Leonardo Boff fa i conti con la storia (e li sbaglia)

Il magistero di Bergoglio non riabilita affatto la Teologia della Liberazione), ma è ben più rivoluzionario.

Rio de Janeiro, (Zenit.org) Alfonso M. Bruno, F.I. | 585 hits

L’ex frate francescano Leonardo Boff, dopo avere gettato la tonaca alle ortiche per via della condanna delle sue teorie da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede (evidentemente la regola del centralismo si accetta nei partiti comunisti, ma non nella Chiesa) ritrova gli onori delle cronache europee con una intervista rilasciata ad Andrea Tornielli per “La Stampa” di Torino del 25 luglio.

L’ex religioso brasiliano esce dall’oblio in cui era caduto essendo passato di moda sia l’attrazione verso ogni pensiero esotico di matrice terzomondista, sia la vigenza dell’ortodossia marxista leninista, sopravvissuta – dopo la caduta del muro di Berlino – soltanto nella serra tropicale di Cuba.

Boff ritorna a farsi sentire “succhiando la ruota”, come si dice nel gergo ciclistico, nientemeno che al Papa: ci fa comunque piacere che il noto pubblicista “carioca” si sia riconciliato con la Chiesa.

Appare comunque poco onesto, dal punto di vista intellettuale, il suo tentativo – invero maldestro – di contrabbandare certi aspetti del magistero di Bergoglio come “vicini alla teologia della liberazione”.

L’errore dell’ex frate, difficilmente commesso in buona fede data la sua formazione accademica, presuppone la rimozione di un elemento centrale dell’insegnamento del Papa, che consiste nel il continuo richiamo alla responsabilità etica individuale di ogni persona; questo non significa, beninteso, negare l’esistenza e la gravità del peccato sociale, che il Vescovo di Roma sta fustigando con grande vigore (anche se –a dire il vero – nessuno dei suoi predecessori aveva mai omesso di farlo).

Il discrimine che divide Boff da Bergoglio consiste nella pretesa – condivisa da tutti i “teologi della liberazione” – di considerare irrilevante il peccato individuale, giustificandolo comunque con l’ingiustizia delle condizioni storiche in cui viene commesso.

L’attuale Papa si colloca in una prospettiva esattamente opposta, dato che quando invita a ribellarsi all’ingiustizia, lo fa partendo da un esame della coscienza delle singole persone.

Il peccato sociale si qualifica dunque come il risultato di innumerevoli colpe individuali, in cui cade chiunque rifiuta di assumere le proprie responsabilità verso il consorzio umano.

Secondo Boff e i suoi colleghi si deve invece procedere nella direzione contraria, per cui la teologia morale si limita all’analisi delle condizioni sociali che - a loro dire – coartano sempre e comunque le scelte personali.

Se dunque costoro non accettano il marxismo nella sua pretesa di ridurre tutta la realtà alla dimensione materiale, finiscono comunque per aderire alle sue conseguenze, ritenendo che il bene consista nel mutamento rivoluzionario della struttura economica, ed il male nella sua preservazione.

Risulta dunque moralmente corretto soltanto l’impegno rivoluzionario di ciascuno, a prescindere dal suo comportamento individuale: si finisce così per cadere in un machiavellismo da quattro soldi.

La negazione, propria del marxismo, della sfera spirituale, determina sempre l’abolizione di ogni discrimine morale.

Davanti a questo esito, le religioni – tutte le religioni, accomunate nel disprezzo verso il cosiddetto “oppio dei popoli” – hanno convenuto nel ristabilire la verità, riconducendo il conflitto in cui si dibatte l’umanità dal di fuori al di dentro dell’uomo, cioè nella sua coscienza.

Su questa base, e non sulla stanca ripetizione delle formule marxiste che Leonardo Boff e Fidel Castro si raccontano ancora a vicenda nei loro dialoghi senili, si può compiere la rivoluzione che un mondo oppresso dall’ingiustizia sta aspettando.

Bergoglio ha infatti appena invitato i giovani di tutto il mondo, da Rio de Janeiro, a rivoltarsi contro l’ingiustizia: questo appello – senza nulla togliere alla sua valenza spirituale – produrrà certamente come effetto il ritorno all’impegno di una generazione che ne sembrava irrimediabilmente allontanata.

Su di un solo punto Boff ha ragione, quando afferma che la devozione popolare cui il Papa si ricollega non è “pietistica”, bensì “conserva l’identità del popolo” contro l’omologazione forzata cui ci condanna la speculazione.

Questa, insieme con la mobilitazione delle coscienze, costituisce l’altra risorsa di chi non accetta l’ingiustizia dell’ordine attuale: la liberazione dei popoli passa per la piena riappropriazione della loro identità: chi non si riconosce in una collettività non può esercitare l’autodeterminazione.

Anche qui, tuttavia, non si può dimenticare come anche il marxismo abbia espresso un tentativo di omologazione forzata, che si è manifestato anche (ma non solo) nella persecuzione antireligiosa.

Le parole di Boff rappresentano comunque la prova del potere di convinzione proprio del magistero di Bergoglio: Lunga vita, dunque, al Vescovo di Roma!