Le sette in America Latina avanzano grazie al “vuoto pastorale” cattolico

Intervista a Miguel Ángel Pastorino, direttore di un centro uruguayano

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MONTEVIDEO, venerdì, 8 luglio 2005 (ZENIT.org).- L’aumento delle sette in America Latina è dovuto al “vuoto pastorale” che negli ultimi decenni ha riguardato la Chiesa cattolica, afferma un esperto.



Miguel Ángel Pastorino, direttore del Servicio para el Estudio y Asesoramiento sobre Sectas y Nuevos Grupos Religiosos (Servizio per lo Studio e la Consulenza sulle Sette e sui Nuovi Gruppi Religiosi, SEAS) uruguayano e membro della Commissione nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale dell’Uruguay, affronta in questa intervista il fenomeno attuale delle sette in America Latina, approfondendo anche la notevole proliferazione dei movimenti neopentecostali.

Negli anni ‘80 alcuni esperti parlavano di un esodo di massa dei cattolici latinoamericani verso le sette, citando cifre di circa 400 credenti all’ora. Si tratta di una realtà ancora attuale?

Miguel Á. Pastorino: Certamente questa “migrazione” di cattolici continua anche oggi. Oggi assistiamo non solo ad un esodo verso le diverse proposte di stampo gnostico ed esoterico, verso i culti afroamericani, le sette paracristiane, verso lo spiritismo e le sette ufologiche, ma anche ad un abbandono silenzioso all’indifferenza religiosa, prodotto dall’avanzamento della secolarizzazione nelle grandi città. Il movimento pentecostale è quello che ha registrato la maggiore crescita e che non dà alcun segno di stabilizzazione, ma che anzi sembra voler continuare a crescere in forma esponenziale. Si parla di quasi 150 milioni di pentecostali in America Latina, senza contare i carismatici di altre denominazioni tradizionali. Gli esperti parlano senza esitare di una “pentecostalizzazione” dell’America Latina. La rivista “Concilium” affermava nel 1996 che già 400 milioni di cristiani erano diventati pentecostali (ma includeva tra questi anche i carismatici).

Quando Franz Damen riportava la cifra che lei cita, si riferiva soprattutto ai gruppi pentecostali che a suo tempo erano considerati come “sette fondamentaliste”, ma con le quali è in corso oggi un dialogo ecumenico. La questione non è semplice perché l’ampio spettro dei pentecostali è molto complesso ed è composto da numerose correnti, dalle Chiese istituzionalizzate ed impegnate nell’ecumenismo e con la società fino alle pericolose sette che attentano contro l’integrità delle persone.

D’altra parte è in atto anche una sorta di autoinganno cattolico sulle cifre, in quanto il presunto continente più “cattolico” in effetti non lo è poi così tanto. La Chiesa, infatti, tiene conto del numero dei battezzati, ma non considera il fatto che la maggior parte di questi poi non perseverano nel cattolicesimo, tanto che tra gli esperti del settore si parla già di maggioranza evangelica in America Latina. Già nel 2000 si parlava di un 26% di pentecostali in Cile, di un 16% in Brasile e di un 34% in Guatemala, e credo che oggi questi dati siano aumentati.

A livello economico, in Brasile il mercato evangelico muove qualcosa come 1.000 milioni di dollari l’anno e genera circa due milioni di posti di lavoro. Secondo una recente ricerca, dal 1960 gli evangelici hanno raddoppiato la propria presenza percentuale in Paraguay, Venezuela, Panama e Haiti, sono triplicati in Argentina, Nicaragua e Repubblica Dominicana e quadruplicati in Brasile e Porto Rico. In Colombia ed Ecuador sono cresciuti di sei volte, mentre in Guatemala di sette.

In Uruguay molti cristiani tali solo nominalmente, poiché se il 54% afferma di essere cattolico, solo il 2,3% partecipa alla Messa e di questi non tutti aderiscono alla fede della Chiesa e alla sua missione. D’altra parte ogni pentecostale convertito è un militante nella fede e questo rappresenta per le Chiese tradizionali un sostanziale svantaggio. Gli evangelici in Uruguay hanno raggiunto l’11%, mentre gli afrobrasiliani sono arrivati al 9%.

Si salvano solo i movimenti ecclesiali cattolici (Rinnovamento carismatico, Neocatecumenali, Focolarini, ecc.), che registrano un vigoroso aumento in America, controbilanciando l’avanzamento delle sette, e rappresentano una speranza per il cattolicesimo essendo fonte di vocazioni e di laici ben formati ed impegnati.

Quali sono le principali cause di questo esodo?

Miguel Á. Pastorino: Sebbene vi siano moltissime cause esterne alle Chiese tradizionali, di cui la maggioranza sono di ordine socio-culturale, credo che un motivo non meno importante sia ciò che Giovanni Paolo II ha definito come il “vuoto pastorale”, ovvero la mancanza di un’attenzione spirituale impegnata e di una solida formazione dottrinale da parte della Chiesa cattolica e delle altre Chiese protestanti tradizionali che registrano un analogo calo vocazionale.

Dopo il Concilio Vaticano II, l’attività pastorale ordinaria del nostro contesto ha privilegiato la dimensione personale e quella sociale, trascurando due aspetti fondamentali dell’esperienza religiosa: la dimensione spirituale e quella dottrinale, lasciando così uno spazio vuoto nel quale sono proliferate risposte “alternative”. Questa disattenzione, unitamente ad una evangelizzazione superficiale, fondata troppo poco sull’identità cristiana, finisce per diluire l’identità cattolica, riducendola a qualche impegno morale o a qualche pratica sacramentale.

Mentre la Chiesa si è amalgamata con la modernità e la sua fede con la ragione e il progresso, il mondo moderno crollava con tutti i suoi miti e dèi secolari. L’uomo e la donna di oggi, stanchi delle istituzioni moderne, della burocrazia, della ragione e assillati dai tanti progetti utopistici, si sono lanciati alla ricerca dell’esperienza, della mistica, della spiritualità emotiva; non sono interessati alle “ragioni”, ma all’“esperienza”, non importa loro della “dottrina”, ma del “risultato”. La pastorale si è razionalizzata fino alla noia e si è troppo modernizzata e burocratizzata. L’uomo postmoderno, desideroso di incontrarsi con Dio, ha solo trovato ideologie, riunioni e pianificazioni all’interno delle sue Chiese, ma nessuna esperienza interiore, e questo lo ha portato a cercare in altre fonti “l’acqua viva” che non ha trovato lì dove dovrebbe abbondare.

A tale riguardo diceva Giovanni Paolo II nel 1992: “... può anche avvenire che i fedeli non trovino negli agenti della pastorale quel forte senso di Dio che essi dovrebbero trasmettere con la loro vita”.

Per questo mi pare che la crisi di fede e di spiritualità di molti settori delle Chiese tradizionali sia una delle principali cause di questo esodo di massa verso le sette, o verso l’indifferenza, ma non verso l’irreligiosità. L’81% degli uruguayani afferma di credere in Dio, tuttavia nella maggior parte dei casi si tratta di una fede “a modo mio” e la forma più diffusa di vivere la vede è “à la carte”; con le parole di Peter Berger: “credere senza appartenere”. Solo una piccola percentuale attualmente appartiene effettivamente a qualche confessione religiosa tradizionale.