religiosa sono frequentemente ignorate o sottovalutate nella politica estera degli USA”.

La libertà religiosa dovrebbe essere parte integrante della politica estera americana, sollecita il rapporto. C’è anche bisogno di un ripensamento delle misure che possono essere implementate per fare pressione sui paesi affinché cessino le violazioni della libertà.

Coloro che sono interessati a difendere la libertà religiosa possono solo sperare che le molte raccomandazioni fatte nel rapporto ricevano una reale attenzione.