Le esigenze dell’ecumenismo

Intervista al segretario del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani

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ROMA, lunedì, 10 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Nella preghiera di Cristo, durante l’Ultima Cena, appare con chiarezza la sua volontà di unità per la sua Chiesa. L’ecumenismo è il tentativo di scoprire “come questa volontà di Cristo debba essere intesa e messa in pratica”.

Questa è una delle riflessioni svolte dal vescovo Brian Farrel, segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Monsignor Farrell, 67 anni, ha parlato con il programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre.

Eccellenza, lei è cittadino irlandese. Come mai si trova qui a Roma a lavorare per questo Consiglio?

Monsignor Farrell: All’inizio avevo il desiderio di fare il missionario in America latina, ma mi sono poi ritrovato a trascorrere 25 anni della mia vita qui a Roma. È stato uno strano percorso.

Lei lavora come segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Il tema dell’unità le è sempre stato a cuore?

Monsignor Farrell: Effettivamente direi di sì. Sono cresciuto insieme a cari amici anglicani e metodisti, e sono sempre stato interessato ai diversi motivi per cui loro non potevano venire alla mia chiesa e io non potessi andare a quella loro; perché dovessimo averne due diverse. Ma quello era un approccio piuttosto puerile.

Quando poi sono tornato a Roma, dopo un certo numero di anni da giovane sacerdote attivo, ho dovuto scegliere un tema per la mia tesi di dottorato e ho deciso che dovesse riguardare questo ambito. Ho iniziato la tesi, all’Università gregoriana, ma prima di finirla l’avevo già abbandonata perché avevo iniziato a lavorare alla Segreteria di Stato – un mondo completamente diverso – e sono rimasto lì fino quasi alla fine del pontificato di Giovanni Paolo II. La tesi è rimasta nel dimenticatoio. Poi, improvvisamente, un giorno – precisamente un anno e mezzo prima della morte del Papa – lui mi ha incaricato di guidare il Consiglio per l’unità dei cristiani, e tutto è rientrato nel quadro.

Qual è l’obiettivo di questo Consiglio?

Monsignor Farrell: Il Consiglio è stato istituito poco prima del Concilio Vaticano II, come strumento attraverso il quale il Papa Giovanni XXIII voleva portare la sua preoccupazione per l’unità delle Chiese all’attenzione del Concilio. E il Concilio, durante il periodo in cui tutti i vescovi del mondo erano riuniti qui, ha svolto un ruolo molto attivo in ciò che chiamo l’educazione sulla vera natura della Chiesa e sul nostro vero rapporto con tutti i battezzati, che in generale, prima del Concilio Vaticano II erano sempre considerati semplicemente esterni alla Chiesa.

Durante i quattro anni del Concilio, i vescovi hanno imparato molto, attraverso le loro discussioni, la presenza degli osservatori ortodossi e protestanti, tanto che alla fine sono stati in grado di sottoscrivere praticamente all’unanimità un documento in cui si riconosce che noi abbiamo, con tutti i battezzati e con tutte le altre Chiese e comunità cristiane, una comunione vera anche se incompleta.

Il Papa Benedetto XVI ha fatto di questo dialogo ecumenico – soprattutto con la Chiesa ortodossa russa – una priorità del suo Pontificato. Perché?

Monsignor Farrell: Direi anzitutto che la priorità è dovuta al fatto che [la Chiesa russa] è la più grande delle Chiese ortodosse. Ma questo interesse e questo desiderio per una maggiore comunione con gli ortodossi riguarda l’intero mondo ortodosso e il nostro dialogo teologico non può limitarsi a singole Chiese ortodosse. Abbiamo convenuto, sin dall’inizio, che esso dovesse riguardarli tutti insieme perché essi formano insieme un’unità. Hanno gli stessi principi, le stesse strutture, la stessa tradizione, gli stessi valori della loro bella liturgia. Quindi nel dialogo teologico si presentano come un’entità unica.

Ciò detto, abbiamo al contempo anche rapporti bilaterali o diretti con ciascuna di queste Chiese ortodosse e sin dal Concilio Vaticano II questi rapporti si sono sviluppati enormemente. Con alcune Chiese il rapporto è stato più spedito rispetto ad altre, con alcune è stato più profondo, ma possiamo dire che con tutte le Chiese ortodosse, senza esclusione, abbiamo a questo punto una collaborazione molto amichevole, molto aperta e molto costante.

Quando Papa Benedetto XVI dice che, sì, il dialogo con le Chiese ortodosse è una priorità, questo è chiaro ed è semplicemente perché sono così vicini a noi. Abbiamo la stessa fede, gli stessi sacramenti, abbiamo la stessa successione apostolica e crediamo che tutti i loro sacerdoti e tutti i loro vescovi siano sacerdoti e vescovi veri. In questo senso abbiamo una vicinanza che non abbiamo con nessun’altra comunità cristiana.

Dov’è che abbiamo mancato di fare il passo completo? Dov’è che non siamo stati in grado di raggiungere l’unità?

Monsignor Farrell: È una domanda molto difficile da rispondere in poche parole. Ci vogliono volumi, intere librerie, ci vogliono anni di discussione per trovare dove siamo uniti.

Ma sono già trascorsi mille anni di separazione...

Monsignor Farrell: Ci vorrà molto tempo per imparare a vivere l’uno con l’altro e a riconoscere veramente l’altro come fratello nella stessa Chiesa. E questo mi porta ad un elemento molto importante, che io credo essere assolutamente necessario se si vuole comprendere il vero senso dell’ecumenismo. L’ecumenismo non è come la politica intergovernativa o internazionale in cui si ha un obiettivo comune e lo si può raggiungere attraverso compromessi, strategie e tattiche. L’ecumenismo invece è scoprire cosa Dio vuole e come lo vuole.

Sappiamo che la volontà di Cristo per la Chiesa è l’unità. Lui ha pregato per questo la notte prima di morire. Sappiamo che questa unità si è rotta quasi sin dall’inizio. Il nostro sforzo ecumenico è di scoprire oggi come questa volontà di Cristo debba essere intesa e messa in pratica. Si tratta anche di andare oltre i meri rapporti personali e di entrare in ciò che chiamiamo comunione. Comunione significa partecipare e condividere tutti quei doni, tutte quelle grazie che Cristo ha trasmesso alla Chiesa attraverso lo spirito Santo. L’ecumenismo richiede da parte nostra di recepire sempre meglio tutto ciò che Cristo vuole far vivere nella sua Chiesa. È chiaro quindi che si tratta di una domanda molto profonda e molto difficile. Riguarda non solo il pensiero, non solo la teologia, ma riguarda la stessa vita cristiana; riguarda soprattutto quanto sia profonda la nostra fede.

Il giorno in cui saremo in grado di sederci insieme agli ortodossi e dire che non c’è null’altro che ci divide, saremo uniti e lo saremo grazie a un atto di fede. E se cerco di immaginare come sarà quel giorno, sono sicuro che sarà una qualche sorta di grande celebrazione liturgica, in cui professeremo insieme la nostra fede. Ma è una sfida che coinvolge l’intera persona, l’intera vita, è un impegno. L’ecumenismo è molto esigente, in questo senso. Non è solo una questione di accordi che gli uomini di Chiesa possono prendere. Significa che l’intero corpo della Chiesa deve assimilare questa maggiore fedeltà a Cristo e al Vangelo. C’è tantissimo lavoro ancora da fare.



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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per "Where God Weeps", un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l'organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org

Where God Weeps: www.wheregodweeps.org