Le tappe chiave del missionario nel “vitale” dialogo interreligioso

Secondo il Preside del Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica

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ROMA, martedì, 5 giugno 2007 (ZENIT.org).- Il dialogo interreligioso è una necessità fondamentale che ha bisogno dell’itinerario della conoscenza dell’altro, della stima, della riscoperta della propria identità missionaria e infine della testimonianza, ha avvertito il Preside del Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica (PISAI).

Come missionario che ha lavorato per 17 anni in un contesto musulmano, padre Miguel Ángel Ayuso ha partecipato il 30 maggio, all’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, al ciclo di conferenze organizzato dalla sede diplomatica in omaggio a Benedetto XVI per il suo 80° compleanno e il 2° anniversario della sua elezione alla sede petrina.

Dall'inizio, padre Ayuso ha sottolineato il vivo desiderio di Benedetto XVI, sulle orme del suo predecessore, che “le relazioni di fiducia che si sono sviluppate tra cristiani e musulmani da numerosi anni non solo continuino, ma progrediscano in uno spirito di dialogo sincero e rispettoso”.

Dialogo, ha aggiunto, “basato su una conoscenza reciproca sempre più vera che riconosce con gioia i valori religiosi che abbiamo in comune e che rispetta lealmente le differenze”.

Il Papa, ha ricordato il sacerdote, ha anche espresso la necessità di costruire insieme un mondo di pace e fraternità, di imparare a lavorare insieme per evitare l’intolleranza e di opporsi alla violenza.

Dall’inizio del suo pontificato, Benedetto XVI “ha confermato la necessità di affrontare il dialogo interreligioso e interculturale con ottimismo e speranza, che non può essere ridotto a un accessorio opzionale, ma è al contrario una necessità vitale dalla quale dipende, in buona parte, il nostro futuro”, ha insistito.

Questa necessità vitale passa attraverso varie tappe, sulle quali si è soffermato il Preside del PISAI.

Missionario tra i musulmani

Sono passi che profilano, ha precisato, “la missione concreta che dobbiamo compiere nel nostro rapporto con i credenti di altre religioni, soprattutto quando ci troviamo a vivere come minoranza in una maggioranza diversa”.

E’ un contesto in cui “entra in gioco il principio paolino che evoca la necessità di adattarsi alle situazioni concrete che il missionario incontra”, ha aggiunto, sottolineando la lettera paolina ai Corinzi, in cui l’Apostolo afferma di essersi fatto tutto per tutti.

In primo luogo sarà quindi necessario “comprendere l’universo mentale, intellettuale e religioso dell’islam”, cosa che “richiede uno sforzo particolare di obiettività per comprendere l’altro” e la pratica della virtù di “un’onestà intellettuale rigorosa”, ha spiegato padre Ayuso.

In secondo luogo, ci sarà una “tappa di stima e simpatia in relazione all’universo in cui il missionario entra e che scopre a poco a poco con disponibilità di adattamento e armonia”, basandosi sulle virtù dell’apertura, dell’abbandono e della disponibilità.

Il terzo passo per il missionario sarà “la riscoperta della propria identità mentale, culturale e religiosa che lo porterà, attraverso un’avventura permanente, ad essere più profondamente consapevole della differenza dei nostri destini. La grande virtù qui risiede nel riconoscimento dell’assolutamente lecito diritto alla differenza”.

Giunge infine “la tappa della testimonianza”, in cui il missionario, “conoscendo in modo competente l’islam, stimando sinceramente i musulmani ed essendo perfettamente consapevole della propria identità, è capace di vivere questa doppia dimensione in un modo tanto ricco da diventare un testimone qualificato, e quindi capace di aiutare la sua comunità a stabilire un buon rapporto di amicizia con loro”.

“La grande virtù sta nella profonda generosità e apertura a ogni esperienza di vita autentica. E’ in questo contesto che il missionario scopre la libertà di esercitare il diritto e il dovere della missione e dell’annuncio senza alcun tipo di proselitismo”, ha sottolineato.

Secondo il Preside del PISAI, un missionario che vive a contatto con i musulmani, “se rimane sempre cattolico, senza alcun tipo di simulazione né ambiguità, deve essere sempre aperto all’incontro con loro nella vita quotidiana”, incontro che può avvenire a livello “interpersonale e istituzionale”.

A suo avviso, osservare le tappe menzionate renderà possibile questo incontro.

Quattro sfere di uno stesso dialogo

“In questo modo, il missionario, che si interessa alla venuta del Regno di Dio tra noi diventa protagonista e promotore del dialogo, lavorando fianco a fianco con i credenti delle altre religioni in uno spirito di apertura, condividendo con loro il compito comune di costruire un mondo migliore come credenti in un solo Dio”, ha osservato.

Secondo il Preside del PISAI, il dialogo, tracciato dalla Chiesa, sarà “un dialogo di vita, di azione, di scambio teologico e di esperienza religiosa”.

“Il missionario promuoverà e sperimenterà la capacità di vivere con uno spirito aperto e fraterno condividendo le gioie e i dolori dell’altro”, nell’esercizio del dialogo di vita, mentre nel campo dell’azione collaborerà con l’altro “nello sviluppo integrale e nella liberazione di tutti, difendendo i diritti umani”.

Nell’ambito dello scambio teologico, “il missionario promuoverà l’approfondimento delle rispettive tradizioni religiose e l’apprezzamento dei valori spirituali di ciascuno nel campo dell’esperienza religiosa” e “sarà sempre disposto a condividere le ricchezze spirituali delle varie religioni”.

“L’esperienza personale di Dio è il primo requisito per la nostra attività missionaria”, ha ricordato il sacerdote riferendosi esplicitamente alla preghiera come “elemento primario ed essenziale della missione”.

Tra globalizzazione e urgenza di relazioni armoniose

Contemplando il mondo sempre più globalizzato, il Preside del PISAI ha anche avvertito circa la necessità urgente di “relazioni armoniose”.

“Per questo cristiani e musulmani devono applicare la regola d’oro della reciprocità – ha ricordato –, perché la vera religione non può essere causa di odio, tensione e violenza, ma deve sottolineare il primato della pace”.

Padre Ayuso ha ringraziato l’opera del Santo Padre in questo senso ed ha ricordato il suo impegno nel sottolineare “l’importanza di porre la dignità umana al centro della missione evangelizzatrice della Chiesa, proponendo di collaborare con i credenti e i responsabili di tutte le religioni e in particolare con i musulmani per difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”.

“La verità del carattere sacro e della dignità della persona, insieme al rispetto della libertà religiosa, sono le basi per il rispetto e la stima reciproci e per la collaborazione al servizio della pace che porta sulla via dell’autentico dialogo”, ha quindi concluso.