"Lo Spirito Santo perfeziona l'opera di Cristo nel mondo"

L'omelia del Cardinale Caffarra alla Messa del giorno di Pentecoste nella Cattedrale di Bologna

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BOLOGNA, lunedì, 28 maggio 2012 (ZENIT.org) - Cari fratelli e sorelle, la celebrazione liturgica che stiamo vivendo ha il carattere di “compimento”, di “qualcosa” che giunge alla sua perfezione. La solennità odierna è chiamata Pentecoste cioè cinquantesimo giorno, a partire da Pasqua. Sono sette settimane: il numero della perfezione.

Una preghiera liturgica dice: «[Cristo] ha mandato, o Padre, lo Spirito Santo, primo dono ai credenti, a perfezionare la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione». Celebriamo dunque oggi il perfezionamento dell’opera redentiva di Cristo.

In che senso e in che modo lo Spirito Santo perfeziona l’opera di Cristo nel mondo? Troviamo la risposta a questa domanda nella pagina evangelica, nella quale è Gesù stesso a spiegarci in che senso e in che modo lo Spirito Santo perfeziona la sua opera. Riascoltiamo dunque docilmente la parola di Gesù.

«Quando … verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito». La verità di cui parla la pagina evangelica è la vita di Gesù; sono le sue parole; è la rivelazione che Egli ha fatto di sé nella sua morte e risurrezione. In modo sintetico potremmo dire: è l’evento Gesù il Cristo.

Lo Spirito ha il compito di “guidarci alla verità tutta intera”. Ha cioè il compito di introdurci in una comprensione sempre più profonda della persona di Gesù: della sua vita, delle sue parole, della sua morte e risurrezione. Una comprensione sempre più profonda perché diventiamo capaci di testimoniare la nostra fede in Gesù nelle varie situazioni e condizioni della vita e della storia.

Lo Spirito che ci è donato, quindi, non «parlerà da sé». Egli cioè non ci dirà mai qualcosa d’altro da ciò che Gesù ci ha detto; non ci dirà cose nuove, ma ci darà una comprensione sempre nuova della parola e della vita di Gesù: non novum, sed noviter; ci renderà quindi capaci di attualizzare la Verità di Gesù dentro alle varie situazioni storiche.

Non è che lo Spirito Santo succeda a Gesù. Egli ci fa guardare sempre ed unitamente a Lui, poiché è in Lui che abita ogni pienezza. La rivelazione di Gesù è definitiva, ma è inesauribile; di essa si può avere una comprensione sempre più profonda.

Oltre Gesù non si può andare. Egli è insuperabile. Mediante il dono dello Spirito, tutta la Chiesa e nella Chiesa ciascuno di noi rimane incrollabilmente fondato sulla rivelazione di Gesù, e diventa capace di ogni approfondimento richiesto dal mutamento delle condizioni storiche.

In tal modo l’evento Gesù non è incatenato al passato, ma è una presenza operante in ogni tempo. Nel e per mezzo dello Spirito la Chiesa conosce e vive ciò che le è stato detto e donato da Gesù, e pertanto essa - e ciascuno di noi in essa – rimane radicata e fondata in Gesù, e nello stesso tempo è capace di parlare ad ogni uomo. «Egli mi glorificherà» dice pertanto Gesù «perché prenderà del mio e ve lo annuncerà».

Lo Spirito perfeziona l’opera di Gesù nel mondo, perché Gesù, venuto una volta, mediante lo Spirito, resta sempre una presenza viva e l’ascolto della sua parola non si riduce a pura conoscenza storica, ma diventa «Spirito e vita».

Abbiamo dato inizio a questa celebrazione con una preghiera nella quale abbiamo chiesto al Padre di ogni dono “di continuare oggi nella comunità dei credenti, i prodigi da Lui operati agli inizi della pedicazione del Vangelo”.

I prodigi che la Chiesa domanda siano oggi rinnovati, non sono fatti straordinari, impressionanti, esteriori. Chiede “il prodigio”: il dono dello Spirito che leghi maggiormente ogni comunità cristiana e ogni fedele a Cristo; che operi un’appartenenza sempre più convinta, libera, e profonda a Cristo.

La Chiesa non vive fuori dal mondo. Essa è profondamente partecipe alla vicenda dell’uomo; e la sua preghiera che oggi fa salire al cielo, nasce da questa partecipazione. Vorrei brevemente sottolineare due profili di questa intercessione, e così concludere.

La presenza dello Spirito è invocata perché «non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore» [Ef 4, 14]. È lo Spirito che «ci introduce alla verità tutta intera», che è Gesù.

Cari fratelli e sorelle, Cristo abita nei nostri cuori mediante la fede. Essa ha dei contenuti precisi, che ci vengono insegnati dalla costante tradizione della Chiesa e del suo Magistero. E il Magistero del Santo Padre non è per il credente un’opinione fra le tante che vengono offerte dai mercanti d’aria, oggi così numerosi.

La presenza dello Spirito è invocata perché abbiamo, la nostra città ha un immenso bisogno di speranza. Ma la speranza può nascere solo nel cuore di chi vive una forte esperienza di essere amato: la disperazione è figlia primogenita della solitudine.

Non di un amore qualsiasi abbiamo bisogno perché rifiorisca nel nostro cuore la speranza, ma di un amore incondizionato. «La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio e la certezza che ci ama.

È l’esperienza di essere amati da Dio, che ci dona lo Spirito Santo. Egli quindi fa rifiorire in noi una “speranza che non delude, poiché Egli riversa nei nostri cuori l’amore con cui Dio ci ama” [cfr. Rom 5, 5].

Sì, o Signore Gesù, donaci il tuo Spirito perché siamo sempre più radicati e fondati in te, e pieni di una speranza che non delude mai.

Effondi il tuo Spirito sulla nostra città, perché risorga; perché vinca la sua stanchezza mortale; perché ritorni ad essere una comunità vera di uomini e donne capaci di pensare, progettare, e realizzare un futuro in grado di mobilitare tutte le sue energie. Così sia.