Le sfide della Vita Religiosa nella Nuova Evangelizzazione

Intervista al superiore generale della Società San Paolo, padre Silvio Sassi

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di José Antonio Varela Vidal

ROMA, mercoledì, 29 agosto 2012 (ZENIT.org) - In vista dell’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi sulla Nuova Evangelizzazione, in programma dal 7 al 28 ottobre prossimi, ZENIT ha intervistato padre Silvio Sassi, superiore generale della Società San Paolo, più nota come i “Paolini”.

Fondati dal Beato Giacomo Alberione quasi un secolo fa, i Paolini vengono considerati dei veri e propri “pionieri” nell’uso dei mezzi di comunicazione di massa, con lo scopo di umanizzare e di evangelizzare gli uomini e le donne di oggi.

Come la vostra congregazione ha accolto la chiamata del Papa alla Nuova Evangelizzazione?

Padre Sassi: Certamente, per la Società San Paolo il tema della nuova evangelizzazione non è qualcosa di sorprendente. Infatti già alla nascita della congregazione nel 1914, il beato Giacomo Alberione, nostro fondatore, volle fare qualcosa di nuovo nella Chiesa per l’evangelizzazione. Tenendo presente che all’inizio del XX secolo le masse si allontanavano progressivamente dalla Chiesa, la sua preoccupazione fu quella di portare il Vangelo, non rimanendo in chiesa ad aspettare la gente, ma andando direttamente dove la gente viveva. Non ci stupisce che in un suo scritto del 1926, il fondatore parla della necessità di una “nuova, lunga e profonda evangelizzazione”. Di conseguenza, “nuova evangelizzazione” non è un vocabolo sconosciuto per noi Paolini, perché è la ragione della nascita del nostro carisma.

Avete anche idea di come vada trasmesso il messaggio agli uomini di oggi?

Padre Sassi: Nel documento di Puebla (1979) l’episcopato latino-americano afferma che: “L’evangelizzazione, annuncio del Regno, è comunicazione”. Oggi, per approfondire questa certezza bisogna tenere conto di tutti gli elementi di una comunicazione, non soltanto del messaggio, che è solo una parte di questo processo. A volte si ha l’impressione che quando si afferma che il messaggio - Cristo ieri, oggi e sempre - è sempre lo stesso: si vuole giustamente riaffermare qualcosa di immutabile nei contenuti della fede. Tuttavia bisogna preoccuparsi anche delle persone alle quali si propongono questi contenuti che cambiano nel tempo. Credo che, come Chiesa, dovremmo preoccuparci dei significati che le persone che vogliamo raggiungere, soprattutto i cosiddetti “lontani”, attribuiscono al messaggio in quanto tale.

Come si può farlo, specialmente in Europa?

Padre Sassi: Nell’Europa occidentale è cambiato lo stile di vita, che in qualche modo era anche il sostegno dello stile dell’evangelizzazione. Era facile dare per scontato che i valori cristiani fossero anche valori umani della società civile. Da tempo ci troviamo in un processo di autonomia delle persone e delle società nei confronti, dei valori cristiani. Credo che uno degli scopi di una nuova evangelizzazione sia un’intesa comune sulle parole della proposta di fede. San Paolo nella sua predicazione sa essere “progressivo”, senza voler dire tutto e subito: “Non vi ho detto tutto, vi parlo ancora come si fa a dei bambini”.

Quindi?

Padre Sassi: Non possiamo immaginare l’evangelizzazione subito nel momento pieno del suo annunzio quando è completa ed esplicita: dogma-morale-culto.  Vi è un processo di preparazione o pre-evangelizzazione, che forse necessita un incontro preliminare di significati, per mettersi d’accordo su valori umani che possono sfociare nella fede. Il beato Giacomo Alberione ha sintetizzato la strategia di una pre-evangelizzazione con la comunicazione mediale, ispirandosi a San Paolo, affermando: “Non è necessario parlare solo di fede, ma di tutto cristianamente”.

Quali sono le caratteristiche dei religiosi, di cui ha bisogno oggi la nuova evangelizzazione?

Padre Sassi: Mi limito a parlare dei religiosi che si servono a tempo pieno dei mezzi di comunicazione per evangelizzare. Anche per la testimonianza della fede con la comunicazione occorre la coerenza: non si può essere “attori” nell’evangelizzazione. Le persone che entrano in contatto con i nostri “prodotti di comunicazione” si accorgono di che cosa stiamo parlando e come stiamo parlando loro. Il pubblico si rende subito conto se un prodotto di comunicazione è frutto di attori mercenari o di testimoni che stanno attingendo alla loro esperienza ciò che propongono agli altri. Credo che la migliore definizione del testimone cristiano nella comunicazione sia quella che ci ha dato il beato Alberione, quando, dando origine ad una Congregazione per l’editoria, spiegava la derivazione latina dell’opera di “editare”: trarre fuori da sé per dare agli altri. Non commercio né di idee né di cose sacre, ma “racconto” di ciò che si vive.

Stiamo per celebrare il 50° del Vaticano II. Come ha vissuto la vostra congregazione gli anni “dopo-Concilio”?

Padre Sassi: Il nostro fondatore ha partecipato al Concilio Vaticano II. Quando alla fine del 1963 viene approvato il decreto conciliare sui mezzi di comunicazione sociale (Inter mirifica), don Alberione scrive un commento commosso perché vede l’approvazione conciliare di una forma di evangelizzazione che egli, guidato dallo Spirito e con l’esplicita approvazione della Chiesa, aveva iniziato nel 1914. La gioia del fondatore, dopo tanti anni, è spiegabile anche per il fatto che per riuscire a far accettare l’idea che una Congregazione clericale non assumesse il ministero parrocchiale, ma esercitasse il suo sacerdozio “con la comunicazione”, non incontrava solo sostenitori. La Provvidenza ha voluto che le esitazioni fossero superate grazie all’intervento diretto dei Papi.  

Allora?

Padre Sassi: Per noi, raccogliendo l’eredità del fondatore, da una parte ci è di sostegno il fatto che attualmente è mentalità comune nella Chiesa che si debba porre anche la comunicazione al servizio dell’evangelizzazione, dall’altra siamo stimolati dall’esempio del beato Alberione per restare “pionieri” in questa missione, sapendo che la comunicazione è in continua evoluzione, soprattutto con lo stimolo della comunicazione digitale.

Come va lo sviluppo della sua congregazione?

Padre Sassi: Parlando dei membri della Congregazione, attualmente siamo 970, di cui 546 sacerdoti e 230 fratelli perpetui ai quali si devono aggiungere i professi temporanei.   A livello numerico, costatiamo alcuni fenomeni che sono uguali, quasi,  per tutte le Congregazioni. La Congregazione non vive in una situazione di panico dicendo siamo pochi o siamo tanti. Siamo quelli che il Signore vorrà per la sua missione. Operiamo in 34 nazioni e vi è l’impegno di nuove presenze: Bolivia, Uruguay, Paraguay, Angola, Cuba, Nuova Zelanda, nazioni di lingua inglese in Africa, eccetera. La missione mantiene giovane il carisma! 

Davanti alla sfida della nuova evangelizzazione, quale è il suo messaggio per i lettori di ZENIT?

Padre Sassi: Poiché il futuro della comunicazione è la ‘rete’, dobbiamo sentire rivolto a tutta la Chiesa lo stesso invito che il macedone fa in sogno a Paolo: “Passa da noi in Macedonia”. Se non è la ‘rete’ che formula questa supplica, dovrebbe essere la creatività della fede missionaria della Chiesa ad immaginarla.