Libano: un presente massacrato da politiche "diaboliche", un futuro pieno di speranza

Intervista a mons. Simon Atallah, Vescovo di Baalbek dei Maroniti in Libano

Roma, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 1000 hits

Voglio dire solo la verità”. Ha risposto così mons. Simon Atallah, Vescovo di Baalbek - Deir El-Ahmar dei Maroniti in Libano, alla richiesta di ZENIT di rilasciare un’intervista.

Più che risposte, infatti, quelle di mons. Atallah sono stati veri e propri sfoghi. Gli sfoghi di un Pastore stanco di vedere una terra prima serena, diventare sempre più scenario di guerra e distruzione. Stanco di assistere alla morte di persone innocenti. Stanco di ravvisare le continue ingiustizie che forze esterne compiono sul territorio libanese solo perché più “fragile” rispetto agli altri paesi del Medio Oriente.

Stanco, ma allo stesso tempo fiducioso. Perché per il Libano c’è ancora speranza. Perché al di là della logica umana c’è la consolazione che viene da Dio. Perché c’è una Chiesa che resiste e predica la fratellanza e c’è un popolo che non perde la fede. E soprattutto perché ci sono i giovani, così coraggiosi e desiderosi di voler porre basi più solide per il futuro del Paese, da aver “rincuorato” lo stesso Benedetto XVI nella visita di settembre.

Di seguito l’intervista a mons. Simon Atallah.

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Eccellenza, qual è la verità che ancora non si conosce sul Libano?

Mons. Atallah: La verità non la si può trovare mai da soli. Noi la stiamo cercando, facciamo colloqui, incontri, conferenze, dialoghi, per capire la verità sul Libano e sul Medio Oriente in generale; ma, alla fine, scopriamo delle cose che non sono positive purtroppo.

A cosa si riferisce?

Mons. Atallah: Prima in Libano noi stavamo bene, c’era stabilità, tutto il mondo passava da lì, la gente lavorava, studiava, si faceva una vita normale. Finché da un giorno all’altro c’è stato un “movimento” di destabilizzazione che ha creato appositamente problemi per mettere in conflitto la gente. Ancora ora fanno esplodere una macchina, fanno saltare in aria un bus pieno di persone, rapinano qualcuno, ammazzano qualcun altro. Così vogliono rendere instabile il Paese e la regione. Questo complotto è cominciato proprio nel Libano, perché è uno dei paesi più democratici della zona ed è fragile, nel senso che ci è voluto poco a distruggere le buone relazioni tra la gente, a far perdere la pace alle anime. Vogliono fare, quindi, la loro guerra in Siria, in Arabia Saudita, in Egitto e la fanno sul territorio libanese.

Loro chi? Chi sono cioè i protagonisti di questi conflitti?

Mons. Atallah: Le forze politiche di questo mondo, quelle che pagano, che portano arsenali di guerra in Oriente. Quanti migliaia di militari hanno portato in Libano ad esempio. Hanno smosso tutti i paesi dell’Europa…

A chi appartengono queste forze politiche?

Mons. Atallah: Chi ha fatto la guerra dell’Iraq, la cosiddetta guerra del Golfo? Non è il popolo americano, il popolo è povero.  È la politica americana che è mantenuta da una forza che ha tutto l’interesse a destabilizzare la regione perché vuole cambiare tutto. Come è successo quando Israele è arrivato nel ’48, era una cosa preparata. C’era una politica che prevedeva l’esecuzione di un piano. Prima gli arabi hanno salutato questo arrivo degli ebrei, perché si sono detti siamo semiti come loro, siamo cugini, sono originari di questa terra, e si sono proposti perciò di fare qualcosa insieme. Ma poi questa politica diabolica ha impedito che la gente vivesse insieme, ha voluto creare un ghetto di Israele nel Medio Oriente. Ma isolare questa gente è un crimine! Non è accettabile! Ora, invece, fanno delle guerre perché vogliono che l’Iraq e la Siria conquistino la democrazia. E questo è vero: non c’è una democrazia in questi paesi; ma di certo la situazione non migliora instaurando l’anarchia.

Pensando appunto alla Siria, neanche la caduta del governo che molti auspicano porterebbe quindi ad alcuna soluzione?

Mons. Atallah: Certamente. D’altra parte questa rivoluzione che avviene in maniera così violenta quale garanzia dà per instaurare la pace? Hanno creato tra la gente, tra i cittadini siriani, un rancore molto molto duro, acuto direi. Ci vorranno decine di anni prima che ci possa essere un’apertura. Andrebbe fatto un grande lavoro di  incoraggiamento al dialogo, alla vita comune fatta del rispetto dei valori della fratellanza, della giustizia, della democrazia, dei diritti dell’uomo.

Come Pastore cosa la preoccupa maggiormente?

Mons. Atallah: Come dicevo all’inizio, tra i paesi arabi il Libano è l’unico democratico, gli altri non hanno invece neanche idea di cosa sia la democrazia, perché sono sempre stati sostenuti da queste forze politiche internazionali. Quando Assad ha fatto la rivoluzione siriana è stato sostenuto dall’America, fino a poco tempo fa. Perché l’America adesso ha fatto dietrofront, ha cambiato politica e non lo sostiene più? Potrebbe aiutarlo ad instaurare un dialogo pacifico, non attraverso la guerra, la morte, la distruzione del territorio. Il regime siriano ha lavorato tanti anni per dare una certa economia, un certo sviluppo, per fornire università, centri di studio ecc. E adesso che fanno? Distruggono tutto…

In tutto questo la Chiesa cosa fa?

Mons. Atallah: La Chiesa predica la comunione, la vita insieme. Incoraggia a rispettare l’altro, a vivere nella fratellanza e con la giustizia. Insegna a rispettare tutti questi valori che fanno la vera felicità dell’uomo.

E la gente crede a ciò che predica la Chiesa o ha perso la speranza?

Mons. Atallah: Si, la gente certamente ci crede. Soprattutto dopo aver sperimentato la guerra. Tutta la gioventù e anche gli uomini politici, quelli onesti almeno, hanno detto “abbiamo provato tutto, non ha dato risultato, non c’è che la Chiesa”.

C’è però chi, dal punto di vista umano, si chiede ancora perché Dio permetta tutto questo?

Mons. Atallah: Dio non permette, lascia la libertà, dà all’uomo una propria responsabilità. È vero che gli uomini di primo impatto reagiscono così, ma quando poi ritornano a loro stessi capiscono che Dio, proprio per l’infinito amore che nutre per le sue creature, lascia libertà e responsabilità. Anche perché senza libertà e responsabilità non saremmo neanche uomini.

Eccellenza, si può affermare quindi che c’è ancora speranza per il Libano e la sua gente?

Mons. Atallah: Si, c’è speranza, assolutamente. Noi lavoriamo molto come Chiesa sul piano dei giovani e creiamo dei gruppi, delle comunità, dialoghiamo con tutti, con le altre Chiese, in modo da creare fiducia tra gente che è spaventata dall’altro pur vivendoci nello stesso Paese. Io nella Diocesi di cui sono capo cerco di seminare questa speranza che è insita nel nostro cuore.

Durante il suo ministero di Vescovo c’è qualcosa che le è rimasta impressa particolarmente?

Mons. Atallah: Sì, i giovani. Io inviterei tutti ad andare a vedere i nostri giovani, come vivono, come agiscono. È una cosa straordinaria oltre ogni aspettativa. Il Santo Padre nel suo viaggio di settembre dopo aver incontrato i giovani a Bkerké è tornato a Roma rincuorato. Ancora parla di quell’incontro con fierezza.

In ultimo, Eccellenza, c’è qualcosa che sente il bisogno di dire?

Mons. Atallah: Sì, di ritornare ai valori, al senso della comunità, della comunione tra la gente e dell’amore. Il nuovo Patriarca insediatosi due anni fa è venuto con un logo “Comunione e amore”. Ecco, è questa la formula per arrivare al dialogo e, soprattutto, per guadagnare la felicità.