Libertà e responsabilità della società civile: la 'regola' della sussidiarietà

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SAN MARINO, sabato, 9 giugno 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell'intervento pronunciato da monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il 25 maggio scorso, presso la Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II per il Magistero sociale della Chiesa, a San Marino.

 
 
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Libertà e responsabilità

Tra i principi della dottrina sociale della Chiesa, quello di sussidiarietà è forse il più noto, ma è anche quello maggiormente equivocato. Spesso lo si intende come rivendicazione di spazi di libertà - il che è vero, ma solo a certe condizioni che spero avremo modo di precisare -, poco lo si intende come assunzione di responsabilità. Propriamente, invece, esso dovrebbe venire inteso come libertà di assumersi responsabilità o, se vogliamo, come l’assunzione della responsabilità di essere liberi. Libertà e responsabilità, ovvero diritti e doveri, si richiamano a vicenda, ma la priorità spetta senz’altro in via originaria alla responsabilità liberamente assunta. Senza responsabilità, la libertà subisce una deriva narcisistica di disimpegno e di nichilismo ludico. Bisogna quindi guardare con un certo sospetto alle rivendicazioni di aiuti e spazi sussidiari che non siano fondati su assunzioni di responsabilità.

Cerchiamo di approfondire in che senso la responsabilità preceda e costituisca la stessa libertà, in modo che la sussidiarietà possa essere intesa, come si diceva, come sostegno all’assunzione della responsabilità di essere liberi. La responsabilità morale non la definiamo noi, ma la assumiamo, in quanto ci deriva da altro e nella risposta a questo altro che ci indica delle responsabilità noi chiariamo a noi stessi chi siamo, ci costituiamo in identità. Facciamo l’esempio di un grande filosofo che ha impostato il rapporto libertà/responsabilità in modo diverso da quello che sto proponendo io ora. Immanuel Kant ritiene che se la norma morale dovesse essere condizionata dalle mie inclinazioni individuali oppure da un bene da raggiungere, non si avrebbe vera moralità perché mancherebbe la libertà.

Secondo lui, al contrario, la norma morale deve essere posta liberamente dal soggetto per le sole esigenze della propria ragion pratica, ossia per la purezza dell’intenzione. In questo caso, come si vede, la responsabilità segue la libertà. Io sono invece dell’idea che la responsabilità preceda la libertà e ritengo, appoggiandomi in questo su tutti i pensatori che pongono all’origine dell’azione morale, della libertà e della stessa felicità, il bene, che l’assunzione di responsabilità costituisca la mia stessa libertà, anzi, costituisca il mio stesso “io”.

Questo rapporto tra responsabilità e identità è molto importante per la sussidiarietà, come vedremo, ed è quindi necessario soffermarcisi ulteriormente. La responsabilità deve essere assunta, anzi liberamente assunta. Questo ci dice che non può essere il soggetto l’inventore e produttore della propria responsabilità. In questo caso la responsabilità sarebbe arbitraria e avremmo quindi una responsabilità irresponsabile. Essa ci deve venire da altro da noi, deve essere un compito che ci venga assegnato, un progetto che ci venga affidato come uomini. Per questo motivo penso che la responsabilità abbia bisogno della Trascendenza. Facciamo l’esempio della natura, della nostra natura di esseri umani e di quella natura individuata, o meglio individuale, che siamo ognuno di noi. La natura, in tutte tre queste accezioni, è l’affidamento a noi di un compito, una proposta di assunzione di responsabilità. Non abbiamo costruito noi la natura, ma essa ci è data, compresa la nostra natura individuale. Assumerla come una responsabilità significa saperla leggere come una vocazione. E’ vero che la responsabilità la assumiamo, ma la assumiamo proprio perché ci attrae e ci affascina, cioè ci chiama. L’atto che ci costituisce nella nostra identità è proprio questo atto con cui noi rispondiamo ad una proposta di assunzione di responsabilità. Lì diventiamo un “io”, quindi liberi. Di fronte ad una natura vista solo come nostra produzione, compreso il nostro io cosciente, non è possibile nessuna assunzione vera di responsabilità e questo limita fortemente anche la nostra libertà, che viene sottomessa ai nostri desideri ed impedisce anche la creazione di una forte identità che scivola via nella ricerca inutile di un “io” astratto, puro ma astratto, puro perché astratto, come quello di Kant.

Sussidiarietà come aiuto ad assumere responsabilità

Chiediamoci allora: quando una persona, o una famiglia, o un gruppo sociale o una comunità locale reclamano il principio di sussidiarietà, cosa significa? Quali presupposti hanno alle spalle? Da dove muovono per fare una tale richiesta? Se si tratta solo della libertà, la richiesta è ingiustificata perché, per lo stesso motivo, la libertà appunto, si può chiedere anche assistenza e dipendenza. Per potere essere maggiormente libero nel privato posso chiedere allo Stato di farmi da provvidenza. Conosciamo bene i corti circuiti tra rivendicazioni di spazi di libertà irresponsabile nel privato e pesante dipendenza dagli apparati statali sperimentati in passato ed ancora vivi e vegeti oggi: è una miscela che produce solo nichilismo e noia esistenziale, perché uccide la responsabilità e con essa l’identità. Spesso la società civile in quanto tale, oltre che i singoli cittadini, ha rivendicato una ambigua libertà protetta dalle collusioni con il sistema politico: essere dipendenti per essere più liberi. E’, come si vede, una contraddizione. Per questo motivo io sostengo che l’inizio della rivendicazione della sussidiarietà non può essere la semplice libertà.

Essa è piuttosto, come dicevamo, la responsabilità liberamente assunta, la quale però presuppone un ordine delle cose assegnatoci come consegna e progetto. Ho già detto e lo riaffermo qui perché lo ritengo di fondamentale importanza, che la nostra identità personale e comunitaria nasce dalla risposta che noi diamo a questa vocazione che la realtà ci trasmette. La famiglia, la mia famiglia, le nostre famiglie che si collegano insieme in comunità hanno il diritto di chiedere spazi sussidiari, perché hanno il dovere di essere se stesse, ossia di assumersi la responsabilità di un progetto su di sé, non artificiale ma reale, non eccentrico ma naturale. Essere famiglia, essere famiglia naturale eterosessuale,. essersi sposati, essere questa famiglia, lavorare in questa associazione di famiglie vuol dire costituirsi in identità mediante l’assunzione di sé come compito. Su questo si fonda la rivendicazione di spazi di libertà e di aiuti sussidiari per poter portare avanti questo compito. Fuori di questo, la rivendicazione di spazi di libertà diventa arbitraria e non può essere chiamata sussidiarietà, almeno nel senso che la dottrina sociale della Chiesa dà a questo termine.

La sussidiarietà ha bisogno della Trascendenza e dell’identità. Ciò che connette trascendenza e identità è la responsabilità. L’ho già detto, ma lo ripeto volentieri: la responsabilità attesta una chiamata che viene da fuori, il che mi permette di essere libero ma non arbitrario. La risposta a questa chiamata fonda poi l’identità. E la sussidiarietà è, appunto, essere messi in grado, nel caso non lo si sia, di assumersi responsabilità rispetto ad un progetto su di noi. Ma se non c’è un progetto su di noi, se la realtà non ci svela una vocazione, se la realtà è muta e non lascia trasparire alcun Logos, nessuna Parola, allora l’assunzione di responsabilità diventa impossibile e ci ripieghiamo a rivendicare spazi pubblici per i nostri desideri anarchici, individuali e collettivi, e addirittura ne invochiamo il riconoscimento legale e l’intervento degli apparati pubblici per esaudirli.

La società civile può essere concepita in due modi diversi. Può essere lo spazio ove si incontrano gli individui per la promozione dei loro diritti soggettivi, il commercio delle loro libertà o il soddisfacimento dei loro bisogni, oppure può essere il luogo ove persone e gruppi scoprono delle identità personali e comunitarie e si costituiscono assumendosi responsabilità. Nel primo senso la società civile ha un significato prevalentemente privato, nel secondo assume un valore decisamente pubblico. Nel primo caso la società civile troverà poi la sua sintesi nello Stato, cui solo spetterà di sintetizzare il privato nel pubblico. Nel secondo caso la società civile precede lo Stato il quale avrà nei suoi confronti un ruolo, appunto, sussidiario. La responsabilità è prima di tutto di pertinenza della società civile. La società civile è l’intreccio delle responsabilità liberamente assunte, è il dialogo e la collaborazione tra le responsabilità, ossia è solidarietà. Anche qui vale quanto affermato poc’anzi: la solidarietà spetta principalmente alla società civile e, solo in seconda battuta, allo Stato. Molti oggi parlano di sussidiarietà verticale e orizzontale. Qualche autorevole interprete dice, giustamente, che non si tratta di due principi, ma di due aspetti di un unico principio, ponendoli così sullo stesso piano. Secondo me, invece, la sussidiarietà verticale è in funzione di quella orizzontale.

Trascendenza e identità nella società civile oggi

Vorrei tornare, a questo punto, sul rapporto tra Trascendenza e identità. Ognuno di noi ha un nome perché viene chiamato, non il contrario come potrebbe sembrare. Avere una identità, un nome, richiede una vocazione. Nessuno si chiama da sé e nessuno si è dato il proprio nome. La chiamata trascendente fonda l’identità. Ora, se nella società civile viene inibita, sul piano educativo e culturale, la capacità della persona, delle società naturali e dei gruppi sociali a leggere la propria vocazione sarà molto difficile che ci si apra all’assunzione di responsabilità libere. Oggi, però, sembra accadere proprio questo. La vita, la famiglia, l’appartenenza culturale, la propria identità sessuale sempre meno sono intesi come una vocazione e, quindi, non comportano o comportano sempre meno delle assunzioni di responsabilità. Veramente ha ragione la Chiesa ad indicare nella vita e nella libertà religiosa i due principi che soli possono animare l’assunzione sociale di responsabilità. A maggior ragione appare evidente come oggi, proprio il rifiuto della vita nascente da un lato e l’indifferentismo religioso culturalmente imposto dall’altro, erodono alla base l’idea stessa che cose e persone possano rappresentare per noi una vocazione e quindi una assunzione di responsabilità. Se la mamma non è più in grado di vedere nel figlio concepito una vocazione, né lo sposo nella sposa, né il maschio nella propria mascolinità e la femmina nella propria femminilità, come potremo vederla nel lavoro o nell’educazione, nell’impegno sociale o politico? La società civile è debole non solo quando viene espropriata dallo Stato delle sue proprie funzioni, ma soprattutto quando si spegne in essa la capacità di leggere nella propria storia i segni di una chiamata. E’ debole prima di tutto culturalmente. In questo caso la società civile si inaridisce, la varietà delle sue identità si appiattisce, non si è più in grado di concepire dei compiti e degli scopi, il confronto si fa artificiale, prevale la cappa di piombo dell’uniformità culturale. Solo la Trascendenza chiama l’uomo alla libertà, cioè alla capacità di assumersi responsabilità. Anche la società civile ha le proprie colpe e se non sempre è in grado di assumersi responsabilità e di rivendicare adeguatamente spazi di sussidiarietà non è colpa solo del mercato o dello Stato troppo invadenti, ma della stessa società civile, delle famiglie e delle persone, che hanno perduto la capacità di ascoltare la vocazione della Trascendenza.

Sappiamo quanto Benedetto XVI insista sul relativismo odierno. Ebbene, una delle principali conseguenze negative del relativismo è di ottundere la capacità di interpretare natura e storia come vocazione. Se niente è vero, niente ci parla; se la verità la stabiliamo noi possiamo essere solo discepoli di noi stessi. Ho preso la parola “discepoli” dall’omonimo capitolo del libro “Gesù di Nazareth” di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (Rizzoli, Milano 2007). “Non ci si può fare discepoli da sé”, si legge a p. 205. Ad una vocazione si risponde, un maestro lo si segue, una responsabilità la si assume, la verità la si conosce, il bene lo si ama. Quando questa libertà penetra nella società civile e la fa respirare nascono molteplici assunzioni di responsabilità. Quando si riesce ad essere solo discepoli di se stessi, la vita sociale è già inaridita.

E’ pur vero, dirà qualcuno, che dovere e responsabilità le si può leggere nella propria natura anche senza il ricorso ad un Creatore e che si può ammettere che esista un ordine delle cose che ci interpella senza per forza dover coinvolgere in tutto questo Dio. Molti affermano questo, anzi oggi è proprio questa convinzione che sembra permettere un nuovo incontro tra una ragione aperta e la fede cristiana. Da parte mia noto solamente che mi sembra difficile che, senza Dio, l’assunzione di responsabilità possa giungere fino al sacrificio e al perdono. E, mi chiedo, ci può essere assunzione di responsabilità senza sacrificio e senza perdono?

Una politica responsabile perché responsabilizzante

Abbiamo bisogno oggi di una politica che responsabilizzi, che “faccia fare” anziché fare direttamente, che provochi assunzioni di responsabilità, che educhi ai doveri come condizione e quadro di senso per i diritti. Non ho ancora definito, in questo mio intervento, la sussidiarietà. Del resto l’ha fatto tante volte il magistero… Potremmo però dire, in conformità a quanto visto finora, che la sussidiarietà è una sapienza sociale e politica – non quindi una tecnica - che aiuta le persone e i soggetti della società civile ad assumersi responsabilità al loro proprio livello e in vista del bene comune. Su questo punto, il rapporto tra sussidiarietà della società civile e bene comune, vale la pena fare qualche approfondimento.

Nessuno eroga il bene comune a comando, non ci sono istituzioni capaci di garantirlo, non è frutto di meccanismi perché ha a che fare con l’assunzione libera di responsabilità delle persone e dei gruppi sociali. Il bene comune richiede la varietà delle identità, la varietà delle vocazioni, la varietà delle responsabilità. Il bene comune non è una somma numerica di situazioni gradevoli o accettabili dagli individui. Esso nasce dalla risposta dell’uomo ad un progetto sull’uomo. Senza progetto sull’uomo non c’è bene comune, perché nessuno è fatto uscire da sé e i gruppi sociali rimangono chiusi in se stessi. Il bene comune nasce dalla risposta ad una vocazione comune, da una comune assunzione di responsabilità articolata però ai diversi livelli sussidiari. Come si vede, ancora una volta, ritorna il tema della Trascendenza e della vocazione.

Una politica responsabile, allora, non è quella che provvede, elargisce, eroga, sostituisce, supplisce, fornisce e, per fare questo, cresce in modo autoreferenziale sovrapponendosi alla realtà e conformandola a se stessa. Una politica responsabile è, invece, quella che fa assumere responsabilità, che non educa ma mette in grado la famiglia di educare, che non assiste ma mette in grado le entità della società civile di assistere, che fa fare esperienza e fa misurare con la realtà della vita e con se stessi, che permette a persone e gruppi sociali di percepire la propria vocazione e, così, di aprirsi alla Trascendenza, breve o lungo sia poi il tratto che ne percorreranno. Occupandomi soprattutto di società civile internazionale, vorrei segnalare qui anche il pericolo che gli organismi e le istituzioni internazionali - comprese quelle europee - si sovrappongano alla società civile, ai popoli e alle culture, che esportino una cultura unica prevalentemente relativista e materialista.

Cenni conclusivi

E’ ora di avviarci alla conclusione. Dicevo all’inizio che il principio di sussidiarietà è spesso frainteso. Aggiungo ora che talvolta è addirittura stravolto, rispetto alla versione che ne dà la dottrina sociale della Chiesa. Il significato di sussidiarietà è antropologico e addirittura teologico e solo secondariamente e derivatamente è sociale e politico. Quando questi ultimi significati perdono il rapporto con i due significati fondanti nascono molte distorsioni. Il significato antropologico riguarda i diversi livelli – sussidiari appunto – della persona umana che, nel suo vertice, vive la dimensione della Trascendenza. Se la persona viene amputata di questa dimensione le altre dimensioni perdono il proprio orientamento e non si intendono più come frutto di una vocazione. Per questo il fondamento del significato antropologico è quello teologico o, meglio, cristologico: Cristo rivela l’uomo a se stesso, Egli è il Logos, Colui che Chiama.

Ma abbiamo visto che la dimensione della Trascendenza ha anche un significato sociale. La società civile ne ha bisogno per non ridursi ad essere né il luogo ove tutto si compra e tutto si vende né il terminale della pianificazione centralizzata degli apparati statali. Senza la Trascendenza la società civile non riesce pienamente ad essere il luogo dell’assunzione delle responsabilità pubbliche secondo il principio di sussidiarietà. Da qui l’importanza della presenza dei cristiani nella società civile.