Lo sviluppo dell’Africa è strategico per la Chiesa

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di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- ''L’Africa è un continente colpevolmente dimenticato'' e per la Chiesa è una grossa sfida pastorale: ''O il cattolicesimo ce la fa in Africa oppure rischia qualche sofferenza di troppo''.

Con queste parole monsignor Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste e Segretario uscente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, è intervenuto giovedì 24 settembre a Roma al convegno dal titolo ''Per una rivoluzione verde in Africa. Lo sviluppo è il nuovo nome della Pace''.

Organizzata dall’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” (APRA) e dall'Università Europea di Roma (UER), con il patrocinio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), l'incontro ha visto l’intervento di scienziati e agricoltori africani nonché di dirigenti della FAO (Food and Agricultural Organization).

Dopo aver ricordato che tra i 50 paesi più poveri del mondo, 35 sono africani, monsignor Crepaldi ha sottolineato che ''per la soluzione di problemi così complessi e profondi come quelli che affliggono l'Africa non ci sono soluzioni univoche e semplicistiche. Ma non possiamo ignorare i tanti benefici che deriverebbero dall'impiego di tecniche di produzione agricola innovative capaci di stimolare e sostenere gli agricoltori africani''.

''Gia' oggi - ha affermato l’Arcivescovo di Trieste - grazie all'utilizzo delle sementi opportunamente migliorare tramite tecniche che intervengono sul loro patrimonio genetico, stanno promuovendo un crescente e diffuso progresso, come dimostrato da interessanti studi''.

Secondo Monsignor Crepaldi, “la  biotecnologia non deve  essere divinizzata né demonizzata. La tecnica e, di conseguenza, la biotecnologia è una cosa buona, ma può essere usata male”; è dunque necessario che, come ogni  attività umana, “l’economia, la politica e via dicendo, essa sia guidata dalla morale”. 

Per il presule, “la biotecnologia ha prodotto concretamente un grande sviluppo in molti settori, come la medicina, la farmacologia, la zootecnia ecc. che se correttamente utilizzato, potrà risolvere molte delle questioni sociali del mondo odierno”.

Dopo il saluto del Rettore dell’APRA, padre Pedro Barrajon L.C. e di Padre Paolo Scarafoni L.C. Rettore della UER, padre Gonzalo Miranda, già Decano della Facoltà di Bioetica, ha letto il messaggio che monsignor Jude Taddeo Okolo, Nunzio Apostolico nella Repubblica Centroafricana e nel Ciad, ha inviato al prof. Giusepe Ferrai in relazione al Convegno.

“Grazie per l'invio dell'email sul vostro Raduno – ha scritto monsignor Jude Taddeo Okolo – Siamo sempre grati quando qualcuno pensa concretamente a noi. Cerchiamo di collaborare per quanto possibile”.

“Qui nella Repubblica Centroafricana – ha spiegato il Nunzio – abbiamo terra in abbondanza (6,25 abitanti per ogni km quadrato, la popolazione è infatti di 3.895.139 abitanti diffusi su una superficie di circa 622.984 kmq), abbiamo la pioggia costante, abbiamo il sole, il terreno è fertile. C'è qualcuno che vuole darci una mano? Abbiamo anche progetti realistici - appoggiati dalle parrocchie, in vista di autofinanziamenti delle comunità di base”.

Monsignor Okolo ha raccontato: “Anch'io, personalmente, mi sono recato nel campo due volte, per dare una mano, anche per esercizio fisico, dopo il lavoro d'ufficio” ed ha aggiunto: “La nostra produzione quest'anno è stata abbondante, ma relativa a ciò che abbiamo piantato”.

“Dopo il vostro Seminario – ha scritto –, saremo grati di ricevere anche risultati e consigli pratici che ci possano aiutare. Vi ringraziamo in anticipo. Sapete che la gente qui si impegna, ma ... le difficoltà ci sono. Gli anni passati a sopportare i ribelli hanno distrutto le motivazioni”.

In questo contesto padre Gonzalo Miranda, L.C., professore ordinario della Facoltà di Bioetica della “Regina Apostolorum” ha spiegato che “l’Africa è il continente più ricco di materie prime del mondo, ma è anche quello in cui c’è più gente che muore di fame e di malattie”.

Per questo, ha continuato, “la rivoluzione verde e l’uso delle biotecnologie vegetali sono espressione di quanto di meglio oggi si possa fare in campo agricolo”.

Dell’importanza della formazione e della diffusione di tecniche agricole appropriate capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse, ha parlato Eric Kueneman, dirigente del Servizio colture e pascoli della FAO, il quale ha raccontato di come il programma condotto in Burkina Faso dal 2001 “Farmer’s Field Schools” abbia formato più di 10.000 agricoltori per la coltivazione di vegetali, riso e cotone, con particolare enfasi su una migliore gestione degli infestanti.

Charles H. Riemenschneider, Direttore del centro investimenti della FAO, ha precisato che per raggiungere una produzione di cibo adeguata nella zona subsahariana saranno necessari 11 miliardi di dollari di investimento l’anno.

A questo proposito Sylvester Oikeh, di AATF (African Agricoltural Technology Foundation), ente non profit che si batte per la sicurezza alimentare e la riduzione della povertà nell’Africa Sub Sahariana, ha affermato che “in Africa i benefìci prodotti dalle tecnologie OGM sono già stati dimostrati”.

In Sud Africa, in condizioni in cui l’acqua piovana è la sola fonte di irrigazione, il mais modificato geneticamente ha aumentato le rese dell’11%, con un guadagno di 35 dollari in più per ettaro.

Nel Burkina Faso, prove sul campo con il cotone modificato hanno ridotto di due terzi la quantità di pesticidi utilizzati e hanno aumentato le rese del 15%, promuovendo il benessere degli agricoltori e dell’ambiente e favorendo la prosperità.

Per Emmanuel Tambi, Direttore delle politiche regionali del FARA (Forum for Agricultural Research in Africa), “perché l’agricoltura in Africa diventi vero volano di sviluppo è indispensabile riuscire a incrementare la produttività con un tasso superiore a quello della crescita della popolazione”.

“Purtroppo – ha proseguito Tambi –, a oggi questo è un obiettivo ancora lontano: in Africa, l’aumento della produzione rimanda ancora alla necessità di dedicare una maggiore superficie all’agricoltura piuttosto che a un utilizzo migliore delle aree già coltivate”.

Motlatsi Musi, agricoltore del Sud Africa, ha raccontato la sua esperienza con la coltivazione del mais Bt, una varietà geneticamente modificata che contiene una proteina insetticida proveniente dal batterio del suolo Bacillus thuringiensis.

“Con le sementi convenzionali riuscivo ad ottenere 5 tonnellate di mais per ettaro – ha raccontato –. Ma gli agricoltori che non hanno la possibilità di utilizzare i trattori con i semi convenzionali hanno una resa media di circa 1,5 tonnellate per ettaro soltanto. Ora, con le sementi OGM, io ottengo 7 tonnellate per ettaro; e in più si abbattono i costi di produzione, grazie alla diminuzione dei tempi di manodopera e del costo dei pesticidi”.

“Anche nell’eventualità di un’oscillazione dei prezzi di mercato – ha proseguito Musi –, il vantaggio economico della coltivazione di sementi OGM sarebbe comunque assicurato”.

Dal Burkina Faso, François Traorè, Presidente dell’Unione nazionale dei produttori di cotone, ha sintetizzato l’esperienza delle sperimentazioni nel suo paese che hanno portato nel 2008 al primo anno di coltivazione commerciale del cotone geneticamente modificato.

“Nella regione del Burkina Faso circa il 90% della popolazione vive di agricoltura – ha raccontato –. La produzione di cotone contribuisce da sola al sostentamento di circa 3 milioni di persone (più del 20% della popolazione) assicurando ai piccoli produttori le risorse primarie per vivere e garantire l’istruzione di base ai propri figli”.

“Nel 2003 il Burkina Faso ha iniziato le sperimentazioni in campo sul cotone OGM per verificarne l’efficacia e l’impatto ambientale e nel 2007 sono stati resi noti i primi risultati – ha proseguito Traoré –, un aumento della produzione dal 35% al 48%, una riduzione dei trattamenti (da 6 a 2 per anno) e una riduzione del costi del 62%”.

“Nel giugno 2008 le autorità competenti hanno autorizzato la commercializzazione dei semi di cotone OGM e sono stati seminati 15.000 ettari con due varietà di cotone”.

Per Traorè, quindi, “non permettere agli africani di utilizzare sementi OGM è un crimine contro l’umanità”.