"Let's bridge": ponti e rapporti con gli altri per superare barriere che dividono.

12.000 giovani, dal 31 agosto, al Genfest di Budapest per vivere iniziative di monitoraggio e promozione della fraternità attraverso United World Project

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ROMA, giovedì, 9 agosto 2012 (ZENIT.org) - 12.000 giovani di un centinaio di Paesi che saranno presenti all’appuntamento di Budapest (31/8 – 2/9), rappresentano una parte delle decine di migliaia di coetanei che condividono nel mondo l’ideale della fraternità.

Al Genfest si vivrà anche un momento di scambio sulle esperienze concrete che li vedono impegnati da anni. Economia, arte, problemi sociali, dialogo interculturale: i loro “ponti”, reggono su storie personali e di gruppo: diversificate, consolidate, a tutte le latitudini. Ponti tra persone, gruppi, popoli.

Mondo unito, fraternità: parole astratte? - Cosa significhi lavorare ad un cantiere così impegnativo ce lo dicono alcuni di loro, con fatti di vita quotidiana. Z., siriano, fa il soldato e dal mese di marzo si deve occupare delle nuove reclute. E’ tra i suoi compiti andare dalle famiglie dei soldati uccisi per dare la notizia del decesso.

Sono momenti drammatici nei quali cerca di vivere con loro. Racconta che una volta un collega doveva andare a prendere di persona le nuove reclute in una città lontana, col pericolo di essere attaccati durante il viaggio: aveva paura. Youcef si offre di andare al suo posto e all’ultimo momento la direzione ha deciso di mandarlo in aereo.

“ ‘Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te’ - continua Gergely, ungherese di 26 anni - Questa frase, che tutti capiscono, indipendentemente dalla cultura e o dalla religione, mi dà spesso una linea-guida nel quotidiano.”

Emergenze umanitarie, causate da catastrofi, calamità naturali o da conflitti, vedono i giovani in prima linea: dalle alluvioni in Liguria (Italia) all’esodo dei profughi irakeni in Giordania, dal sisma a Fukushima al terremoto del Cile.

Un’esperienza fra le tante, quella dei giovani della Colombia, dove la pioggia non dà tregua da più di un anno, con oltre 500 fra morti e dispersi e quasi 3 milioni di persone che hanno subito danni.

Hanno iniziato da Soacha, una città alla periferia di Bogotà e assieme agli adulti, hanno organizzato una campagna per raccogliere viveri e vestiti. In più hanno ricevuto 200 paia di stivali e una quantità di alimenti che hanno distribuito alle famiglie più bisognose.

Oggi la situazione si è aggravata, per via di malattie e problemi di convivenza nei campeggi. Loro continuano a raccogliere aiuti e a stare vicino alla gente. E per tornare alla Siria di questi ultimi mesi: i giovani ad Aleppo si sono organizzati per distribuire a famiglie povere pasti gratis che ottengono da una grande azienda.

Grazie a una comunione dei beni tra amici e familiari, fanno arrivare regolarmente viveri di prima necessità. È quello che hanno fatto anche a Damasco quando i rifugiati, nello scorso luglio, si sono riversati nei giardini e nelle scuole della città. Poi, con cineforum e incontri hanno cercato di propagare la cultura della pace e della fratellanza.

Sul palco di Budapest parleranno i giovani del Cairo, protagonisti del progetto “Appartengo”.

La sfida della diversità - Giovani buddisti e cristiani hanno dato vita a 3 simposi di scambio e confronto su temi come l’impegno per la pace, vivere e trasmettere la Fede, creando così una rete d’amicizia e fraternità interreligiosa, interculturale ed internazionale.

72 musulmani e cristiani di 5 Paesi del Medio Oriente e Nord Africa si incontreranno a Budapest per la prima volta e, in tempi record, dovranno mettere insieme la coreografia che i gruppi nei rispettivi Paesi hanno imparato,  grazie alle lezioni virtuali passate da un Paese all’altro via youtube. Non da meno i giovani dell’India: indù del movimento ghandiano Shanti Ashram e cristiani hanno lavorato insieme per mesi alla loro danza, che vuole esprimere la diversità delle religioni e caste presenti nel loro Paese, in stile classico indiano.

Sono solo alcune delle molteplici esperienze di dialogo interreligioso che i giovani fanno.

Num, buddista della Thailandia ne parlerà il prossimo 1° settembre al Genfest, mentre saranno un cristiano di Nazareth e una musulmana di Gerusalemme a raccontare ai 12.000 cosa significa vivere per la fraternità nel cuore del conflitto israelo-palestinese e della difficile convivenza di tre religioni: ebraismo, cristianesimo e islam.

Fra loro ci sono anche giovani che non hanno un credo religioso, ma che condividono l’impegno a vivere per un mondo più unito. Ma ognuno di loro è in prima fila, lì dove vive, coi problemi e le sfide che ogni giorno incontra.

Santiago (Cile): erano 100 giovani i coinvolti nell’attività natalizia “Navidad en la calle” che svolgono da qualche anno, con i barboni dei quartieri Yungay e Brasile della città. Preparazione dei tavoli, regali personalizzati, servizio curato in ogni dettaglio… ogni cosa pensata per farsi vicini da uguali, restituendo dignità a questi fratelli.

Catania-Bujumbura: il ponte tra i giovani di queste due città si è materializzato in una tastiera. Da una videocall skype in cui il complesso africano “Gen Sorriso” (che si esibirà anche a Budapest) ha cantato in kirundi, i giovani liceali del “Galilei” di Catania, hanno avuto l’idea di offrire loro una tastiera. A tal fine hanno lanciato l’operazione “Un gelato per il Burundi”. Al successivo collegamento, concerto virtuale intercontinentale di tam tam e chitarra (in Burundi) e tastiera, che per ora è ancora a Catania, ma che è destinata al complesso burundese.

Il progetto United World Project, concepito e sviluppato dai giovani dei Focolari e aperto alla collaborazione con tutti, che verrà lanciato nella sua prima fase proprio a Budapest, ha lo scopo di mettere in evidenza e promuovere la fraternità messa in atto da singoli, gruppi, nazioni. Darà vita anche ad un Osservatorio internazionale permanente, riconosciuto dall’ONU.

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