Le gioie e le ansie di una famiglia adottiva

Le domande che si pongono tanti genitori adottivi che si accingono a partire per la missione, perché l'adozione è una missione familiare

Roma, (Zenit.org) Osvaldo Rinaldi | 455 hits

La gioia di questo tempo Pasquale deriva dall’esperienza dell’incontro personale con Gesù Cristo, Signore e Salvatore della storia di ogni uomo.

L’incontro con Gesù Cristo è possibile in ogni epoca della storia, perché Egli continua a vivere nei poveri, negli ammalati, negli emarginati.

Dio ama l’uomo attraverso i doni della pace, della gioia, della misericordia, della speranza. Dio non solo ama, ma nello stesso tempo invita ogni uomo a cercarlo ed amarlo in ogni essere umano debole ed abbandonato nel quale Egli si immedesima. 

Allora come non pensare ai bambini abbandonati per identificarli con Gesù Cristo morente sulla croce, ma vivo per l’eternità. Questa visione mistica, illuminata dalla grazia delle fede, ci permette di credere alla promessa di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».” (Mt 28, 20).   

L’adozione è una “modalità” concreta per giungere a questo incontro con Cristo Risorto.

I genitori adottivi, dopo aver atteso tanto tempo, ricevono da parte dell’ente la tanto attesa telefonata che gli comunica l’abbinamento di uno o più minori.

Quanta emozione, quanto sconcerto, ed anche un pizzico di incredulità, davanti a questa “annunzio angelico”. da parte del rappresentate dell’ente, che comunica alla coppia di essere diventati genitori. 

Il primo desiderio dei genitori adottivi è quello di voler vedere il volto di questi bambini.

E quante domande sui loro figli passano nella mente dei genitori adottivi in questi momenti.

Quale situazione di sofferenza hanno dovuto sopportare? Sarò in grado di sostenere il dolore di mio figlio? Saprò essere un buon genitore per lui? Avrò una buona accoglienza o sarò rifiutato? 

Queste domande sono comuni a tanti genitori adottivi che si accingono a partire per la missione, perché l’adozione è una forma altissima di missione familiare, che supera di gran lunga le capacità dei genitori adottivi.

Nessuna missione è frutto solo delle proprie forze. Ogni missione è sicuramente impegno umano ma soprattutto è opera di Dio.

E’ Lui che compie la missione suscitando pensieri santi che indicano cosa fare in ogni momento, e nello stesso tempo, dona la forza e il coraggio di compiere l’opera di amore da Lui ispirata. 

Non è necessario avere una risposta a tutte le domande per iniziare la missione adottiva. E in questo clima di sentimenti contrastanti di gioia e ansietà, di entusiasmo e timore, i genitori adottivi proseguono la vita ordinaria organizzandosi per l’arrivo dei figli. E tra le tante cose pratiche che bisogna fare prima della partenza, una è sicuramente quella di preparare la valigia. 

La valigia, recuperata dalla soffitta o dal ripostiglio, dove è rimasta per molto tempo impolverata, rappresenta la situazione in cui si è trovata la coppia adottiva, che ha riposto nel proprio cuore il desiderio di diventare genitori, e nel frattempo ha dovuto accantonare questa sua aspirazione.

Essa è figura dell’anima degli aspiranti genitori, che è stata ricoperta dalla polvere dello sconforto per così tanta attesa. Ma tutta questa coltre, proprio nelle ore che precedono la partenza, viene rimossa dal vento della speranza e della gioia. 

La valigia va svuotata delle cose vecchie per essere riempita. Questo svuotamento è veramente uno spogliarsi di tutto quello che è la vita attuale, per far spazio alle esigenze dei figli, che trasformeranno radicalmente la vita ordinaria della coppia.

Il ridurre lo spazio, portando meno indumenti propri pensando all’abbigliamento dei bambini. esprime certamente questo lasciar posto per offrire loro una degna accoglienza. 

Una situazione analoga è avvenuta quando è stato riservato lo spazio alla cameretta, o addirittura si è cambiata casa per l’arrivo dei figli. Questo allargare gli spazi si può tradurre nel dilatare il proprio cuore al fuoco ardente dell’amore. E l’amore è l’unica fiamma capace di ardere senza bruciare, capace di dissolvere tutte le impurità degli egoismi e delle arroganze. 

Chiudere la valigia significa definitivamente concludere un capitolo della propria esistenza per aprirne uno nuovo. La vita passata è ormai è alle spalle, una vita nuova è alle porte. Questo spartiacque tra il passato e il futuro è rappresentato dalla frontiera dell’aeroporto che i genitori adottivi attraversano prima di imbarcarsi per andare incontro ai loro figli. 

Il viaggio prosegue con la salita sull’aereo che, a seconda del paese di destinazione, potrebbe portare ad attraversare un grande mare.

E proprio sul significato del mare è utile soffermarsi. Nell’Antico Testamento esso ha rappresentato l’ostacolo da superare per il popolo d’Israele, stretto alle spalle dall’esercito egiziano.

La potenza e la gloria di Dio si è manifestata tramite il suo servo Mosè che, stendendo il bastone sul mare, su comando del suo Signore, ha aperto le acque, e così Israele ha potuto camminare sull’asciutto.

«Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme non rimasero invisibili» (Sal 77,20). 

Non è forse questa la situazione che vivono i genitori adottivi quando salgono sull’aereo che li condurrà all’incontro con i propri figli? Dio, nella sua immensa bontà, ha indicato e tracciato una via da percorrere che passa proprio sul mare.

La coppia non ha visto come Dio operava, ma ora avverte l’intervento divino. Essa si sente beneficiaria dell’azione della grazia di Dio, che ha aperto il mare consentendo di passare all’asciutto. 

Le acque rappresentano il vissuto della coppia durante quell’attesa di dolore e di tribolazione.

Camminare sull’asciutto appariva qualcosa di irrealizzabile; la croce è stata la forza spirituale che li ha accompagnati durante il percorso adottivo.