Le ragioni del confronto con la fede nel dopoguerra europeo

Intervista alla scrittrice e saggista Marialuisa-Lucia Sergio

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ROMA, venerdì, 23 novembre 2007 (ZENIT.org).- Quanto influì sulla Costituente, la concezione cristiana della politica, in riferimento soprattutto ai contenuti del personalismo e del diritto naturale? Perché ancora oggi un certo laicismo è intollerante verso la cultura cattolica? Quanto del conflitto tra cattolici e laicisti si riflette nel rifiuto delle radici cristiane nella Costituzione europea?

A queste ed altre domande ha cercato di rispondere Marialuisa-Lucia Sergio nel libro appena pubblicato “Confronto con la fede. Religione civile e identità cristiana nella cultura laica della Costituente” con prefazione del Cardinale Goerges Cottier, O. P. (Edizioni Studium, pp. 135, € 21,00).

Autrice di diversi libri e saggi, Marialuisa-Lucia Sergio svolge la sua attività di ricerca come contrattista in Storia contemporanea presso l'Università di Chieti-Pescara. È ricercatrice della Fondazione Luigi Sturzo di Roma ed è consulente storico del Senato della Repubblica.

ZENIT l’ha intervistata.

In che misura la cultura cristiana personalista e del diritto naturale influenzò il dibattito che diede vita alla Costituente?

Sergio: Il personalismo cristiano esercitò un’influenza decisiva. Occorre ricordare infatti che il lavoro dell’Assemblea costituente fu preceduto, nell’ottobre del 1945, dalla XIX Settimana sociale dei cattolici d’Italia in cui furono enunciati per la prima volta i principi fondamentali cui s’ispirò in seguito la Costituzione.

In particolare il cardinale arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa enumerò con chiarezza una serie di punti: il diritto al riconoscimento della fede cattolica della nazione; il diritto alla libertà e dignità della persona umana cristianamente intesa; l'indissolubilità del vincolo matrimoniale e il diritto della famiglia alla libera educazione dei figli e alle provvidenze sociali; il diritto a un’istruzione consona alle leggi della Chiesa e il diritto alla vera giustizia sociale, ispirata ai principi dell'amore per il prossimo, della carità e della solidarietà.

Nel mio libro non parlo però solo della Costituzione italiana, ma anche dell’apporto del personalismo cristiano alla nascita degli organismi internazionali quali l’Onu e la Comunità europea. Richiamo infatti anche il contributo determinante di Maritain alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e di Gilson, De Rougemont, Brugmans e di altri intellettuali cristiani ai primi tentativi di Costituzione europea.

Per esempio durante il Congresso dell’Aja del maggio 1948 (da cui nacque il Consiglio d’Europa) fu affermata la necessità di una rivalutazione dei valori morali dell’Europa cristiana da rideclinare (come disse De Rougemont) nel nome del «dynamisme libérateur de la personne».

Nell'Europa dilaniata dalla guerra in che modo le radici cristiane ed il pensiero liberal-cattolico riuscirono a ricostruire unità e identità?E perchè oggi quelle stesse radici sono state rifiutate?

Sergio: C’è un’immagine molto nota di Pio XII, datata 13 agosto 1943, che aiuta a rispondere a questa domanda: si vede il Santo Padre che, tra gli sfollati del quartiere bombardato di San Giovanni, apre le braccia a forma di croce e mostra la veste bianca macchiata di sangue.

È un’immagine molto bella che evoca la centralità del Pastor angelicus che stringe a sé, simbolicamente, le vittime della guerra e che incarna quell’etica popolare di matrice cristiana, allora molto viva nelle famiglie, che riuscì a far superare la violenza e le divisioni della guerra per ristabilire forme umane di solidarietà.

Dal punto di vista culturale, la fede cattolica dimostrò che le aberrazioni del totalitarismo erano da imputare alle teorie del positivismo giuridico secondo cui è l’ordinamento statale a creare i valori della società, i quali sono solo convenzionali e privi di validità universale.

Per i cattolici è vero invece il contrario: i valori della società devono fondarsi sulla legge naturale, che è anteriore all’ordinamento statale e deve essere da questo riconosciuta e tutelata.

Le radici cristiane sono state nel tempo eclissate da una cultura relativistica che postula la manipolazione della persona umana e delle fonti stesse della vita attraverso il potere assoluto e autoreferenziale del mondo scientifico e tecnologico e le concentrazioni abnormi della ricchezza economica.

Tuttavia oggi sono in molti ad accorgersi, anche fra i non cattolici, del cono d’ombra di sopraffazione e d’ingiustizia che il relativismo proietta sulla società.


Nonostante il contributo decisivo del popolo e del pensiero cattolici per la vittoria della democrazia e della civiltà, il laicismo insieme alle forze socialcomuniste si opposero strenuamente all'emergere della cultura politica cattolica. Perchè?

Sergio: La radicalizzazione dello scontro politico determinato dalla guerra fredda irrigidì il confronto culturale.

La propaganda socialcomunista riuscì a occultare sistematicamente il dato della costante negazione della libertà religiosa nei paesi della cortina di ferro e a veicolare l’idea che in Occidente la fede dovesse risolversi in un fatto esclusivamente privato.

Al contempo, a destra della Democrazia cristiana, un anticomunismo ideologico e settario impedì di accorgersi di una nuova e più insidiosa minaccia ai valori cristiani, quella proveniente - non più dalle ideologie - ma dal conformismo della cultura di massa, basata sui grandi monopoli informativi che impongono modelli di vita egoistici e amorali.

Oggi insieme al crollo dell'ideologia comunista, si vede un riemergere del laicismo intollerante e radicale nei confronti della cultura cattolica. Quali sono secondo lei le ragioni?

Sergio: Le ideologie secolari (fascismo e comunismo) sono state a loro volta secolarizzate dal post-modernismo, cioè da quella forma di relativismo che nega la possibilità stessa della verità e di una concezione totale dell’Uomo.

Come però ha più volte ricordato mons. Giuseppe Betori, il cattolicesimo non è una minoranza nel nostro paese, perché la maggioranza degli italiani continua a dichiararsi cattolica e a riconoscere nella Chiesa un’autorità morale di cui non si può non tener conto. Inoltre i movimenti ecclesiali e le aggregazioni laicali uniscono moltissimi giovani, parlando con un linguaggio nuovo adatto alle sfide della contemporaneità.

In sintesi, quali sono i motivi per cui lei consiglierebbe di leggere il libro?

Sergio: Perché il libro ricostruisce quel dialogo tra laici e credenti che rese possibile l’affermazione dei principi che sono alla base della nostra convivenza civile, come quello dell’art. 29 sulla famiglia naturale basata sul matrimonio o quello dell’art. 2 sui doveri inderogabili di solidarietà politica, sociale ed economica.

Sono presupposti che vanno riscoperti per evitare un duplice pericolo: da una parte quello del laicismo intollerante che non rispetta il valore della vita; dall’altra quello della proposta di una religione civile che si appropria del magistero cattolico in modo solo strumentale, senza accoglierne il presupposto solidaristico della carità.

Inoltre, prendendo spunto dal Magistero di Benedetto XVI sul rapporto fra la ragione dei laici e la ragione dei credenti, il libro s’interroga su problemi di urgente attualità, come quello della differenza tra il «diritto fondato sulla persona» (nel rispetto dei fondamenti ontologici e metafisici) e la «personalizzazione del diritto» (intesa come presunta legittimità di tutte le rivendicazioni sociali e identitarie), che oggi si va affermando sul terreno del relativismo e dell’indifferenza religiosa.