Le sfide del generare la Vita

Il concepito, fonte di grazia, miracolo perenne dell'alleanza tra il cielo e la terra, ci conferma, come dice il poeta Tagore che: "Dio non si è ancora stancato degli uomini"

Roma, (Zenit.org) Gino Soldera | 359 hits

Sosteneva Erik Erikson: il generare si esprime primariamente nel desiderio di procreare e di prendersi cura dei propri nati, per trasmettere loro il proprio patrimonio genetico e valoriale.

Oggi la questione non sembra più porsi in questi termini: il bisogno di cose essenziali, come la famiglia ed i figli, viene spesso sostituito dalla necessità di possedere beni effimeri e luccicanti, in una ricerca di libertà aperta a tutti, senza esclusioni, purché sia orientata alla pratica consumistica. Vedi, ad esempio, i numerosi metodi contraccettivi proposti dall’industria farmaceutica per il controllo delle nascite, che hanno come effetto quello di alimentare la deresponsabilità verso se stessi, il proprio corpo e la funzione generativa.

Accanto al desiderio di un figlio, da tempo si sta facendo sempre più spazio nella società una cultura di scarso interesse e di diffidenza verso la vita. Si partorisce sempre più tardi, in media attorno ai 32 anni ed il 10% dei bambini viene alla luce da madri che hanno superato la quarantina. In alcuni casi la gravidanza non solo non viene desiderata, ma viene rifiutata o abortita: più che come opportunità il bambino o bambina vengono considerati in prospettiva negativa, un ostacolo per gli studi o la carriera, un peso insuperabile a causa della presenza di altri figli e persone a carico.

A partire dagli anni ‘90, in un’epoca del pieno sviluppo economico e sociale, ha preso piede nei paesi anglosassoni il movimento “Child-free”, formato da coppie consapevoli e determinate a non avere niente a che fare con i figli, in quanto ritenuti un inutile fardello, capace di minare la qualità dell’esistenza.

Dice Corinne Maier: I bambini sembrano fatti apposta per impedirvi di godere delle gioie della vita. Si ammalerà quando avete deciso di uscire a divertirvi e vi romperà le uova il giorno del compleanno , quando sapevate di festeggiare con gli amici. E poi si domanda: Perché ammazzarsi di fatica per un futuro incerto? Ciò ci aiuta a comprendere che, come disse Papa Benedetto XVI: la vecchiezza del mondo e il vuoto delle culle derivano da ‘un deficit di amore’.

Il figlio viene sempre più considerato un diritto, più che essere vissuto come un dono. Un diritto da realizzare ad ogni costo, con qualsiasi metodo (lecito o illecito), in Italia o all’estero: fecondazione eterologa, utero in affitto o altro. Questo anche grazie ai mezzi messi a disposizione dalla medicina moderna, come la PMA (procreazione medicalmente assistita).

Si conosce ancora poco sulle implicazioni dell’esperienza del concepimento nell’individuo, anche se non è difficile ipotizzare che questo evento abbia conseguenze importati sull’organizzazione della struttura genomica e sul progetto di vita.

Oggi la persona viene sempre più considerata, specialmente all’inizio e alla fine della vita, come oggetto e non come soggetto di esperienza. Inoltre, durante la gravidanza, la paura della perdita e della conseguente sofferenza che questa procura, favorisce nei genitori un atteggiamento distaccato verso il nascituro, quasi come non esistesse. Distacco che può prolungarsi nel corso di tutta la gravidanza e purtroppo anche oltre.

Sono ancora molto pochi i genitori che riescono a comprendere il valore della gestazione nella vita dell’uomo, e la nostra società non fa molto affinché questo cambi, anche perché sta vivendo un profondo periodo di decadenza.

La gestazione è da considerarsi a ragione la più importante della vita: in essa vengono poste le basi psichiche e fisiche per la formazione dell’essere umano condizionando a cascata l’andamento di tutte le fasi successive della vita, come insegna la moderna epigenetica. 

La scarsa consapevolezza che i genitori ancora hanno verso questo delicato momento accresce in loro la difficoltà ad entrare da subito in contatto con il figlio: così il piccolo viene spesso vissuto più come un estraneo che come una parte importante di sé. Inutile dire che questo comporta profonde ripercussioni nella relazione e nella comunicazione, e ciò rende più difficoltoso sia il parto che l’allattamento.

Questo insieme di considerazioni aiuta a comprendere quanto sia stretto il legame  tra il generare e l’educare e tra l’atto generativo e la relazione educativa. In generale, il parto viene visto da molti come un inutile dolore da evitare, e non come momento fondamentale d’incontro nella triade tra madre, padre e figlio. Tale visione impedisce ai genitori di diventare pienamente consapevoli delle loro risorse, ma anche delle loro capacità e potenzialità, necessarie per costruire con il figlio, fin dall’inizio, una relazione fondata su intesa e collaborazione.

Da tempo la ricerca scientifica ha dimostrato che il bambino non ancora nato è un essere attivo, competente e dotato di una propria capacità di relazione e di una propria intenzionalità. Spesso si osservano problemi di attaccamento genitore/figlio (sia prima che dopo la nascita) rilevabili attraverso l’auto-somministrazione di semplici questionari, per evitare che le possibili conseguenze negative perdurino per l’intera esistenza. Molte patologie, disturbi psichici e comportamenti devianti, si possono comprendere facilmente se si prende in considerazione nell’individuo anche questa parte della vita, oggi inopportunamente oscurata.

Sul piano della relazione educativa ci si dimentica che il senso profondo dell’educazione, dell’educere, del tirar fuori, può emergere solo se viene considerata l’essenza vitale che alberga nell’animo del bambino e nella profondità di ogni essere umano, nel centro della sua coscienza, nel vuoto del silenzio, lontano da ogni richiamo della materia: questa è la vera essenza, l’unica capace di aprire gli spazi al futuro, dare il senso della prospettiva e il richiamo della gioia per il domani. 

Nei fatti il bambino è considerato ancora un vaso vuoto da riempire e non un mondo misterioso da scoprire, conoscere e sviluppare. Egli avrebbe bisogno, da subito, di relazioni importanti e significative fondate non sul controllo esteriore, ma sull’intesa e comprensione interiore. Questo al posto di un mondo preconfezionato dentro programmi più o meno appiattiti e comunque distanti dalla sua persona, dal suo progetto di vita e dalla mission, il motivo per il quale sta vivendo ora, in questo mondo. A questo si somma il fatto che oggi il bambino si trova a vivere all’interno di nuclei familiari molto ristretti, con uno o due figli, in un mondo di adulti spesso molto lontano dal proprio, e questo rischia di mettere in discussione la qualità della sua esistenza.

Affinché ciò non avvenga è necessario recuperare il valore del rispetto, dell’accettazione e della valorizzazione della persona umana, fin dal concepimento, essendo questi i fondamenti di ogni vera forma di educazione. Il bambino, anche grazie alla sua grande capacità di adattamento, impara a vivere soprattutto nel mondo degli adulti che ha di fronte e che percepisce come un modello ideale di riferimento.

Solo se si permette a sé stessi e all'altro di vivere la relazione nella coerenza e di cogliere il senso dell’autenticità dell’esperienza, si ha la possibilità di superare ogni barriera e di realizzare l’incontro, facendo evaporare ogni forma di isolamento e di distacco, per riconoscerci protagonisti di un comune destino.

Come si afferma nel documento della CEI, in occasione della giornata per la vita: La società tutta è chiamata a interrogarsi e a decidere quale modello di civiltà e quale cultura intende promuovere, ma anche quale tipo di famiglia intende favorire, quale ruolo intende assegnare al padre e alla madre e quale educazione intende sostenere nei confronti delle nuove generazioni. Questo con la consapevolezza di avere di fronte una società poco recettiva, se non addirittura sorda e insensibile. A tal proposito afferma Thomas Verny: Come dimostra la ricerca storica e incrociata, il modo in cui la società risponde alle esigenze umane ed educative  ha ben poco a che fare con l’istinto materno, con gli ormoni o con l’assoluta e oggettiva verità di ciò che sia meglio per i figli o per il loro sviluppo.

In ogni caso non dobbiamo mai dimenticare che il bambino rappresenta la vera religione, che è in sostanza preghiera vivente, fonte di grazia: un miracolo perenne dell’alleanza tra il cielo e la terra, il quale  continuamente ci ripete con il linguaggio della natura che, come dice il poeta Tagore: Dio non si è ancora stancato degli uomini.

*Gino Soldera è presidente dell’Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale (Anpep) e Presidente del Movimento per la Vita “Dario Casadei” di Conegliano in provincia di Treviso.