Le radici cristiane dell'Albania (Seconda parte)

Al prossimo Meeting una mostra svelerà la storia di un popolo vicino ma ancora poco conosciuto

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di Luca Marcolivio

ROMA, venerdì, 6 luglio 2012 (ZENIT.org) – La prima parte dell'intervista a Teodor Nasi, tra i curatori della mostra Albania Athleta Christi. Alle radici della libertà di un popolo, in programma al prossimo Meeting di Rimini (19-25 agosto), è stata pubblicata ieri, venerdì 6 luglio 2012.

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Perché è così attuale la figura del vostro eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg? Che valori può trasmettere a noi che non conosciamo l'Albania?

Teodor Nasi: L’identità albanese, così come si è in qualche modo salvata fino ad oggi, trova la prima linfa vitale nell’epopea di questo personaggio eccezionale. Per i popoli balcanici i miti storici sono fondamentali, anche se sovente ridotti a idoli nazionalisti.

Qui parliamo di un grande principe cattolico, l’Athleta Christi dei Papi suoi contemporanei. Per gli albanesi la sua grandezza è riconosciuta ed orgogliosamente esaltata. Noi mettiamo in luce un aspetto della sua epopea che di solito la propaganda nazionalista tende a sottovalutare. Egli combatté in un contesto in cui l’Europa cristiana iniziava a difendersi dal più pericoloso nemico esterno della sua storia. Scanderbeg è immerso in questo contesto ed ha una parte da protagonista in questa lotta. Egli è nel cuore di questa lotta per la salvezza dell’Europa e vi si dedica con ogni forza, a dispetto di ogni calcolo. E, miracolo, gli albanesi lo seguirono uniti. Alcuni lo tradirono, ma ciò che rimane è che in quei trentacinque anni di cinque secoli fa gli albanesi entrarono nella leggenda.

Unità, lotta per la libertà, chiarezza dell’appartenenza, una epopea commovente… È attuale l’orgoglio degli albanesi per ciò che allora furono. È un punto di partenza per giudicare il presente, per dare le ragioni dell’orgoglio. È la viva descrizione degli albanesi immersi eroicamente nella cultura europea occidentale, in maniera tanto naturale da non essere in dubbio la relativa appartenenza.

Uno storico, Francesco Pall, descrive con efficacia l’impatto che ebbe Scanderbeg sui principi italiani suoi contemporanei: “[…] anche uomini di così calcolata avvedutezza, così astuti e privi di scrupoli, in quell’ambiente quattrocentesco, acerbamente egoistico e di generale slealtà, come erano lo Sforza e Ferrante d’Aragona, si mostrarono particolarmente sensibili di fronte a tanta liberalità d’animo e una così schietta lealtà […]”.

Castriota difese la fede del suo popolo con le armi, quasi come un crociato. Non rischia di essere un'immagine un po' "fuori luogo" in un contesto come quello del Meeting dove il dialogo interreligioso e l'amicizia tra i popoli sono all'ordine del giorno?

Teodor Nasi: Scanderbeg era un vero e proprio crociato. Quando prese il potere a Kruja nel 1442, la prima cosa che fece fu quella di passare per le armi tutti i turchi presenti che non si vollero convertire. Fu una crudeltà non fine a se stessa e che non si ripeté più in questi termini. In quel momento, all’inizio della sua lotta, Scanderbeg si schierava secondo il metodo del tempo. Diceva pubblicamente al Sultano che stava iniziando una guerra senza ripensamenti, all’ultimo sangue. Un gesto terribile. Siamo di fronte ad una scelta: o chiudiamo gli occhi o rileggiamo la nostra storia senza censurare nulla, alla ricerca delle radici di ciò che siamo. Per farlo credo che il primo requisito sia essere uomini liberi.

Se la verità storica al Meeting fosse fuori luogo, credo che esso si ridurrebbe in ultima istanza ad una sorta di celebrazione del relativismo. La mia esperienza del Meeting è quella di un luogo libero, slegato dalla schiavitù a teorie politically correct. D’altra parte il cuore dell’uomo è fatto per l’infinito, non per avere successo tra gli uomini che non deve offendere.

Lei vive in Italia da un po' di anni: come giudica i rapporti tra la sua terra d'origine e la sua terra adottiva? In cosa si rassomigliano e in cosa si differenziano i nostri popoli?

Teodor Nasi: Gli albanesi sanno tutto dell’Italia, gli italiani non sanno quasi nulla dell’Albania. C’è un po’ di disequilibrio nella reciproca comprensione. Ma poco male, alla fine conta il fatto che noi qui siamo accolti, anche se non da qualche violento ignorante.

Io faccio l’avvocato penalista in Italia. Ritengo questa professione importante quanto quella del medico. Se questi è colui che tutela la vita dell’uomo, l’avvocato penalista è colui che ne difende la libertà dagli abusi di chi applica la legge e dalle stesse leggi quando sono ingiuste. È una figura che i padri della patria repubblicana concepiscono così perché hanno chiara la luminosa tradizione cui appartenevano, dalle chiare radici cristiane.

Ebbene, oggi in Italia, la vulgata giornalistica e la relativa dominante opinione pubblica vedono nell’avvocato solo uno che “tira fuori di galera i delinquenti”, riducendone l’importanza ad un fastidio che non sanno perché lo si debba sopportare. Pensi che in Albania nel 1945-46 la prima categoria di persone fisicamente eliminata dal regime furono i preti cattolici. Immediatamente dopo i comunisti torturarono ed uccisero i loro avvocati. L’avvocatura fu abolita pochi anni dopo, con la motivazione che si trattava di una professione inutile. In Italia non siamo a questo punto, ma forse stiamo rotolando culturalmente verso una pari concezione.

Pensi anche alla generale sfiducia nella democrazia che inizia a serpeggiare un po’ ovunque. Ci sono in Albania persone che, come alcuni sedicenti ferventi cattolici, dicono stupidaggini come “la democrazia ha fallito”, guardando il vuoto identitario che segna quel paese. È un po’ la vecchia tentazione, miope e segno di schiavitù, di dare la colpa al sistema e non a noi stessi. In Italia si dà analogamente la colpa alla classe politica per la crisi e per il ristagno economico. È un po’ il cercare il male fuori dall’uomo che segna entrambe le culture.

Una cosa positiva che ci unisce è forse che non siamo popoli pusillanimi o servi. In sintesi: gli albanesi hanno un problema di definizione della loro identità. Secondo lei, si è poi riusciti a fare gli italiani?