Le false sicurezze del "bunker" e la vera libertà di Dio

Il giornalista irlandese John Waters tiene la conferenza sul tema della XXXIV edizione del Meeting di Rimini "Emergenza Uomo"

Rimini, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 402 hits

Vogliamo aprirci allo stupore o rimanere chiusi nel nostro bunker? Il tema della 34° edizione del Meeting di Rimini, Emergenza uomo, ci mette di fronte alla nostra libertà, in alternativa alla quale c’è la schiavitù dei desideri, facilmente equivocabile da taluni come la vera libertà.

A sviluppare la riflessione è stato, ieri pomeriggio, il giornalista e scrittore John Waters, ex musicista rock, oggi vicedirettore dell’Irish Times. Waters è ormai una vecchia conoscenza del pubblico del Meeting: intervenuto per la prima volta a Rimini nel 2006 come relatore, durante l’edizione dello scorso anno Waters è stato curatore della mostra Tre accordi e il desiderio di Verità. Rock ‘n’ roll come ricerca dell'infinito.

Già mezz’ora prima dell’inizio della conferenza la sala D3 di Riminifiera è stracolma. Accompagnato dalla presidente del Meeting, Emilia Guarnieri, sale poi sul palco John Waters. Già il suo aspetto tradisce il passato rock: barba e capelli lunghi, come un reduce di Woodstock, Waters è una persona che ha vissuto e goduto fino in fondo l’epoca della sua gioventù, gli anni ’70, e, nella maturità, senza rinnegare il suo passato, ha voluto allargare i suoi orizzonti personali, spirituali e culturali.

Waters ha toccato temi esistenziali, sia generali, che personali. Figlio di un’Irlanda ancora ferventemente cattolica, il giornalista ha spiegato come, da bambino nutrisse un profondo amore per Gesù Cristo, sbiaditosi intorno ai quindici anni, quando scoppiò in lui un nuovo amore per la cultura e per la musica del suo tempo.

Il giornalista ha raccontato anche la sua dipendenza dall’alcool, che ha segnato una significativa parte della sua vita.La dipendenza dall’alcol – ha raccontato Waters - e lo sforzo per uscirne mi ha reso consapevole del fatto che io ero creato, che io ero dipendente, che io non mi ero fatto da me. Che io ero mortale, ma infinito nel mio desiderio. E ho incontrato delle persone che avevano fatto un viaggio simile e che mi hanno detto: la risposta alla tua domanda è Dio”.

La riscoperta di Dio, quindi, è consistita per John Waters nell’acquisizione della consapevolezza di sentirsi amato da Lui:Avevo una comprensione dell’amore di Dio, ma come qualcosa di astratto, distante – ha detto -. Senza questo senso di amore di cui parlo la vita sarebbe insopportabile e niente nel bunker sarebbe capace di proteggermi”.

Waters ha poi citato Flannery O’Connor, quando affermava che “non abbiamo dimenticato Cristo ma siamo tormentati da Lui”. E alla fine ha dichiarato: “Mi sento amato da Cristo. Senza questo amore, la vita sarebbe insopportabile”.

Sul vivere con o senza Dio è stata articolata l’intera conferenza di Waters che ha citato in primo luogo la metafora del bunker che Benedetto XVI menzionò durante la sua visita al Bundestag di Berlino. In tale bunker, “senza finestre”, secondo la logica del positivismo, tutto è dato per scontato, non c’è spazio per il mistero ed ogni cosa deve essere dimostrabile e verificabile.

“Il bunker elimina la sorpresa – ha proseguito Waters - chiudendo fuori i misteri incomodi dell'esistenza. Siamo convinti di essere i padroni delle nostre esistenze e dei nostri destini. Nel bunker l'uomo finge di non essere una creatura ma il padrone di se stesso”.

Questo modo di pensare, ha spiegato Waters, crea soltanto false speranze destinate a dissolversi. È la tirannia dei desideri che ci spinge a cercare la soddisfazione nelle cose materiali, anche nelle superflue: l’uomo, quindi, è fatto per l’infinito ma si ostina a cercare ciò che per la sua stessa natura non può soddisfarlo.

Viviamo in un’epoca, ha osservato il giornalista irlandese, in cui apparentemente viene esaltata l’individualità e in cui, tuttavia, l’io finisce per essere svuotato con gli idoli, con l’effimero, con la cultura del possesso e dell’immagine.

La distruzione del sacro è qualcosa di molto più seria della distruzione di un’impalcatura morale o identità culturale, in quanto comporta la perdita della capacità di guardare al mondo con stupore, “ma soprattutto di mantenere la visione che permette alla persona umana di vivere pienamente, di sperare e desiderare ardentemente il destino umano totale”.

Eppure, come spiegò don Giussani ne Il senso religioso, se uscissimo adesso, così come siamo dal ventre di nostra madre, non potremmo far altro che stupirci di ciò che siamo, di ciò che c’è.

È lo stesso stupore che non si esaurisce mai, nemmeno di fronte alle grandi scoperte geografiche e scientifiche della storia. Anche Neil Armstrong, il primo uomo a sbarcare sulla Luna, all’indomani della sua epocale esperienza, non poté fare a meno di domandarsi: “Chi sono io? Chi mi ha dato la vita? Perché sono qui?”.