Le ultime ore di Giovanni Paolo II raccontate dal suo Segretario

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ROMA, giovedì, 25 gennaio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo alcuni estratti del volume “Una vita con Karol”, la straordinaria testimonianza del Cardinale Stanislaw Dziwisz, l’uomo che per vari decenni è stato l’ombra di Wojtyla.



Pubblicato dalla Rizzoli e dalla Libreria Editrice Vaticana, il volume di memorie dell’attuale Arcivescovo di Cracovia, è una lunga conversazione col giornalista Gian Franco Svidercoschi.

I passaggi sono estratti dal capitolo 35, “Lasciatemi andare dal Signore”.

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2005. Karol Wojtyla è giunto alla fine del suo viaggio terreno. Così don Stanislao racconta il congedo finale.

( ... ) Erano le 21,37. Ci eravamo accorti che il Santo Padre aveva smesso di respirare. Ma solo in quel preciso momento «vedemmo» sul monitor che il suo grande cuore, dopo aver continuato a battere per qualche istante, si era fermato. Il dottor Buzzonetti si chinò su di lui e alzando appena lo sguardo mormorò: «È passato alla casa del Signore». Qualcuno intanto aveva bloccato le lancette dell'orologio su quell' ora. E noi, come se lo avessimo deciso tutti insieme, ci mettemmo a cantare il Te Deum. Non il Requiem, perché non era un lutto, ma il Te Deum, come ringraziamento a Dio per il dono che ci aveva dato, il dono della persona del Santo Padre, di Karol Wojtyla.

Piangevamo. Come si faceva a non piangere! Erano, insieme, lacrime di dolore e di gioia. E fu allora che si accesero tutte le luci della casa ... Poi, non ricordo più. Era come se fosse calato improvvisamente il buio. Il buio sopra di me, dentro di me. Sapevo bene quello che era successo, ma era come se, dopo, non riuscissi ad accettarlo. O non riuscissi a capirlo. Mi mettevo nelle mani del Signore, ma quando pensavo di avere il cuore sereno ripiombava il buio ... Finché è arrivato il momento del congedo. C'era tutta quella gente. Tutte quelle persone importanti venute da lontano. Ma, soprattutto, c'era il suo popolo. C'erano i suoi giovani. C'erano quelle scritte, così significative e così impazienti. In piazza San Pietro c'era una grande luce. E adesso era tornata anche dentro di me.

Concludendo l'omelia, il cardinale Ratzinger ha fatto quell' accenno alla finestra, e ha detto che lui stava sicuramente là, a vederci, a benedirci. Anch'io mi sono voltato, non ho potuto fare a meno di voltarmi, ma non ce l 'ho fatta a guardare in su. Alla fine, quando sono arrivati sul sagrato, i sediari che portavano la bara l'hanno lentamente girata. Come per permettergli l'ultimo sguardo verso la sua piazza. Il congedo definitivo dagli uomini, dal mondo.

Ma anche da me? No, da me no. In quel momento, non ho pensato a me. L'ho vissuto insieme con tutti gli altri. E tutti erano scossi, turbati. Ma per me è stata una cosa che non potrò mai dimenticare. Intanto, il corteo stava entrando in basilica, dovevano portare la bara giù nella tomba.

E allora, proprio allora, mi è venuto di pensare ... L'ho accompagnato per quasi quarant'anni, prima dodici a Cracovia, poi ventisette a Roma. Sono stato sempre con lui, accanto a lui. Ora, nel momento della morte, lui è andato da solo. L'ho sempre accompagnato, ma da qui è andato da solo. E questo fatto, di non averlo potuto accompagnare, mi ha colpito tanto. Sì, certo, lui non ci ha lasciati. Sentiamo la sua presenza, e anche le tante grazie ottenute tramite lui. E poi, io l 'ho accompagnato fino a questo punto della Chiesa. Ma, da qui, è andato da solo. E ora? Dall'altra parte, chi lo accompagna?

[Pagg. 223-225]