Le passioni dell'anima

I dialoghi monastici di Giovanni il Solitario

Roma, (Zenit.org) Robert Cheaib | 358 hits

L’opera della creazione in Genesi 1 si presenta come un ordinamento fatto di distinzioni e di polarità, quasi per invitare l’uomo a imparare a ricreare il proprio universo e la propria vita imitando Dio, mettendo ordine. Quest’arte di riordinare la propria vita e le proprie passioni è stata appresa e insegnata con maestria dai solitari delle varie tradizioni cristiane. Giovanni il Solitario costituisce uno dei grandi maestri della tradizione siriaca in questo campo.

Pur non essendo facile l’identificazione precisa di questo grande maestro, sappiamo della «influenza non trascurabile» che la sua originale dottrina ha esercitato su autori famosi come Filosseno di Mabbug, Giacomo di Sarug, Isacco di Ninive, Giovanni di Dalyata, Giuseppe Hazzaya, ecc.

Il libro Le passioni dell’anima – un classico della cultura monastica siriaca, tradotto per la prima volta in italiano – raccoglie quattro dialoghi di Giovanni il Solitario che testimoniano la facilità e la genialità con le quali ha navigato nell’ambito monastico, spirituale, ascetico e teologico-dogmatico.

Gli argomenti su cui vertono questi dialoghi con Eusebio ed Eutropio sono principalmente – come nota la preziosa introduzione di Marco Pavan – «la scansione della vita spirituale in tre gradi, corrispondenti alle tre dimensioni fondamentali della persona umana: corpo, anima, spirito». È un cammino verso la scoperta, o la riscoperta, di un ordine.

Vi è una capacità percettiva che l’uomo non può esercitare finché è prigioniero dei sensi. «Il corpo non può vedere con gli occhi ciò che non si può vedere se non con la mente». I sensi esteriori, infatti, non possono percepire la profondità dei misteri della creazione e non possono quindi da sé risalire verso «la sapienza nascosta delle creature dell’Onnipotente».

Una metafora efficiente nel pensiero di Giovanni il Solitario mostra la progressione che l’anima vive nell’intelligenza interiore delle realtà spirituali: è la metafora del concepimento del feto nel grembo e della nascita al mondo. Finché rimane al livello fisico o a quello psichico, l’uomo risulta come un feto nel grembo rispetto alla vita futura. Di quel mondo non può sperimentare niente con i propri sensi. Dopo la nascita, però, lo schermo è rimosso e l’uomo può guardare la realtà divina così come è e beneficiare della comunione piena con Dio.

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