Legalizzata o no, l’eutanasia va avanti

I peggiori timori trovano conferme mentre aumentano le pratiche illegali

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AMSTERDAM, sabato, 10 luglio 2004 (ZENIT.org).- I timori relativi a pratiche illegali dell’eutanasia trovano conferma.



Nei loro argomenti, i sostenitori dell’eutanasia spesso riportano esempi strappa lacrime di malati terminali che pregano di poter porre fine alle loro sofferenze. Essi inoltre promettono che se l’eutanasia fosse legalizzata, essa sarebbe governata da regole rigide.

Vediamo allora cosa è avvenuto nei Paesi Bassi, pionieri della legalizzazione dell’eutanasia. Un articolo apparso sul “British Medical Journal” del 5 giugno scorso, riportava le preoccupazioni espresse dal Ministro della salute olandese, Clémence Ross, relative al fatto che i medici non stanno adempiendo ai loro obblighi giuridici di notificare i casi di eutanasia. Il suo appello, osserva l’articolo, giunge dopo che i dati del 2003 hanno mostrato un calo, per il quarto anno consecutivo, nel numero dei casi di eutanasia notificati, che sarebbero pari a 1.815.

Le modifiche alla legge sull’obbligo di notifica dei casi di eutanasia sono entrate in vigore nel 2002, dopo che uno studio aveva dimostrato che solo il 54% dei casi negli anni precedenti era stato notificato. Ross ha richiesto un ulteriore studio per l’anno prossimo sui tassi di notifica.

Un’altra controversia è sorta a giugno in Olanda allorché si è diffusa la notizia che tre persone affette dalla malattia di Huntington e un’altra persona affetta da Alzheimer erano morte per eutanasia. La legge olandese vieta il ricorso all’eutanasia in questo tipo di casi, restringendo la propria applicazione a situazioni in cui i pazienti stiano soffrendo insopportabili dolori fisici, ha osservato il quotidiano spagnolo “El País” del 7 giugno.

La legge prevede una pena detentiva di un massimo di 12 anni, per violazione della legge sull’eutanasia. Ma le autorità giudiziarie olandesi hanno deciso di non procedere contro i dottori coinvolti in questi casi. Secondo “El País” nessuno dei pazienti affetti dalla malattia di Huntington si trovava in uno stadio terminale, mentre il paziente affetto da Alzheimer era ancora in una fase iniziale.

In Belgio, secondo notizie del 2003, relative al primo anno di applicazione della legalizzazione dell’eutanasia, sono emersi dubbi sul numero dei suicidi ufficiali. Il numero ufficiale dei casi di eutanasia era di 170. Ma la prestigiosa rivista medica belga “Artsenkrant”, dopo aver studiato i rapporti settimanali degli ospedali, ha concluso che il numero reale era circa di due o tre volte più alto, secondo quanto riportato dall’“Avvenire” il 3 settembre scorso.

Negli Stati Uniti, analoghe preoccupazioni sull’accuratezza nei dati sono state sollevate nell’Oregon, la cui legge statale permette il suicidio assistito. Secondo un rapporto di “LifeNews.com” dell’11 marzo, dai dati ufficiali risulta che 42 persone sono morte attraverso il suicidio assistito nel 2003, a fronte dei 38 casi dell’anno precedente.

Brian Johnston, autore di "Death as a Salesman: What's Wrong With Assisted Suicide", ha spiegato a “LifeNews” che, mentre la legge dell’Oregon prevede l’obbligo di notifica dei suicidi assistiti, essa non associa all’eventuale violazione di tale obbligo alcuna misura sanzionatoria.

Non erano malati terminali

Qualche dubbio è emerso anche relativamente all’organizzazione svizzera sul suicidio assistito, Dignitas, istituita a Zurigo nel 1998. Pagando una quota nominale, i malati terminali possono diventare membri e ricevere assistenza nel commettere il suicidio. Alcune morti di aderenti dell’organizzazione hanno fatto sollevare la bandiera rossa. In effetti, secondo la stampa locale di giugno, il gruppo avrebbe trasferito le sue operazioni dal cantone di Zurigo a quello di Aargau, a seguito di restrizioni introdotte nella regolamentazione da parte delle autorità di Zurigo.

Una serie di casi relativi a cittadini britannici hanno ottenuto ampia eco nel Regno Unito. Il quotidiano “Independent” ha riportato il 23 giugno un’inchiesta relativa alla morte di una coppia britannica, Robert and Jennifer Stokes, che si era rivolta a Dignitas.

Secondo il medico legale di Bedfordshire, la coppia soffriva di malattie croniche e aveva avuto in passato problemi di salute mentale, ma essi non erano malati terminali. In ogni caso nel mese di marzo hanno ottenuto una dose letale di farmaci da Dignitas. Il medico legale ha osservato che essi non adempivano ai requisiti della legge svizzera, secondo cui il suicidio assistito è ammesso per i pazienti terminali. Né risultavano essere capaci di intendere e volere: un altro requisito legale.

E in Australia un recente rapporto conferma che una sostenitrice dell’eutanasia, Nancy Crick, che alla fine si è suicidata, non soffriva di cancro, secondo il “Courier-Mail” di Brisbane dell’8 giugno. Crick era diventata un personaggio famoso e sperava che il suo caso potesse portare all’approvazione di leggi che permettessero il suicidio assistito. Lei era assistita dal noto avvocato dell’eutanasia Philip Nitschke.

Crick aveva affermato di soffrire di cancro. Ma da un rapporto esaustivo scritto due anni dopo il suicidio, risulta senza dubbio che lei non era affetta da alcuna forma cancerogena. La polizia ha archiviato le accuse su questo caso, anche se il suicidio assistito è illegale nello Stato del Queensland, dove Crick è morta.

Pazienti competenti ma non consultati

I problemi non si limitano ai Paesi dove l’eutanasia è legale. Nella Nuova Zelanda, un disegno di legge sull’introduzione del suicidio assistito, oggetto di acceso dibattito, è stato bocciato con una maggioranza minima l’anno scorso in Parlamento. Ma un recente rapporto ha rivelato che molti dottori stanno anticipando il momento della morte dei malati terminali.

Uno studio apparso sul “New Zealand Medical Journal” mostra che 693 medici generici, che avevano risposto ad un sondaggio anonimo, avevano partecipato ad una morte medicalmente assistita, nell’arco di un periodo di 12 mesi, secondo l’ “Otago Daily Times” del 21 giugno. Di questi dottori, 39 avevano intrapreso “qualche azione medica riconducibile al concetto comune di suicidio medicalmente assistito, o eutanasia”.

Lo studio ha aggiunto che la maggior parte di queste morti è avvenuta nonostante la disponibilità di misure palliative. Inoltre, in 15 di questi casi, sono state le infermiere ad aver dato ai pazienti i farmaci responsabili dell’eutanasia.

Inoltre, in 380 casi, la decisione dei dottori di porre fine alla vita dei pazienti è stata presa senza aver consultato il paziente. La ragione principale citata dal dottore, per non aver considerato alcuna consultazione, è che il paziente era già troppo malato. Tuttavia in 88 casi i dottori non hanno neanche consultato quei pazienti ritenuti idonei.

“Legalizzata o no, la morte medicalmente assistita è una realtà a livello internazionale - e la Nuova Zelanda non ne rappresenta un’eccezione - pur in un ambiente ricco di misure palliative”, osserva lo studio.

In Gran Bretagna, un medico che ha aiutato a commettere suicidi ha sfidato le autorità a denunciarlo, secondo l’“Independent” del 26 giugno. Il dott. Michael Irwin un medico generico a riposo è stato arrestato lo scorso anno sulla base del sospetto di aver aiutato un amico malato terminale ad ammazzarsi. Irwin ha riferito al quotidiano che egli ha consigliato ad almeno altre cinque persone di rivolgersi alla clinica Dignitas in Svizzera.

Irwin, presidente fino allo scorso febbraio della Voluntary Euthanasia Society, ha ammesso di aver elaborato un programma per aiutare il proprio amico Patrick Kneen a commettere suicidio. Kneen è morto prima di aver portato a termine il piano. La polizia ha interrogato Irwin, ma ha deciso poi di non procedere contro di lui.

Anche quando qualche caso raggiunge la Corte, i giudici sono spesso riluttanti a comminare una pena. Nello Stato australiano della Tasmania, la Corte Suprema ha condannato un uomo per aver assistito un suicidio, ma lo ha poi rilasciato nell’ambito della sospensione della sentenza per 12 mesi, secondo il “Sydney Morning Herald” del 27 maggio.

John Godfrey ha aiutato sua madre Elizabeth a morire, in quanto incapace di commettere suicidio da sola. Secondo il giudice Peter Underwood, il figlio era “mosso unicamente da compassione e amore”.

Non è moralmente lecito commettere suicidio, osserva il Catechismo della Chiesa cattolica. “Siamo amministratori, non proprietari della vita che Dio ci ha affidato” afferma il n. 2280. “Non ne disponiamo.” Parole trascurate troppo spesso da troppe persone.