"Lui entra dentro la nostra miseria"

Omelia del Papa durante la Messa con lo "Schülerkreis"

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CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 5 settembre 2012 (ZENIT.org).– Riportiamo di seguito la traduzione italiana dell’omelia tenuta domenica scorsa da Benedetto XVI durante la Messa celebrata con il gruppo dei suoi ex allievi - il Ratzinger Schülerkreis – riunito nel Centro Mariapoli di Castel Gandolfo. La traduzione è tratta dall’edizione odierna de L’Osservatore Romano.

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Cari fratelli e sorelle,

risuonano ancora profondamente in me le parole con cui, tre anni fa, il Cardinale Schönborn ci ha fatto l'esegesi di questo Vangelo: la misteriosa correlazione dell'intimo con l'esterno e quello che rende l'uomo impuro, quello che lo contamina e quello che è puro. Oggi, perciò, non voglio fare anch'io l'esegesi di questo stesso Vangelo, o la farò soltanto marginalmente. Proverò invece a dire una parola sulle due Letture.

Nel Deuteronomio vediamo la «gioia della legge»: legge non come vincolo, come qualcosa che ci toglie la libertà, ma come regalo e dono. Quando gli altri popoli guarderanno verso questo grande popolo -- così dice la Lettura, così dice Mosè --, allora diranno: Che popolo saggio! Ammireranno la saggezza di questo popolo, l'equità della legge e la vicinanza del Dio che sta al suo fianco e che gli risponde quando viene chiamato. È questa la gioia umile di Israele: ricevere un dono da Dio. Questo è diverso dal trionfalismo, dall'orgoglio di ciò che viene da se stessi: Israele non è orgoglioso della propria legge come Roma poteva esserlo del diritto romano quale dono all'umanità, come la Francia forse del Code Napoléon, come la Prussia del Preußisches Landrecht ecc. -- opere del diritto che riconosciamo. Ma Israele sa: questa legge non l'ha fatta egli stesso, non è frutto della sua genialità, è dono. Dio gli ha mostrato che cos'è il diritto. Dio gli ha dato saggezza. La legge è saggezza. Saggezza è l'arte dell'essere uomini, l'arte di poter vivere bene e di poter morire bene. E si può vivere e morire bene solo quando si è ricevuta la verità e quando la verità ci indica il cammino. Essere grati per il dono che noi non abbiamo inventato, ma che ci è stato dato in dono, e vivere nella saggezza; imparare, grazie al dono di Dio, ad essere uomini in modo retto.

Il Vangelo ci mostra però che c'è anche un pericolo -- come si dice pure direttamente all'inizio del brano odierno del Deuteronomio: «non aggiungere, non togliere nulla». Ci insegna che, con il passare del tempo, al dono di Dio si sono aggiunti applicazioni, opere, costumi umani, che crescendo nascondono ciò che è proprio della saggezza donata da Dio, così da diventare un vero vincolo che bisogna spezzare, oppure da portare alla presunzione: noi l'abbiamo inventato!

Ma passiamo a noi, alla Chiesa. Secondo la nostra fede, infatti, la Chiesa è l'Israele che è diventato universale, nel quale tutti diventano, attraverso il Signore, figli di Abramo; l'Israele diventato universale, nel quale persiste il nucleo essenziale della legge, privo delle contingenze del tempo e del popolo. Questo nucleo è semplicemente Cristo stesso, l'amore di Dio per noi ed il nostro amore per Lui e per gli uomini. Egli è la Torah vivente, è il dono di Dio per noi, nel quale, ora, riceviamo tutti la saggezza di Dio. Nell'essere uniti con Cristo, nel «con-camminare» e «con-vivere» con Lui, impariamo noi stessi come essere uomini in modo giusto, riceviamo la saggezza che è verità, sappiamo vivere e morire, perché Lui stesso è la vita e la verità.

Conviene, quindi, alla Chiesa, come per Israele, essere piena di gratitudine e di gioia. «Quale popolo può dire che Dio gli sia così vicino? Quale popolo ha ricevuto questo dono?». Non lo abbiamo fatto noi, ci è stato donato. Gioia e gratitudine per il fatto che lo possiamo conoscere, che abbiamo ricevuto la saggezza del vivere bene, che è ciò che dovrebbe caratterizzare il cristiano. Infatti, nel Cristianesimo delle origini era così: l'essere liberato dalle tenebre dell'andare a tastoni, dell'ignoranza -- che cosa sono? perché sono? come devo andare avanti? --, l'essere diventato libero, l'essere nella luce, nell'ampiezza della verità. Questa era la consapevolezza fondamentale. Una gratitudine che si irradiava intorno e che così univa gli uomini nella Chiesa di Gesù Cristo.

Ma anche nella Chiesa c'è lo stesso fenomeno: elementi umani si aggiungono e conducono o alla presunzione, al cosiddetto trionfalismo che vanta se stesso invece di dare la lode a Dio, o al vincolo, che bisogna togliere, spezzare e schiacciare. Che dobbiamo fare? Che dobbiamo dire? Penso che ci troviamo proprio in questa fase, in cui vediamo nella Chiesa solo ciò che è fatto da se stessi, e ci viene guastata la gioia della fede; che non crediamo più e non osiamo più dire: Egli ci ha indicato chi è la verità, che cos'è la verità, ci ha mostrato che cos'è l'uomo, ci ha donato la giustizia della vita retta. Noi siamo preoccupati di lodare solo noi stessi, e temiamo di farci legare da regolamenti che ci ostacolano nella libertà e nella novità della vita.

Se leggiamo oggi, ad esempio, nella Lettera di Giacomo: «Siete generati per mezzo di una parola di verità», chi di noi oserebbe gioire della verità che ci è stata donata? Ci viene subito la domanda: ma come si può avere la verità? Questo è intolleranza! L'idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità. Sembra essere lontana, sembra qualcosa a cui è meglio non fare ricorso. Nessuno può dire: ho la verità -- questa è l'obiezione che si muove -- e, giustamente, nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi. Penso che dobbiamo imparare di nuovo questo «non-avere-la-verità». Come nessuno può dire: ho dei figli -- non sono un nostro possesso, sono un dono, e come dono di Dio ci sono dati per un compito -- così non possiamo dire: ho la verità, ma la verità è venuta verso di noi e ci spinge. Dobbiamo imparare a farci muovere da lei, a farci condurre da lei. E allora brillerà di nuovo: se essa stessa ci conduce e ci compenetra.

Cari amici, vogliamo chiedere al Signore che ci faccia questo dono. San Giacomo ci dice oggi nella Lettura: non dovete limitarvi ad ascoltare la Parola, la dovete mettere in pratica. Questo è un avvertimento circa l'intellettualizzazione della fede e della teologia. È un mio timore in questo tempo, quando leggo tante cose intelligenti: che diventi un gioco dell'intelletto nel quale «ci passiamo la palla», nel quale tutto è solo un mondo intellettuale che non compenetra e forma la nostra vita, e che quindi non ci introduce nella verità. Credo che queste parole di san Giacomo si dirigano proprio a noi come teologi: non solo ascoltare, non solo intelletto -- fare, lasciarsi formare dalla verità, lasciarsi guidare da lei! Preghiamo il Signore che ci accada questo, e che così la verità diventi potente sopra di noi, e che conquisti forza nel mondo attraverso di noi.

La Chiesa ha posto la parola del Deuteronomio -- «Dov'è un popolo al quale Dio è così vicino come il nostro Dio è vicino a noi, ogni volta che lo invochiamo?» -- nel centro dell'Officio divino del Corpus Domini, e gli ha dato così un nuovo significato: dov'è un popolo al quale il suo Dio è così vicino come il nostro Dio lo è a noi? Nell'Eucaristia questo è diventato piena realtà. Certo, non è solo un aspetto esteriore: qualcuno può stare vicino al tabernacolo e, allo stesso tempo, essere lontano dal Dio vivente. Ciò che conta è la vicinanza interiore! Dio ci è diventato così vicino che Egli stesso è un uomo: questo ci deve sconcertare e sorprendere sempre di nuovo! Egli è così vicino che è uno di noi. Conosce l'essere umano, il «sapore» dell'essere umano, lo conosce dal di dentro, lo ha provato con le sue gioie e le sue sofferenze. Come uomo, mi è vicino, vicino «a portata di voce» -- così vicino che mi ascolta e che posso sapere: Lui mi sente e mi esaudisce, anche se forse non come io me lo immagino.

Lasciamoci riempire di nuovo di questa gioia: dov'è un popolo al quale Dio è così vicino come il nostro Dio lo è a noi? Così vicino da essere uno di noi, da toccarmi dal di dentro. Sì, da entrare dentro di me nella santa Eucaristia. Un pensiero perfino sconcertante. Su questo processo, San Bonaventura ha utilizzato, una volta, nelle sue preghiere di Comunione, una formulazione che scuote, quasi spaventa. Egli dice: mio Signore, come ha potuto venirti in mente di entrare nella sporca latrina del mio corpo? Sì, Lui entra dentro la nostra miseria, lo fa con consapevolezza e lo fa per compenetrarci, per pulirci e per rinnovarci, affinché, attraverso di noi, in noi, la verità sia nel mondo e si realizzi la salvezza. Chiediamo al Signore perdono per la nostra indifferenza, per la nostra miseria che ci fa pensare solo a noi stessi, per il nostro egoismo che non cerca la verità, ma che segue la propria abitudine, e che forse spesso fa sembrare il Cristianesimo solo come un sistema di abitudini. Chiediamogli che Egli entri, con potenza, nelle nostre anime, che si faccia presente in noi e attraverso di noi -- e che così la gioia nasca anche in noi: Dio è qui, e mi ama, è la nostra salvezza! Amen.

[©L'Osservatore Romano 5 settembre 2012]