Madre Giuseppa dei Sacri Cuori: una vita "contemplattiva" tra preghiera e carità

Avviato martedì il processo per la Beatificazione della fondatrice del monastero delle Adoratrici Perpetue di Napoli: esempio di fede salda e amore altruistico, anche in mezzo alle più gravi difficoltà

Roma, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 734 hits

Era una vita che profumava di santità sin dalla nascita quella di Maria Anna Ignazia Isabella Cherubini, divenuta poi madre Maria Giuseppa dei Sacri Cuori, fondatrice del monastero delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento di Napoli, di cui martedì è iniziato il processo di Beatificazione.

Una vita trascorsa sempre nella contemplazione del mistero dell’Eucarestia e nel servizio caritatevole verso l’altro. Una vita alimentata dalla fede che, sin dalla tenera età – 8 anni per l’esattezza - l’ha spinta ad abbandonare la sua famiglia e abbracciare la vita consacrata tra le francescane di San Filippo di Ischia di Castro, nonostante le ritrosie del padre. Ma anche una vita di ostacoli, in un periodo storico complesso come quello delle invasioni napoleoniche che minavano alla stabilità della Chiesa arrivando ad esiliare papa Pio VII. Una vita di divisioni all’interno della sua stessa congregazione, che più di una volta hanno messo a dura prova la sua vocazione e il suo lavoro.

Nonostante tutto, madre Giuseppa non ha mai ceduto allo scoraggiamento, mai ha pensato di dover ritirarsi in buon ordine per vivere una vita tranquilla da monaca. Aggrappata sempre ad una profonda fede in Cristo, anche dopo essere stata esiliata insieme alle consorelle, anche se contrariata da papa Leone XII in persona, anche se osteggiata dalle altre suore dopo la nomina a Superiora, ha avuto la forza di andare avanti e di proseguire l’opera iniziata dalla fondatrice dell’ordine, madre Maria Maddalena dell'Incarnazione, viaggiando per tutta l’Italia, fino al profondo Sud del Regno, per fondare nuovi monasteri.

E i frutti si vedono. Uno di questi è appunto il monastero di Napoli, un’oasi di pace nel cuore della città, a due passi dal Duomo, abitato da circa 25 suore di varie nazionalità, alcune giovanissime, in ginocchio in adorazione del Santissimo Sacramento in qualsiasi ora del giorno. Martedì, le monache erano tutte in trasferta a Roma: nell’Aula della Conciliazione del Vicariato, con i veli bianchi e gli scapolari rossi, cantavano un celestiale Salve Regina per ringraziare Dio che la Chiesa avesse riconosciuto le virtù della loro madre fondatrice.

Oltre al monastero di Napoli – che conserva tra l’altro la preziosa reliquia del cuore di madre Giuseppa – e quello di Roma, le altre case delle Adoratrici Perpetue sono a Betlemme e a Sortino, in provincia di Siracusa. Il 31 agosto è stata aperta poi una Casa di noviziato a Cartoceto, nei pressi di Pesaro, che accoglie 20 novizie. I semi di bene sparsi da madre Giuseppa continuano dunque a portare ancora frutto.

La fase preliminare dell’inchiesta sulla Serva di Dio era già iniziata alcuni anni fa, spiega a ZENIT il postulatore Paolo Vilotta. Dopo il tradizionale iter burocratico e un approfondito lavoro di raccolta e ricerca del materiale storico, martedì si è dunque aperta l’inchiesta diocesana sulla vita e virtù della futura Beata e della sua fama di santità.

Fama di santità che si è diffusa poco tempo dopo la morte, avvenuta a Roma, il 5 ottobre 1844. Un primo processo per la beatificazione fu infatti avviato già nei primi del ‘900, interrotto poi per cause storiche. Le suore di Napoli, inoltre, visitando martedì le spoglie mortali della fondatrice, in via del Casaletto, hanno avuto modo di leggere una lettera in cui la segretaria della madre comunicava come la sua morte fosse avvenuta lucidamente e santamente. Inoltre, nella stessa lettera si raccontava che il cardinale Bernetti, toccando la salma di madre Giuseppa, guarì improvvisamente da una infermità alla gamba.

“Questo aspetto santo – afferma il postulatore – è emerso sempre più, man mano che andavamo avanti nelle ricerche della fase preliminare. E credo che oggi sia confermato dalla testimonianza di queste suore, eredi della grande spiritualità della Serva di Dio”. In particolare, prosegue Vilotta, ciò che più lo ha “affascinato” della vita di madre Giuseppa, tanto da intraprenderne la causa di beatificazione, è stata “la sua grande carità verso Dio e verso il prossimo, e soprattutto la carità, espressa quasi fino al martirio, per mantenere viva e unita la sua congregazione, verso cui nutriva un amore sviscerato”.

Poi “la sua vita contemplativa": “In un mondo in cui la società è concentrata soprattutto sul sociale – osserva il postulatore - la testimonianza di madre Giuseppa ci invita a tornare all’essenziale, ricordandoci che il cristianesimo è soprattutto contemplazione, meditazione”. “Lei – aggiunge - era continuamente dedita alla preghiera e al raccoglimento spirituale, ma allo stesso tempo attiva nella carità, nell’aiuto degli altri, nelle fondazioni di nuove federazioni. Si può dire, coniando un nuovo termine, che sia stata un esempio di donna ‘contemplattiva’”. Tutto questo, conclude Vilotta, “lancia un forte messaggio a noi cattolici: dare la priorità alla preghiera, alla contemplazione e, alla luce di questo, orientare la nostra azione sociale non verso la filantropia, ma – come testimonia madre Giuseppa – verso la carità”.