Lotta al terrorismo e guerra in Iraq; cosa unisce e cosa divide USA e Vaticano

| 248 hits

ROMA, venerdì 30 aprile 2004 (ZENIT.org).- “La decisione presa il 10 gennaio 1984 di riprendere, dopo 117 anni di interruzione, i rapporti diplomatici formali fra Stati Uniti e Santa Sede, è stata senz’altro un avvenimento epocale che come ebbe a dire l’allora presidente statunitense Ronald Reagan, era destinato a ‘correggere un’anomalia della storia’”!



Queste riportate sono le parole scritte dal cardinal Jean-Louis Tauran, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa già ex segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, nella prefazione alla seconda edizione del libro scritto dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Jim Nicholson dal titolo “USA e la Santa Sede: La Lunga Strada”.

In seguito all’uscita di questo volume e per gettare maggiore luce sui rapporti fra Santa Sede e Stati Uniti in merito alla questione dell’Iraq, come della lotta al terrorismo, la giornalista Delia Gallagher ha chiesto, per conto di ZENIT, all’ambasciatore Nicholson alcune delucidazioni.



* * *




Resistere fino alla fine

L’Ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede ha promosso la settimana scorsa una conferenza intitolata "Revitalizing International Law to Meet the Challenge of Terrorism," (“Rivitalizzare il Diritto Internazionale per Affrontare la Sfida del Terrorismo”) presso la Pontificia Università Gregoriana.

Pochi giorni dopo la conferenza, ho incontrato l’Ambasciatore statunitense Jim Nicholson per discutere sulla conferenza e sulla nuova edizione del suo libro “USA e la Santa Sede: La Lunga Strada”, che contiene delle prefazioni scritte dal Segretario di Stato americano Colin Powell e dal cardinal Jean-Louis Tauran, ex segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati.

Ho chiesto all’Ambasciatore Nicholson quale effetto pensava che avrebbe avuto sul Vaticano la conferenza.

“Una conferenza come questa getta molti ‘semi’”, ha risposto, “e promuove la diffusione delle informazioni tra le persone-chiave”.

“Un gruppo di diplomatici ha ascoltato la dicotomia che è stata presentata: il fatto che i terroristi sono una minaccia per la società civile… un oratore li ha paragonati a dei pirati, e che i pirati sono un nemico comune che giustifica ogni Stato colpito a prendere le misure appropriate contro di loro”.

“Il diplomatico francese ha pronunciato un discorso di ammonimento, dicendo che dobbiamo stare attenti nel ricorrere alla forza contro il terrorismo. Potremmo peggiorare le cose; dobbiamo provare ad affrontarlo con il dialogo, con prudenza e adducendo buone ragioni. Il diplomatico italiano non si è sbilanciato”.

“Ciò che a noi sembra così evidentemente ovvio”, ha affermato Nicholson, “non lo è affatto per alcuni pensatori e funzionari di questi Paesi alleati”.

Ho suggerito che lo stesso Papa potrebbe essere uno di quelli che non si ritrovano totalmente nelle decisioni dell’amministrazione americana.

“Il primo colloquio che ho avuto con il Papa è stato il 13 settembre 2001”, ha affermato l’Ambasciatore Nicholson, “quando mi ha detto enfaticamente ‘Questo non è stato solo un attacco contro di voi’, intendendo gli Stati Uniti, ‘ma è stato un attacco contro l’umanità’. Voleva dire che l’umanità avrebbe dovuto prendere provvedimenti contro queste persone e da allora ha sempre sostenuto i nostri sforzi contro il terrorismo”.

E il suo “no alla guerra”?

“Quel ‘no’ è venuto dal Papa. Non voleva che accadesse. Il Papa è cresciuto nella Polonia sotto il regime sovietico ed è stato testimone di quel periodo di violenza. Penso che si sia rafforzata la sua volontà di far sì che gli uomini raggiungano gli obiettivi di libertà, giustizia e dignità senza doversi uccidere a vicenda per riuscirci”.

“Se si legge il documento, c’è una virgola dopo quel ‘no’, e si dice ‘la guerra non è sempre inevitabile’, il che vuol dire che a volte la guerra deve essere la scelta da compiere”.

Perché, allora, il messaggio del Vaticano sembra essere contrario all’intervento americano?

“I media hanno subito intrapreso la strada sbagliata, così come alcuni membri della Curia. C’è stato, infatti, un membro che, alla domanda se vi fossero delle condizioni, anche ipotetiche, per cui gli Stati Uniti sarebbero stati giustificati nella loro guerra contro l’Iraq, ha affermato: ‘Assolutamente no’. E’ la voce di un pacifista, e il Papa non è un pacifista”.

L’Ambasciatore ha citato il cardinal Tauran, l’ex segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, che alla presentazione del libro ha affermato che, riguardo all’Iraq, gli Stati Uniti e la Santa Sede concordavano sugli obiettivi, anche se non sui mezzi per raggiungerli.

Ho suggerito che si trattava di una mancanza d’accordo importante, considerando che i mezzi erano rappresentati dalla guerra.

“Quando abbiamo un problema come Americani, ci diamo da fare per risolverlo”, ha risposto Nicholson.

Ho chiesto se invadendo l’Iraq fossero stati risolti i problemi dell’11 settembre.

“L’11 settembre ha fatto svegliare un gigante addormentato rendendolo consapevole delle sue vulnerabilità, soprattutto nei confronti di terroristi in possesso di mezzi per destabilizzare una società civile come la nostra”, ha affermato l’Ambasciatore.

“Eravamo a conoscenza di tutto l’addestramento e delle basi di cui i terroristi si sono avvalsi per anni, ma non è stato fatto molto a riguardo”, ha aggiunto. “Sono state prese misure legali, giuridiche, ma non militari. Per questo si sta ancora cercando di spiegare il collegamento tra tutto questo e l’Iraq. Non abbiamo ancora tutte le risposte”.

Sulla continua violenza in Iraq, l’Ambasciatore Nicholson ha detto:

“Quello che stiamo vedendo in Iraq è ciò che si potrebbe vedere in ogni Paese che sia stato controllato spietatamente così a lungo; si inizia a riavvicinare la gente alla libertà in un Paese che ha una forte dicotomia interna all’Islam, cioè la divisione tra Sciiti e Sunniti. I terroristi stranieri non vogliono vedere l’emergere in Medio Oriente di un nuovo Paese con rinnovate libertà per la sua gente oltre all’autogoverno e stanno lottando principalmente per impedire che ciò si realizzi”.

L’Ambasciatore ha riassunto il sostegno all’intervento americano in Iraq con due aneddoti.

“Quando il patriarca caldeo in Iraq è venuto a Roma a gennaio lo abbiamo invitato”, ha affermato Nicholson. “La prima cosa che mi ha detto salendo i gradini della nostra residenza è stata: ‘Grazie per essere venuti nel mio Paese e per aver liberato il mio popolo’”.

“Quando il vicepresidente Cheney era qui a gennaio ed è andato a trovare il Papa e il cardinal Sodano, questi ha espresso la simpatia della Santa Sede per lui e per il popolo americano per gli oltre 500 uomini e donne uccisi in Iraq e ha detto: ‘Pensiamo che siano stati degli operatori di pace’”.