Lo sviluppo è autentico se è integrale, ricorda la Santa Sede all’ONU

Monsignor Crepaldi sottolinea la sua dimensione “politica, economica, etica e spirituale”

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NEW YORK, mercoledì, 16 febbraio 2005 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha messo in guardia le Nazioni Unite sul pericolo che la comunità internazionale adotti degli obiettivi di sviluppo parziali per i Paesi in crescita, a scapito della nozione autentica di sviluppo.



A dare voce a questa problematica ha pensato il vescovo Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, nell’intervenire l’11 febbraio a New York, alla 43ª Sessione della Commissione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo sociale.

La Commissione analizza i risultati del Summit mondiale sullo sviluppo celebratosi a Copenhagen dieci anni fa, durante il quale venne sottolineato “l’impegno a promuovere una concezione di sviluppo sociale che sia ‘politica, economia, etica e spiritualità’”.

In questo decennio, ha segnalato il prelato con preoccupazione, lo sviluppo “ha perso questa qualità di essere un concetto che abbraccia tutto. I responsabili delle nazioni, così come gli specialisti si sono rivolti verso un approccio allo sradicamento della povertà che si basa soprattutto sulla realizzazione di risultati economici misurabili”.

“Ora, se questi indicatori fanno parte dell’impegno positivo della comunità internazionale in questo settore, essi corrono il rischio di concentrare gli sforzi sul raggiungimento di risultati quantitativi a breve termine a detrimento della qualità del lavoro in favore dello sviluppo che esige, al contrario, la pazienza della spartizione, dell’educazione e della partecipazione”.

“Per far sì che il loro sviluppo si possa mettere in moto, è necessario ciò che è stato definito "un grande impulso" [“big push”] negli investimenti pubblici”.

Dopo aver esposto alcune delle iniziative di finanziamento allo sviluppo portate avanti attualmente da alcuni paesi, ha così aggiunto: “La vera sfida con cui ci confrontiamo è quella di lavorare concretamente per conseguire risultati economici positivi che eliminino la povertà e salvaguardino allo stesso tempo la concezione dello sviluppo sociale di Copenhagen”.

Se è vero che “lo sradicamento della povertà è divenuto un imperativo morale, ci si guadagnerebbe, in vista della sua realizzazione, a considerarla effettivamente come un bene pubblico globale primario”.

Per affrontare questa sfida, il Vescovo ha considerato che è necessaria “una condizione morale”: “La creazione, in ambito internazionale, di un senso di giustizia sociale che attualmente sembra ancora mancare”, ha infine concluso.