Le virtù delle donne della "compagnia dell'agnello"

Costanza Miriano ospite d'onore della serata in preparazione al corso estivo d'aggiornamento promosso dalla Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 562 hits

È stata Costanza Miriano la “madrina” del corso estivo d’aggiornamento La bioetica dalla prospettiva della donna, promosso dalla Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, in programma dal 30 giugno all’11 luglio prossimi.

Mercoledì scorso, la giornalista e scrittrice ha incontrato i docenti e gli allievi della Facoltà, durante una tavola rotonda serale sul tema Le donne della compagnia dell’agnello, nel corso del quale è stato presentato il suo ultimo libro Obbedire è meglio (Sonzogno).

Con l’introduzione del decano di Bioetica, padre Gonzalo Miranda LC, e della prof.ssa Giorgia Brambilla, docente della stessa facoltà, che ha moderato il dibattito, sono state anticipate alcune delle tematiche del corso estivo, cui Costanza Miriano ha dato la propria chiave di lettura sulla scorta del successo dei suoi tre saggi.

Con l’ironia leggera ma acuta che la contraddistingue la scrittrice ha parlato di “donne in crisi di identità”, proprio laddove Dio, agli albori della storia, ha posto una “speciale inimicizia tra la donna e il male”.

Il cristianesimo, dunque, ha posto una vera e propria “rivoluzione copernicana”, mettendo in discussione il desiderio dell’uomo – particolarmente accentuato nell’uomo contemporaneo – di “mettere al centro se stesso e i propri progetti”, la sua convinzione di “non avere bisogno di un altro sguardo su di sé”.

Accennando al tema del suo ultimo libro, la Miriano ha ricordato che la vera “via della felicità” è nell’obbedienza a un “Padre buono”. Essere creati a “immagine e somiglianza di Dio” significa, ha spiegato la scrittrice, significa essere “creati maschio o femmina” e l’amore tra uomo e donna è un riflesso della nostalgia per il “totalmente altro”, ovvero dell’amore di Dio.

Quanto ai rapporti umani, colloquiando con gli studenti di bioetica, la Miriano è tornata sui temi dell’ineludibile diversità uomo-donna e sulle naturali inclinazioni negative di entrambi: se da un lato la donna può far prevalere il suo “desiderio di controllo” sulla sua naturale vocazione alla “accoglienza”, l’uomo può tendere ad un certo “egoismo” e a volersi sempre ritagliare, anche nella vita familiare, eccessivi spazi di autonomia.

Sia l’uomo che la donna, dunque, devono compiere una sorta di “ascesi” per superare queste inclinazioni, e la “obbedienza” sta tutta nella risposta alla vocazione che Dio ci riserva: obbedienza in primo luogo “alla vita”, poi alla propria vocazione specifica che potrà essere quella di accogliere molti figli, oppure l’accettazione di non poter averne nessuno.

La riscoperta della vocazione di padre e madre, per l’uomo e per la donna non possono prescindere, quindi, dal rispetto della propria mascolinità e femminilità.

Vi sono, tuttavia, donne che rifiutano la propria vocazione materna, oppure iniziano a desiderarla quando i tempi biologici per loro non sono più idonei, così come esistono donne ossessionate dalla cura del proprio corpo.

“Sono tutti sentimenti normali ed umani – ha commentato con ZENIT la Miriano -. Tutti quanti siamo ‘impastati’ con il male. In modo particolare non giudico le donne che vogliano ritardare la maternità, anche se sono fermissima nella mia contrarietà all’utero in affitto o alla maternità surrogata”.

Il vero punto è il nostro rapporto con Dio: se riusciamo ad entrare in un “rapporto vivo e vero con una Persona viva e vera che ci vuole bene, allora tutto ritorna al posto che gli compete: l’accoglienza della vita, il lavoro, la cura di sé che pure è importante e a cui io stessa tengo”, ha aggiunto la scrittrice.

Se, al contrario, le donne vogliono essere “quelle che decidono tutto”, allora rischiano di diventare dei “mostri”, come mostruosa sarà la loro “cura fisica esasperata”, la loro “ricerca del successo”, persino la loro “maternità”.