Lo stato degli aiuti ad un mese e mezzo dallo “tsunami”

Intervista al Presidente del Centro Europeo di Studi su Popolazione Ambiente e Sviluppo

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ROMA, mercoledì, 9 febbraio 2005 (ZENIT.org).- Il 26 dicembre scorso lo “tsunami” ha colpito i Paesi bagnati dall’Oceano indiano. Il danno dal punto di vista umano è stato devastante: si calcola, infatti, che siano morte più di 300 mila persone.



L’entità degli aiuti raccolti ed erogati è la più grande mai raggiunta nella storia, ma nonostante le tante opere di beneficenza ci sono ancora organizzazioni che promuovono il controllo delle nascite.

Per avere un’idea di quanto sta accadendo, ZENIT ha intervistato Riccardo Cascioli, Presidente del Cespas (Centro Europeo di Studi su Popolazione Ambiente e Sviluppo).

A più di un mese dallo “tsunami”, come vengono utilizzati i fondi per la ricostruzione? E' vero che ci sono ancora agenzie che intendono utilizzarli per programmi di riduzione delle nascite?

Cascioli: Purtroppo il comportamento di alcune agenzie dell’ONU legittima le domande su come vengono spesi i soldi così generosamente offerti dalla gente comune. E’ evidente che la maggiore preoccupazione di queste agenzie non è quella di ricostruire le case, quanto quella di evitare che nascano bambini.

Basti pensare che il Fondo ONU per la popolazione (UNFPA) già il 27 dicembre - il giorno dopo il maremoto e quando ancora non erano chiare le dimensioni reali della tragedia - stanziava fondi per portare nei Paesi colpiti i cosiddetti servizi di salute riproduttiva, praticamente contraccezione e aborto. Dopo pochi giorni raccoglieva 28 milioni di dollari per questo scopo e ancora la scorsa settimana ha lanciato un appello per fare arrivare contraccettivi ad Aceh, per evitare le gravidanze non volute.

Il guaio è che non è un caso isolato, del resto l’UNFPA fa parte di un consorzio di agenzie con Organizzazione Mondiale della Sanità, Alto Commissariato per i rifugiati e Unicef che da dieci anni attua un programma di salute riproduttiva per i rifugiati e per le situazioni di crisi, quale appunto è quella attuale del sud-est asiatico.

Le grandi associazioni ambientaliste lamentano gravi danni ambientali. E' veramente così?

Cascioli: Quello delle associazioni ambientaliste è l’altro corno del problema. Anche qui si sono lanciati allarmi che non hanno trovato riscontro alle prime verifiche. Veda il caso delle barriere coralline, di cui per settimane si è gridato alla distruzione, soprattutto a causa dell’incuria dell’uomo e poi il 9 gennaio abbiamo scoperto che i danni riguardavano al massimo il 5% delle barriere.

Ovviamente i danni ambientali ci sono stati, e non potrebbe essere altrimenti, ma gli ambientalisti hanno montato un can can per dimostrare che tutto è dovuto ai cambiamenti climatici provocati dall’uomo, cosa senza alcun fondamento scientifico. Evidente l’obiettivo di cavalcare l’onda dello “tsunami” per promuovere i propri programmi politici, attuazione del Protocollo di Kyoto in testa.

E infatti le priorità per la ricostruzione, secondo gli ambientalisti, vanno per le foreste di mangrovie, per l’assestamento della vita marina, per salvare le foreste della regione da uno sfruttamento improvviso a scopo di costruzione delle case.

Cosa c'entra la cultura di difesa dell'ambiente con le politiche di controllo demografico?

Cascioli: Il nesso è strettissimo perché la base, esplicita o implicita, di ogni mito ambientalista è nell’affermare che esiste il problema della sovrappopolazione. E la salvezza del Pianeta starebbe quindi proprio nel praticare un rigido controllo delle nascite.

Questo pensiero da lungo tempo si è impadronito dei vertici dell’ONU tanto che tutte le politiche di sviluppo sostenibile maturate dalle Conferenze internazionali degli anni ‘90 hanno proprio questo presupposto: che la popolazione sia un fattore negativo per lo sviluppo e per l’ambiente. Se guardassimo alla storia dello sviluppo nei Paesi occidentali, capiremmo facilmente come la realtà sia totalmente diversa.

Lei è co-autore di un libro intitolato "le Bugie degli ambientalisti" (Piemme), in cui sostiene che c'è un legame stretto tra la cultura ecologista moderna con quella delle Società Eugenetiche. Può spiegarci in che modo la nuova ecologia sembra così simile alla vecchia eugenetica?

Cascioli: La ragione è anche intuitiva. Se si afferma che siamo troppi sulla Terra, è evidente che dobbiamo decidere chi eliminare. Del resto anche storicamente l’ideologia ambientalista nasce dalle Società Eugenetiche di inizio Novecento. E tutt’oggi le istanze ambientaliste sono in perfetta sintonia con quelle eugenetiche. Si spiega così l’apparente paradosso di ambientalisti contrari alle biotecnologie in agricoltura ma favorevoli alle manipolazioni degli embrioni.

Può farci qualche esempio di legame tra associazioni ecologiste e dirigenti delle Società Eugenetiche?

Cascioli: Se si approfondiscono le storie di personaggi come Gifford Pinchot, Charles Davenport, Madison Grant, Henry Fairfield Osborne, Ernst Haeckel e Julian Huxley, indicati come i padri fondatori del movimento ambientalista a livello internazionale, scopriamo che si tratta delle biografie di dirigenti di società eugenetiche, razzisti e antisemiti.

Affascinati dalle ideologie del superuomo, coniugavano le politiche di selezione delle nascite e la sterilizzazione delle razze ritenute inferiori con l’amore verso parchi a uso e consumo delle classi privilegiate. Anche in Italia è lo stesso: era eugenista, razzista e antisemita, Alessandro Ghigi, zoologo di fama, fondatore tra l’altro della Fondazione Nazionale Pro Natura, la più antica organizzazione ambientalista del nostro Paese.