Le sfide dei maroniti della diaspora (Seconda parte)

Intervista a Mons. Habib Chamieh, vescovo di Buenos Aires dei maroniti

Roma, (Zenit.org) Robert Cheaib | 303 hits

Pubblichiamo oggi la seconda e ultima parte dell’intervista con monsignor Habib Chamieh, vescovo di Buenos Aires dei maroniti. La prima parte è stata pubblicata ieri, mercoledì 25 settembre.

***

Avete considerato tematiche ecumeniche e interreligiose?

Mons. Chamieh: Sì, abbiamo parlato dei rapporti ecumenici con i fratelli ortodossi e protestanti. Ma vorrei sottolineare soprattutto l’interessante intervento del Cardinal Jean Louis Touran il quale, parlando del dialogo con l’islam, ha detto che abbiamo due compiti fondamentali: il primo, aiutare i musulmani a vivere un’apertura culturale perché il fondamentalismo si nutre e approfitta dell’ignoranza delle persone. Il secondo, è quello di aiutare i cristiani, spesso analfabeti nella fede, a diventare più afferrati e coscienti della loro fede.

Mi piace ricordare anche che abbiamo dedicato un buon spazio al rapporto del ministero episcopale con i media. E all’incoraggiamento dell’impegno attivo dei laici nella vita delle diocesi.

Il santo Padre Francesco vi ha rivolto parole forti ed esigenti che sgorgano dalla genuinità del Vangelo. Ha criticato ad esempio le figure dei vescovi che sembrano più «capi di ufficio» piuttosto che padri e pastori del popolo di Dio. Quali sono i punti che l’hanno più colpita dal discorso del Papa?

Mons. Chamieh: Come neo-vescovo, mi hanno toccato le parole del Papa che ci invitavano a non vivere il ministero come ambizione. È simpatico ma acuto il paragone che ha offerto del vescovo che aspira sempre a diocesi “migliori”, il quale è – secondo il Papa – simile a un marito che guarda le donne degli altri.

Terrò sicuramente a cuore il monito del papa a non vivere l’episcopato con la «mentalità da principe».

In Papa Francesco tocchiamo con la mano il desiderio e la volontà di riforma. E il suo stile come vescovo di Roma che vive nella semplicità, nella povertà e nella vicinanza concreta al popolo di Dio è già un grande esempio e monito per noi.

Il santo Padre ha parlato di tre atteggiamenti fondamentali nel vescovo: Accogliere con magnanimità, camminare con il gregge, rimanere con il gregge. Questo rimanere, questo essere presenti è ricorrente nel discorso del Papa soprattutto ai presbiteri e ai vescovi. Che importanza riveste questa presenza qualitativa e qualificata nelle «periferie esistenziali»?

Mons. Chamieh: È bene tener presente il fatto che quando papa Francesco parla delle periferie esistenziali, parla con cognizione di causa. Essendo stato l’arcivescovo di una grande metropoli, Jorge Maria Bergoglio ha capito non solo l’importanza ma anche l’indispensabilità di una prossimità concreta al popolo di Dio, alle varie povertà, non solo quelle materiali, ma soprattutto quelle esistenziali di solitudine, malattia, mancanza di lavoro, ecc. Il papa trasmette a noi, quindi, un’esperienza che ha vissuto in prima persona. Questo stile di presenza non è solo necessario per il popolo, ma è anche il modo necessario per aprire il vescovo all’esperienza vera di Gesù Cristo.

Prima della sua elezione a vescovo ha vissuto già un’esperienza missionaria verso i maroniti in Uruguay. Quali sono state le sfide?

Mons. Chamieh: Sono stato missionario in Uruguay per tre anni. L’Uruguay è particolare perché è l’unica nazione realmente laica nell’America del Sud. Vi è un forte senso di anticlericalismo e di marginalizzazione della Chiesa. La sua laicità è comparabile a quella francese, la cosiddetta laicità negativa. Questo clima ha implicato purtroppo un progressivo allontanamento dei fedeli dalla vita della Chiesa. Lo stesso fenomeno si è verificato con i maroniti lì presenti.

Le sfide sono state due: la prima è stato il dato di fatto che tantissimi dei maroniti lì presenti sono arrivati più di cent’anni fa. Molti dai tempi della persecuzione ottomana nel 1860. Arrivati lì, venivano chiamati “los turcos”, e quindi, onde evitare quest’etichetta, tanti hanno voluto integrarsi dissolvendosi e allontanandosi dal proprio rito orientale.

La seconda sfida riguardava il laicismo imperante che ha avuto il suo negativo influsso anche sugli immigrati maroniti.

E ora in Argentina, la situazione è diversa?

Mons. Chamieh: Certamente. L’Argentina è una nazione con un forte senso cattolico. Vi è apertura verso il ruolo e il contributo della Chiesa. Ricordiamoci pure che in Argentina vi sono circa due milioni di persone di origine libanese. Certo, questo non implica che sappiano parlare la lingua nostra o che conoscano il nostro rito maronita.

La diocesi maronita in Argentina è stata fondata nel 1990, ai tempi del Papa Giovanni Paolo II. È stata così fondata l’eparchia di san Charbel per i Maroniti.

Come Maroniti abbiamo quattro parrocchie. Due di loro sono a Buenos Aires.

E lei personalmente come si trova nella diocesi dove Bergoglio è stato Arcivescovo?

Al mio arrivo ho visto che ci sono alcune situazioni da aggiustare al più presto. Ad esempio la sede episcopale maronita è molto lontana dalla cattedrale maronita. Motivo per cui la mia vita feriale da vescovo è pressoché eremitica.

Uno dei primi impegni è quello di trovare una residenza con una sua chiesa, di modo che possa vivere la vita di fede con i fedeli tutti i giorni e non solo di domenica.

E uno dei primi progetti che intendo realizzare è quello di costruire un santuario a san Charbel.