Le fiction televisive e la ricerca della felicità

Lo sceneggiatore Andrea Valagussa, autore di "Don Matteo", spiega cos'è che ispira i personaggi delle sue storie e i valori che le animano

Fiuggi, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 288 hits

La nascita di una fiction televisiva e della relativa sceneggiatura è un fenomeno complesso in cui la creatività allo stato puro non è mai sufficiente. Anche il confine tra “fiction buona” e “fiction cattiva” è sempre molto labile e può esserci un contenuto etico e pedagogico persino nelle storie e nei personaggi poco edificanti.

Questi ed altri aspetti del lavoro dietro le quinte delle fiction televisive sono emersi dalla testimonianza dello sceneggiatore Andrea Valagussa, resa ad un pubblico di giovani tra i 13 e i 28 anni, nell’ambito degli eventi Masterclass del Fiuggi Family Festival.

39 anni, monzese, sposato e padre di un bambino di 4 anni, Valagussa si è laureato in Lettere all’Università Cattolica di Milano, con successiva specializzazione in Comunicazione e Spettacolo presso il medesimo ateneo.

È stato story editor delle miniserie Edda Ciano Mussolini e Rita da Cascia, esordendo come sceneggiatore per Distretto di polizia 6 e 7. È co-autore delle serie Un passo dal Cielo, Che Dio ci Aiuti, Itaca; dei film tv Angelo Nascosto e Il papà della figlia del sindaco; e autore di episodi di lunghe serialità e sit-com (Don Matteo, Ho sposato uno Sbirro, Lab Story).

A colloquio con ZENIT, Andrea Valagussa ha illustrato i retroscena, i segreti e le sfide del suo mestiere.

Come nascono le idee per le fiction televisive? Cosa anima i personaggi di questi storie?

L’uomo racconta storie da quando viveva nelle caverne: soddisfatti i bisogni primari – cibo e riproduzione – ha sempre cercato di soddisfare il suo bisogno di felicità. Le storie dei film sono quindi un modo per rispondere alla domanda: come faccio a essere felice?

Ogni storia è in realtà un’avventura dove c’è un personaggio che deve compiere un viaggio per vivere una vita migliore. La cosa che però davvero interessa lo spettatore è capire come le azioni che il protagonista vivrà, lo cambieranno nell’intimo: lo miglioreranno o lo peggioreranno, lo faranno comunque diventare un’altra persona. Ogni personaggio vive una “linea del desiderio”, ovvero ciò che concretamente sta cercando all’inizio della storia, e una “linea del bisogno” che corrisponde a ciò di cui ha realmente bisogno nella vita. Irrompe quindi un fatto che va a spezzare le certezze della routine quotidiana e il protagonista deve affrontare una serie di peripezie che, ad un certo punto, lo inducono a capire ciò che veramente conta: Rocky Balboa, ad esempio, nel primo episodio della serie lui dedicata, viene sconfitto in un match importante ma trova l’amore.  

Al 95% questo metodo esiste e funziona, sebbene talora sia adoperato in modo inconsapevole. Non si tratta, tuttavia, di una “dottrina” ma del risultato di un’analisi di ogni genere di storia. Analizzando un ampissimo numero di storie si è scoperto che vi sono dei punti fermi, dei cliché che corrispondono a queste regole.

Quanto è importante che le fiction siano animate da un’etica e da una morale?

Se io scrivo per il mio diletto, se sento l’esigenza profonda di scrivere una storia e di svilupparla perché è una cosa che voglio realizzare, allora non mi pongo limiti. Viceversa, se il mio lavoro non è svolto in autonomia, a differenza di quello di uno scrittore di romanzi, ma è commissionato, ci sono regole da seguire, “argomenti tabù”, messaggi positivi da trasmettere. Ciò non significa che si debbano necessariamente scrivere storie “edificanti”: si può dare un messaggio positivo anche partendo da un contesto non edificante ma in linea di massima c’è un approccio etico. Nel mio caso personale, poi, c’è una certa corrispondenza nel senso in cui il mio mondo di valori tende al positivo. Mi trovo quindi a mio agio a raccontare storie positive. Mi trovo invece in difficoltà con i messaggi nichilisti o inclini alla disperazione.

Come si spiega il successo di fiction come Don Matteo, di cui lei è autore?

Vi sono varie ragioni, tra cui la presenza di Terence Hill ed elementi di commedia che si intrecciano al giallo. In particolare, tuttavia, credo vi sia una grande compenetrazione tra il racconto e il pubblico televisivo, in particolare di Raiuno, il quale non è rappresentativo di tutti gli italiani: è infatti un pubblico prevalentemente femminile, di età medio-alta, del Centro-Sud, con un certo grado di educazione e di studi. Non dobbiamo pensare quindi al pubblico che vive nelle metropoli o nelle grandi città, è soprattutto un pubblico di provincia.

La gente mi ferma e mi dice: “scrivi Don Matteo, che bello, io lo guardo…”. E lo guarda gente insospettabile come il mio vicino di casa che è un avvocato, cosa che non avrei mai immaginato. Alla fine è rassicurante, trasmette dei valori e, anche nei confronti di un omicidio, trasmette un discorso di senso. Tornando al discorso iniziale – la ricerca della felicità – Don Matteo, nel suo piccolo, ogni volta cerca di dare una risposta a questo.

Se però Don Matteo è seguito soprattutto da un pubblico non più giovane, tra pochi anni potrebbe riscontrare un declino nell’audience…

Ogni prodotto ha una sua storia e non va avanti all’infinito. Tuttavia, già il fatto di essere arrivati a dieci stagioni è un successo e di rado accade. Inoltre Don Matteo, facendo 8-9 milioni di spettatori a puntata, non va a pescare esclusivamente tra il pubblico del suo target. Non è mia ambizione fare Don Matteo tutta la vita ma ora come ora sono contento di farlo. Quando sarà il momento, troveremo altri prodotti idonei al gusto del pubblico.

Anche una fiction dove prevalgono la violenza o i personaggi malvagi, può trasmettere un messaggio positivo?

In quel caso si possono far passare messaggi positivi o contromessaggi. Se mostro un personaggio “dannato” che riemerge dalla sua dannazione, oppure faccio vedere che la felicità che lui crede di possedere è relativa, sto trasmettendo il messaggio che c’è una coscienza con cui confrontarsi. Ogni personaggio ha una sua linea di cambiamento ed un suo arco di trasformazione che non è detto sia un arco di trasformazione in meglio. Anche se la trasformazione è in peggio, non è detto che sto dando necessariamente un messaggio negativo. Lo spettatore, probabilmente, lascerà il cinema con un senso di amarezza che però è il segno della profondità della sua coscienza, poiché egli vivrebbe la vita in modo diverso rispetto al protagonista di quella fiction.

È più facile provare empatia per un personaggio come Don Matteo o per un personaggio fatto di “chiaroscuri”?

Il personaggio fatto di chiaroscuri ci assomiglia di più. Non a caso i personaggi come Don Matteo ma soprattutto come Mary Poppins sono personaggi “antipatici”, in quanto “perfetti” e, a differenza di noi, hanno sempre una risposta per tutto. In realtà le fiction e i film non raccontano la storia di questi personaggi poiché manca il loro arco di trasformazione. Essi corrispondono allo stereotipo dell’“angelo viaggiatore”, il personaggio perfetto che interviene in un contesto di gente imperfetta che poi migliora e cambia. Anche in Don Matteo, quindi, le storie che ci interessano sono quelle dei personaggi “imperfetti” di contorno, che sbagliano e imparano.

[Ha collaborato Angelo Astrei]