Le migrazioni: un pellegrinaggio di fede e di speranza

Il Messaggio di Benedetto XVI in occasione della 99° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

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di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 29 ottobre 2012 (ZENIT.org) – Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza: è questo il tema scelto da papa Benedetto XVI per la 99° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata il 13 gennaio 2013.

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale, il Pontefice ha innanzitutto delineato un parallelo con la Gaudium et spes, la Popolorum Progressio e la Centesimus Annus, menzionando poi la sua enciclica sociale, Caritas in Veritate, in cui ricordava che “ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione” (62).

“Fede e speranza” sono le parole chiave nelle vicende di molti migranti desiderosi di lasciarsi alle spalle “la «disperazione» di un futuro impossibile da costruire”. Al tempo stesso chi viaggia è sovente animato dalla “profonda fiducia che Dio non abbandona le sue creature e tale conforto rende più tollerabili le ferite dello sradicamento e del distacco, magari con la riposta speranza di un futuro ritorno alla terra d’origine”.

Il Papa ha poi ribadito le varie “direttrici” in cui la Chiesa esplica la sua pastorale sulle migrazioni. In primo luogo vi è l’assistenza concreta e i soccorsi a beneficio dei migranti, specie nelle situazioni di emergenza. Da qui gli aiuti elargiti con “generosa dedizione di singoli e di gruppi, associazioni di volontariato e movimenti, organismi parrocchiali e diocesani in collaborazione con tutte le persone di buona volontà”.

C’è tuttavia anche un aspetto relativo alle “buone potenzialità” e alle “risorse di cui le migrazioni sono portatrici”. In questa direzione vi sono iniziative che “favoriscono e accompagnano un inserimento integrale di migranti, richiedenti asilo e rifugiati nel nuovo contesto socio-culturale, senza trascurare la dimensione religiosa, essenziale per la vita di ogni persona”, ha ricordato Benedetto XVI.

Le migrazioni possono rappresentare, inoltre, un’occasione di dialogo ecumenico con cristiani di altre denominazioni, mentre con i migranti di fede cattolica si apre la possibilità di “realizzare nuove strutture pastorali e valorizzare i diversi riti, fino alla piena partecipazione alla vita della comunità ecclesiale locale”.

La pastorale della Chiesa sull’immigrazione rifiuta il “mero assistenzialismo”, mentre promuove soprattutto “l’autentica integrazione, in una società dove tutti siano membri attivi e responsabili ciascuno del benessere dell’altro, generosi nell’assicurare apporti originali, con pieno diritto di cittadinanza e partecipazione ai medesimi diritti e doveri”.

Inoltre l’emigrazione non è soltanto una fuga da situazioni disperate, né è dovuta esclusivamente a ragioni economiche. Chi emigra spesso custodisce in sé “la fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale” e di incontrare persone che siano disposte a “condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e svantaggiato”.

Migranti e rifugiati, se accolti in modo adeguato, possono “contribuire al benessere dei Paesi di arrivo con le loro competenze professionali” e, con la loro “testimonianza di fede”, donare “impulso alle comunità di antica tradizione cristiana”.

Nel Messaggio per la 99° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, Benedetto XVI ha ribadito che ogni Stato ha il diritto di “regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune”, purché sia sempre assicurato il “rispetto della dignità di ogni persona umana”.

Il diritto all’emigrazione è quindi contemperato dal “diritto a non emigrare”: già il Beato Giovanni Paolo II aveva infatti affermato che “diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria”, purché siano sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione.

L’emigrazione, quindi, a seconda dei casi, può diventare un fenomeno all’insegna della fiducia e della speranza o, al contrario, della disperazione e della lotta per la propria sopravvivenza.

A fronte di quanti riescono ad integrarsi nel paese d’accoglienza e a conquistarsi una posizione di dignità, ve ne sono altrettanti che “vivono in condizioni di marginalità e, talvolta, di sfruttamento e di privazione dei fondamentali diritti umani, oppure che adottano comportamenti dannosi per la società in cui vivono”.

I misfatti dovuti all’immigrazione irregolare, specie se legata al traffico e allo sfruttamento di persone, vanno “decisamente condannati e puniti”, mentre una “gestione regolata dei flussi migratori” è consigliabile, purché non si limiti alla “chiusura ermetica delle frontiere”.

Nei paesi di origine dei migranti vanno operati “interventi organici e multilaterali”, per contrastare i traffici di persone. Al tempo stesso vanno sviluppati “rapporti di intesa e di cooperazione tra realtà ecclesiali e istituzionali che sono a servizio dello sviluppo integrale della persona umana”.

L’appello finale del Papa ai migranti è quello di non perdere mai la fiducia e la speranza nel Signore, riconoscendo “il suo volto nei gesti di bontà” che ricevono nel loro “pellegrinaggio migratorio”.

Il Santo Padre conclude poi il Messaggio citando la propria enciclica Spe Salvi, in cui definisce la vita come un “viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca”, in cui gli astri, che ci indicano la rotta e ci infondono speranza, sono “le persone che hanno saputo vivere rettamente”.

La “luce per antonomasia” è però Gesù Cristo, l’unico che dà sempre senso al viaggio di ciascuno di noi, compresi i migranti, viaggiatori per eccellenza.