Le famiglie ebree che Pio XII nascose al Gianicolo

Nuove conferme dell’opera di assistenza agli ebrei

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di Antonio Gaspari


ROMA, martedì, 23 agosto 2011 (ZENIT.org).- Dalle ricerche svolte da Giovanni Preziosi risulta che anche La Società del Sacro Cuore, situata al Gianicolo a Roma, nascose e protesse famiglie ebree, su diretta sollecitazione e indicazione di Pio XII.

In un articolo pubblicato da L’Osservatore Romano lo scorso 11 maggio, Giovanni Preziosi ha raccontato di aver svolto una accurata ricerca nell’archivio Generale della Società del Sacro Cuore, dove ha rinvenuto dei documenti rimasti finora nascosti. Si tratta del Giornale della Casa ‘Villa Lante’, nel quale le religiose annotavano tutti gli avvenimenti che di giorno in giorno riguardavano l’istituto, a quel tempo sotto la guida spirituale della superiora generale di origini ispaniche Manuela Vicente, coadiuvata dalla madre vicaria Giulia Datti. Le due suore si occuparono degli aspetti logistico-organizzativi per facilitare l’ospitalità ai rifugiati ebrei e a molti altri antifascisti.

Secondo i documenti trovati da Preziosi, le suore svolsero quelle attività su indicazione dell’allora Pontefice Pio XII. Sembra infatti che il Papa fosse in ottimi rapporti con questa congregazione religiosa, perché già negli anni Trenta, quando era Cardinale, gli era stato affidato il ruolo di protettore della Società del Sacro Cuore.

L’autore di queste ricerche è un quarantunenne di Torre del Greco. Laureato in Scienze politiche è impegnato in ricerche di carattere storico. Nel 2006 ha pubblicato “Sulle tracce dei fascisti in fuga. La vera storia degli uomini del duce durante i loro anni di clandestinità” ed i saggi: L’affaire Rossoni: un ministro del duce rifugiato politico presso il Santuario di Montevergine (“Annali Cilentani” – Studi e Ricerche sul Mezzogiorno minore, n. 2 del 2001) e Operazione conventi: le ratlines vaticane per l’espatrio clandestino degli ex gerarchi fascisti. L’affaire Rossoni (“Elite e Storia” – Rivista Semestrale di Studi Storici, n. 2 del 2003).

Giovanni Preziosi collabora con “la Civiltà Cattolica” e, sporadicamente, con “L’Osservatore Romano”. Molte delle sue ricerche sono pubblicate sul blog http://giovannipreziosi.wordpress.com/.

Considerando l’attualità e l’interesse per di tali ricerche ZENIT lo ha intervistato.

Cosa raccontano i documenti da lei rinvenuti nell’archivio generale dell’Istituto di diritto pontificio Società del Sacro Cuore?

Preziosi: Questi documenti, del tutto inediti, che ho rinvenuto in seguito ad una paziente e meticolosa spigolatura nell’archivio Generale della Società del Sacro Cuore – un istituto di diritto pontificio che sorge sul Gianicolo, fondato agli inizi del 1800 da Madeleine-Sophie Barat –, si sono rivelati a prima vista subito di notevole interesse dal punto di vista storiografico proprio perché contribuiscono a gettare un ulteriore fascio di luce sulla vexata quaestio relativa ai cosiddetti “silenzi” di Pio XII in merito alla Shoah dimostrando, al di là di ogni ragionevole dubbio, come fosse fallace e destituita di qualsiasi fondamento la tesi – balzata prepotentemente agli “onori” della cronaca negli anni ‘60, ed in seguito alimentata ad hoc da più parti fino ai nostri giorni secondo la quale il papa avrebbe seguito cinicamente questa politica del “silenzio” semplicemente per biechi calcoli di interesse e preoccupazioni diplomatiche. Tali polemiche, tuttavia, ritengo che abbiano giovato al progresso della ricerca storica, in quanto proprio in questi ultimi tempi – anche in virtù della ricerca di cui ho dato conto su “l’Osservatore Romano” e l’apertura di vari archivi, compreso in parte l’Archivio Segreto Vaticano – nuovi studi, in realtà, attestano che la voce del pontefice fu l’unica a levarsi in difesa di quanti erano perseguitati. Prova ne sia, ad esempio, proprio il Giornale della Casa di “Villa Lante” e il diario, scritto meticolosamente da suor Maria Teresa Gonzáles de Castejón nel chiuso della sua cella, dai quali si apprendono particolari finora rimasti avvolti nel mistero e nascosti tra le brume di questi archivi. Si apprende, infatti, il ruolo di primo piano svolto da questa congregazione religiosa, mediante la madre superiora Manuela Vicente – abilmente coadiuvata dalla madre vicaria Giulia Datti, che su espressa sollecitazione di Pio XII – tramite il Sostituto della Segreteria di Stato di Sua Santità per gli affari ordinari, mons. Giovanni Battista Montini – si adoperarono per offrire degna assistenza e ospitalità a numerose persone e, in alcuni casi intere famiglie, in prevalenza di religione ebraica che, proprio per tale motivo, erano ferocemente perseguitati dai nazi-fascisti e correvano il rischio di essere deportati negli esecrabili campi di concentramento tedeschi allestiti per la cosiddetta “soluzione finale”.

In che modo le suore nascosero e protessero gli ebrei e i perseguitati?

Preziosi: Alla sua domanda preferirei far rispondere direttamente suor Maria Teresa Gonzáles de Castejón, la quale scrive, con dovizia di particolari, nel suo diario: “Avevamo nel nostro giardino una catacomba, che esisteva già, come rifugio. Questa catacomba era molto grande. Poco dopo qualche famiglia conoscente o amici della nostra comunità, dormirono nel rifugio della casa madre”. Davvero rocambolesca appare poi la minuziosa descrizione dell’episodio che coinvolse la famiglia Sonnino, che da poco si era rifugiata nella Casa della Societa del S. Cuore. Lasciamo ancora una volta la parola a suor Maria Teresa che scrive: “Ho detto che tra i nostri rifugiati vi era una giovane donna con sua figlia. Suo marito, e credo suo figlio, erano rifugiati al Collegio Orientale dei Gesuiti in Piazza Santa Maria Maggiore. Una mattina il padre Gordello S.J. che conosceva bene questa famiglia Sonnino e che aveva convertito al cristianesimo, venne da noi e mi disse: Occorre annunciare una triste notizia alla signora Sonnino. Suo marito è morto in seguito a una crisi cardiaca questa notte. All’inizio della notte i soldati tedeschi sono venuti a fare una perquisizione da noi (C’erano abbastanza rifugiati, ebrei ed altri). Come l’Orientale [l’omonimo Collegio dei gesuiti] comunica dall’interno con il Collegio Russo (il Russicum è anche dei Gesuiti) noi li abbiamo fatti passare di là […]”.

Tuttavia l’improvvisa irruzione dei soldati nazisti si rivelò fatale per il signor Sonnino che stava ancora smaltendo i postumi di un’altra grave crisi cardiaca che aveva accusato qualche mese prima. “Noi ci siamo messe a pregare presso di lui – scrive, con dovizia di particolari, suor Maria Teresa Gonzáles de Castejón –, quando [improvvisamente] i soldati tedeschi sono entrati [e] abbiamo detto loro: Attenzione! Qui c’è un defunto”. E conclude tirando un sospiro di sollievo: “Hanno guardato senza far niente”. Questa encomiabile opera di assistenza e ospitalità fornita dalle suore della Società del Sacro Cuore viene suffragata anche dal Giornale della Casa della Società del S. Cuore di Gesù, laddove si legge, in una nota autografa che reca la data dell’11 ottobre 1943: “Giornata di gran lavoro da una parte e di gran terrore dall’altra!... Mentre su tutte aiutano a sgombrare la sala della scuola dalle panche, tavolini, lavagne e ridurla a camera da letto, giù in portineria è un succedersi di giovani spaventati che chiedono per pietà di essere messi al sicuro dai tedeschi che vogliono deportarli in Germania. La Rev.da Madre e la Madre Economa scendono per calmarli, consigliarli, rassicurarli: è stata una mattinata di ansia da una parte e di tanta materna bontà e comprensione dall’altra. C’è un fuggi fuggi: gli uomini temono di essere presi dai tedeschi e corrono a nascondersi, o almeno a mettere al sicuro la moglie e figliuoli […] la sala della scuola ben arredata accoglie intere famiglie con bambinaie nella sala da pranzo e nella precedente tre tavole riuniscono grandi e piccole dai due ai sessant’anni e più; vi sono moglie e madri di diplomatici, di militari, ex alunne…”. Nel mesi successivi, per la precisione il 5 giugno 1944, la Superiora Generale, ricevette finanche la visita di una personalità di spicco dell’aristocrazia, stiamo parlando della marchesa Caterina Leonardi di Villacortese Dama di Corte niente meno che di S.A. la Regina Elena di Savoia, la quale giunse a “nome di Sua Maestà per ringraziare madre Manuela Vicente dell’ospitalità che aveva concesso a sua sorella, la principessa Milica [Petrović Romanoff], Gran Duchessa di Russia”, tenuta scrupolosamente lontano da occhi indiscreti al punto che perfino le altre consorelle della comunità ignoravano la sua vera identità per tutto il periodo della sua permanenza presso la casa di Trinità dei Monti.

Infatti, su espresso desiderio della S. Sede, Madre Manuela Vicente aveva accettato ben volentieri di offrire “ospitalità alla principessa Milica che, nella sua duplice veste di sorella della Regina d'Italia, e moglie del Granduca di Russia Pietro Nikolaevič era sospettata dagli ‘occupanti tedeschi’... e [tutto] si è fatto per nasconderla, solo le Madri sapevano il vero nome di questa principessa reale”.

Il Pontefice Pio XII era al corrente della cosa?

Preziosi: Leggendo questi documenti direi proprio di si. Si noti bene questa data: 6 ottobre 1943. Ebbene, dai documenti degli archivi dell'Office of Strategic Service declassificati alcuni anni or sono risulta che le forze alleate, proprio dal 6 ottobre 1943, mediante il cablogramma numero 19 erano al corrente del dispaccio segreto con il quale Hitler aveva pianificato il destino degli ottomila ebrei romani, ordinandone la deportazione nei campi di sterminio tedeschi per essere definitivamente «liquidati». È interessante notare la scansione cronologica di questi avvenimenti che coincidono sorprendentemente con la circolare vaticana del 25 ottobre 1943, rivelata dall’attuale segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, in cui si “forniva l’orientamento di ospitare gli ebrei perseguitati dai nazisti in tutti gli istituti religiosi, di aprire gli istituti e anche le catacombe”. Com’è noto pochi giorni dopo, il 16 ottobre, si verificò l’ignominioso rastrellamento del ghetto ebraico di Roma. Dunque, come si evince in modo incontrovertibile da questi documenti, gli alleati erano perfettamente al corrente, e con ben dieci giorni d’anticipo, del piano scellerato che i tedeschi stavano per mettere in atto. Occorreva dunque far presto e, pertanto, non sembra del tutto azzardato ipotizzare che, attraverso qualche canale diplomatico, anche l'entourage vaticano fosse venuto a conoscenza di questa notizia. Del resto non si potrebbe spiegare diversamente la sollecitudine con cui Pio XII, tramite monsignor Giovanni Battista Montini, aveva esortato la superiora generale della Società del Sacro Cuore Manuela Vicente ad allestire adeguati rifugi presso le proprie case religiose allo scopo di dare asilo agli ebrei perseguitati.  È interessante notare poi cosa accadde il 29 maggio del 1944. Si legge, infatti, nel Giornale della Casa che: “Un’opera di zelo obbligò ieri la Rev.da Madre ad andare in Vaticano per ottener modo di salvare un'anima quasi restia alla grazia, ma il Signore ha esaudito le nostre preghiere e da una buona lettera sappiamo che la premura delle Madri e di S. E. Mons. Montini della Segreteria di Stato non sono state vane e il pericolo è allontanato. Vera grazia dello Spirito Santo!...”.

Che tipo di rapporti aveva il Papa con la congregazione religiosa della Società del Sacro Cuore?

Preziosi: Anche in questo caso è interessante rilevare come prima di ascendere al soglio pontificio, l’allora Cardinale Eugenio Pacelli era neanche a farlo apposta il cardinale protettore di questa congregazione religiosa. In effetti i rapporti idilliaci tra Pio XII e la Società del S. Cuore risalivano fin dagli anni Trenta allorché all’allora Cardinale Pacelli era stato affidato per l’appunto il ruolo di protettore di questa congregazione e, in seguito, si erano vieppiù consolidati con la madre superiora Manuela Vicente ragion per cui tutto lascia supporre che furono proprio questi solidi rapporti di fiducia ad indurre il pontefice a rivolgersi senza alcuna esitazione alle suore della Società del S. Cuore per assicurare un rifugio sicuro ad alcune persone di religione ebraica perseguitate dai nazi-fascisti. Il Vicariato intratteneva canali privilegiati con la Superiora della Comunità madre Yvonne De Thélin, mentre il Vaticano interpellava direttamente la Superiora Generale. Inoltre, si deve anche tener conto che il direttore della Congregazione era un ecclesiastico del calibro del gesuita Padre Tacchi Venturi, passato alla storia per il suo ruolo di maîtres à penser e raffinato interlocutore tra la Santa Sede e il regime fascista.  

Quali prove dimostrano che la Santa Sede ha avviato e coordinato la rete di assistenza ad ebrei e perseguitati?

Preziosi: Le prove che attestano, al di là di ogni ragionevole dubbio, il coinvolgimento della Santa Sede nel coordinamento di questa sofisticata rete di assistenza a beneficio degli ebrei sono contenute proprio nel Giornale della Casa «Villa Lante» della Società del Sacro Cuore, nel quale le religiose annotavano tutti gli avvenimenti che di giorno in giorno riguardavano l'istituto, a quel tempo sotto la guida spirituale della superiora generale di origini ispaniche Manuela Vicente, sagacemente coadiuvata dalla madre vicaria Giulia Datti – dal quale apprendiamo, in data 6 ottobre 1943, un particolare davvero molto interessante. «La Rev.da Madre [Manuela Vicente] – si legge – è stata chiamata in Vaticano; si è recata con Sorella Platania alla Segreteria di Stato dove S. E. Mons. Montini l'ha pregata, in nome del Santo Padre, di alloggiare tre famiglie minacciate, come molte altre, di essere prese dai tedeschi. Ha pure offerto un'automobile, affinché la Madre possa andar subito alla Casa Madre per chiedere i dovuti permessi. […] Già una 15ª di persone alloggiano a Betania e la Rev.da Madre studia il modo di trovare altri buoni posti per meglio entrare nei desideri del Santo Padre che si degna darle tanta fiducia». 

In effetti questa tesi viene suffragata anche nel diario scritto da suor Maria Teresa Gonzáles de Castejón che dichiara apertamente: “Noi sapevamo che il Santo Padre aveva aperto le porte del Vaticano ai rifugiati, soprattutto agli ebrei, per salvarli dalla persecuzione razzista. Molte case di religiosi e religiose avevano seguito il suo esempio, e le Reverende Madri Datti, Dupont e Perry decisero di nascondere anche dei rifugiati». Inoltre per scongiurare il pericolo delle improvvise perquisizioni nazifasciste all’interno degli ambienti ecclesiastici, la S. Sede provvide a far pervenire a tutti i superiori dei conventi romani un “avviso” firmato dal governatore militare di Roma Rainer Stahel, in cui si dichiarava esplicitamente che l’edificio era sotto le dirette dipendenze della Città del Vaticano e, pertanto, venivano interdette perquisizioni o requisizioni d’ogni genere. In effetti questo documento sembra che fosse pronto almeno fin dal 12 ottobre 1943, come si evince chiaramente da quanto annotato meticolosamente dalle religiose del Sacro Cuore di Gesù nel diario della loro Casa di Villa Lante, in cui si legge quanto segue:“Nell’impossibilità di comunicare con le varie vicarie, potrebbe essere bene far sapere alle Reverende Madri che possono ricorrere all’Ordinario della diocesi, per i permessi... Speciali poteri temporanei sono stati concessi dalla Santa Sede. In realtà molte Madri Vicarie lo sapevano già. Il Vaticano ha fatto dire, che un documento era pronto, attestante che la nostra Casa Madre era riconosciuta come bene della Santa Sede. Nessuna domanda è stata fatta, ma questa protezione sarà ricevuta con riconoscenza. […] Questo attestato potrebbe essere affisso all'interno del portone…”.