Libera fornitura della Ru846 nei Consultori toscani

L'Associazione Medici Cattolici Italiani: "Una preoccupante deregulation"

Firenze, (Zenit.org) Redazione | 349 hits

"I consultori non siano solo dispensatori di aborto!". E' la denuncia dell’AMCI, l'Associazione Medici Cattolici Italiani, che richiede una seria riflessione in relazione alla prevenzione dell’aborto e al sostegno delle gravidanze inattese, con particolare riguardo alle funzioni attribuite dalla legge ai consultori.

"Il parere tecnico con il quale il Consiglio Sanitario della regione Toscana apre alla possibilità di prescrivere e somministrare la pillola RU486 nei consultori-poliambulatori - scrive l'Associazione in un comunicato - è atto arbitrario, poco convenzionale ma anche violento perché manifesta l’intento utilitaristico di voler gestire la vita umana e particolari momenti di fragilità della donna in modo poco responsabile ed esponendola a dei rischi non indifferenti".

Sono molte le perplessità che solleva la dichiarazione freddamente burocratica diramata dal Consiglio Sanitario della Toscana, che promuove l’effettuazione dell’aborto medico in consultorio, senza la indispensabile continuativa assistenza medica e senza alcuna norma regolatoria di prudenza.

Il documento della Regione nella sua intrusione non tiene per nulla conto dell’obiezione di coscienza sia dei prescrittori sia dei farmacisti erogatori della RU486. "L’aborto determinato dalla RU486 non può avere radice in un Consultorio - si legge ancora nel testo - notoriamente istituito per legge al fine di promuovere una nuova vita, offrendo accorta informazione sui metodi utilizzabili ove non più accettata".

In considerazione di questa banalizzazione della procreazione umana e della problematica dell’aborto, si evince una totale mancanza di consapevolezza circa la gravità delle molteplici situazioni di rischio che potrebbero venire a crearsi. Il rischio che la donna non più assistita incontra dopo la somministrazione del farmaco la pone in uno status di imprudente solitudine non potendo disporre di un sicuro e pronto aiuto medico al bisogno. Lasciar sola una donna per garantirle libertà e autonomia e farle realizzare un aborto in totale solitudine e senza alcun sostegno psicologico, oltre che sanitario, in situazioni di emergenza è un vero e proprio atto di violenza.

In concreto si potrebbero perdere due vite: quella dell’embrione e persino quella della gestante.

La decisione del Consiglio Sanitario della Toscana non è presa nel rigoroso rispetto della legge 194, anzi ne risulta in aperto contrasto.

L’articolo 8 della legge 194/78 cita testualmente:

“Nei primi novanta giorni gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno altresì poter essere effettuati, dopo la costituzione delle unità socio-sanitarie locali, presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione”.

L'AMCI allora si domanda: "Dove e in quale realtà territoriale esistono poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati e funzionalmente collegati agli ospedali con requisiti di un servizio ostetrico-ginecologico di un ospedale generale? I consultori e i poliambulatori italiani non hanno per nulla queste caratteristiche".

E’ auspicabile, pertanto, che ci sia a tutela della donna il massimo delle provvidenze cautelative. Occorre abbattere pregiudizi ideologici, occorre spezzare le catene del silenzio, della solitudine e del disagio. Occorre sì valorizzare lo specifico territoriale dei consultori, ma anche riaffermare la loro centralità come luoghi di counseling e non come strutture medicalizzate, che viceversa non rispettano la precipua vocazione di essere opportune realtà sociali di base, capaci di creare idonee integrazioni a più livelli anche con i servizi del volontariato sociale.

I medici cattolici italiani auspicano che, invece di creare "strutture favorenti gli aborti", attraverso operatività concrete, "si realizzino obiettivi di prevenzione di gravidanze indesiderate, di sconfitta dell’aborto facile e soprattutto di quello clandestino".

"L’aborto a domicilio fa saltare le norme della legge 194 del 1978 - scrivono nel comunicato - lede la dignità delle donne e le espone a notevoli rischi di complicanze, anche gravi. Ne segue la grave irresponsabilità del disposto - su cui si potrà sussumere presso le Corti di pertinenza - nel favorire l’aborto farmacologico senza peraltro accompagnarlo con modi tecnici di prudenza e di assistenza".