Le gioie e le speranze dell'uomo d'oggi (Seconda parte)

Intervento di don Antonio Sciortino, direttore di "Famiglia Cristiana", al Convegno su Carlo Carretto, che si è svolto a Foligno e Spello

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SPELLO, domenica, 7 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo la seconda ed ultima parte dell’intervento tenuto da don Antonio Sciortino, direttore di “Famiglia Cristiana”, al convegno «Carlo Carretto. Le gioie e le speranze dell’uomo di oggi», che si svolto dal 5 al 6 ottobre a Foligno e a Spello.

L’appuntamento è stato promosso dall’Azione cattolica italiana, dalla diocesi di Foligno, dai Piccoli Fratelli di Jesus Caritas e dai Piccoli Fratelli del Vangelo, dall’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia “Paolo VI” (Isacem) e dalle amministrazioni territoriali.

Luoghi dei lavori le città di Foligno e Spello, e la “Casa San Girolamo”, il complesso residenziale presso il quale si trova la tomba di Carlo Carretto e che l’Azione cattolica propone a chi intenda fare un’esperienza intensa e fraterna di contemplazione, discernimento e vita spirituale sulle orme di “Fratel Carlo”.

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Oltre a essere stato un illuminato precursore del Vaticano II, fratel Carlo Carretto è stato anche un fedele discepolo e un autentico interprete del Concilio. Con intelligenza, perché è stato “libero e fedele” in Cristo. Ha vissuto con intensità il suo tempo. Si è sempre confrontato con il proprio tempo alla luce del Vangelo. E ha scrutato con attenzione i “segni dei tempi”. In dialogo con tutti.

Soprattutto fratel Carlo Carretto è stato l’esempio di quello che dovrebbero essere i laici nella Chiesa secondo l’insegnamento del Vaticano II. In una Chiesa non più “società perfetta” identificata nella sola gerarchia, ma una Chiesa vista come “popolo di Dio in cammino nella storia”, al quale “in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini, dalla grazia di Dio chiamati alla salvezza”. Concetto quanto mai attuale, oggi, in una società sempre più multireligiosa e multiculturale, da tenere ben presente in vista della nuova evangelizzazione.

Chiesa come “popolo di Dio” in cui tutti hanno la stessa dignità in forza del battesimo, pur con mansioni differenti, in comune la chiamata alla santità. E dove la gerarchia è al servizio del popolo di Dio. Non è burocrazia o amministrazione, ma servizio e testimonianza. E i laici non sono cristiani di serie B, “minorenni nella fede”, “preti mancati” o “gregari” della gerarchia. Il Concilio ha riscoperto la vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo. E il mondo va rispettato nella sua laicità e autonomia.  Non ci sono due storie, una sacra e una profana. La storia è una sola. La Chiesa vive, cammina nella storia del mondo. Fa proprie “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, sentendosi “realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia”.

La Chiesa non deve chiudersi in sé stessa e stare sulla difensiva. La rotta del Concilio è quella del dialogo e del confronto. Su tutti i temi. Per far comprendere che quando difende il valore della famiglia e i temi della vita e altri valori fondamentali della persona e della società, non sta difendendo interessi confessionali, ma è un impegno laico e di civiltà, collegato all’impegno comune per altri grandi temi di etica pubblica, come la pace, la lotta alla corruzione, la battaglia contro la fame nel mondo o la lotta alle nuove povertà. Battaglie da portare avanti insieme, credenti e non credenti, nel dialogo e nella collaborazione. Con una testimonianza pubblica e coraggiosa della propria fede. E annunciando il Vangelo nella sua interezza, anche quando va controcorrente.

Purtroppo, oggi mancano laici maturi e adulti nella fede, come Carlo Carretto. E sul tema della vocazione e dignità dei laici siamo tornati indietro rispetto al Concilio. E, ancor più, sul tema della piena corresponsabilità dei laici nella Chiesa. E’ caduta nel vuoto anche la richiesta formale fatta ai vescovi di dare vita nella Chiesa a un organismo nazionale permanente di partecipazione dei laici. E’ prevalso ancora una volta un atteggiamento di sfiducia verso il laicato, almeno nei fatti. Sono tuttora considerati come esecutori passivi o quasi delle direttive del clero. Come ricorda spesso monsignor Luigi Bettazzi, l’unico vescovo vivente che ha partecipato al Concilio: “La gerarchia ha il compito dell’ultima parola, ma è l’ultima dopo tante altre”. Manca oggi il salto di qualità dei laici cristiani per la vita del Paese. Anche per l’impegno nella politica, che è il terreno specifico dei laici.

Siamo in una sorta di afasia del laicato, non coinvolti nelle decisioni ma anche nella fase di preparazione delle decisioni. Scrive padre Bartolomeo Sorge nel suo libro La traversata: “Purtroppo, nella Chiesa italiana, una mentalità clericale dura a morire non ha favorito la piena assimilazione degli insegnamenti del Concilio sul laicato e sulla laicità. Perciò è importante impegnarsi in una nuova stagione formativa”. Giuseppe Lazzati era così convinto dell’importanza dei laici nella Chiesa che voleva che ci fossero dei seminari anche per la formazione dei laici, così come ci sono i seminari per la formazione dei preti.

L’appello di Carlo Carretto a non chiudere il laicato in un “ghetto clericale” si inserisce nel solco profondo della tradizione della Chiesa, che ha trovato uno dei maggiori testimoni nel beato Henry Newman: “Voglio un laicato non arrogante, non precipitoso nei discorsi, non polemico, ma uomini che conoscono la propria religione, che in essa vi entrino, che sappiano bene dove si ergono, che sanno cosa credono e cosa non credono, che conoscono il proprio credo così bene da dare conto di esso, che conoscono così bene la storia da poterlo difendere”.

“Stare da laici nella Chiesa e da cristiani nel mondo”: questa, secondo la felice intuizione di Paolo VI, è la vocazione dei christifideles laici. A giudizio di Carlo Carretto, per rimanere fedeli a tale vocazione è necessario osservare questo impegno: “Credere nella santità!”. Impegno che ci coinvolge tutti, pastori e fedeli.

Lo stretto legame di fratel Carlo Carretto con il Concilio è anche su tanti altri temi. A cominciare  dalla riscoperta e al primato della Parola di Dio, come sorgente di vita spirituale per i fedeli. Fu il Concilio a mettere nelle mani di tutti i cristiani i testi sacri, non più riservati agli esperti. Così si è rinnovata la preghiera, sia liturgica che privata. Questo è stato uno dei frutti più importanti di tutto il Concilio. La riforma liturgica, che ruppe un immobilismo che durava da secoli nella Chiesa, sostituendo il latino con le lingue volgari e dando ampio spazio alla Parola di Dio nella Messa, è stato il simbolo più significativo del rinnovamento conciliare. O per lo meno, quello che la gente ha più facilmente compreso e praticato.

La forza della Chiesa sta nella Parola di Dio, nella santità dei fedeli e nella predilezione dei poveri. Cose che possiamo trovare nella vita e nella testimonianza di fratel Carlo Carretto. Una Chiesa libera, che esercita il dono evangelico della parresia, anche quando dire la verità costa. Ma è la verità che ci rende liberi, come ci ricorda l’evangelista Giovanni. Una Chiesa più profetica e meno diplomatica, soprattutto quando i tempi lo richiedono. O quando sono in ballo valori fondamentali come la dignità della persona o l’uguaglianza di tutti gli esseri umani.

Infine, una Chiesa povera, che vuol dire una Chiesa per i poveri e una Chiesa dei poveri, perché il povero è l’icona di Gesù. Un tempo, prima che venisse applicato ai Papi, l’espressione “vicario di Cristo” era la definizione del povero. Una Chiesa, quindi, che sappia vedere il mondo con gli occhi dei poveri. La “Chiesadel grembiule”, come diceva don ToninoBello, e non dei ricchi paramenti. Che si inginocchi e si metta a servizio dei poveri e dell’umanità sofferente.

[La prima parte è stata pubblicata sabato 6 ottobre]